Emiliano Morreale, la Repubblica 30/8/2011, 30 agosto 2011
GLI ALIENI SIAMO NOI
Pochi generi cinematografici come la fantascienza si prestano a semplificazioni sociologiche, a esser lette come metafore della società. Specie negli Usa, patria del genere: gli alieni rispecchiano di volta in volta il maccartismo e la paura dell´atomica, le utopie degli anni ‘70 e perfino l´Aids e ovviamente l´11 settembre… Corrispondenze talmente evidenti da risultare talvolta troppo facili. Potrebbe sembrare che il grado di positività morale attribuita agli extraterrestri sia direttamente proporzionale al grado di sicurezza di una società: tante più sono le paure e le insicurezze, tanto più gli alieni appaiono una minaccia. Ma i rapporti sono più complessi, da indagare caso per caso, nella interazione mutevole tra creatori, sistema dello spettacolo e aspettative del pubblico.
Hollywood, in questo discorso, è centrale. Certo, l´Inghilterra e il Giappone hanno espresso filoni importanti, e molti registi "colti" hanno utilizzato l´alieno come portatore di uno sguardo straniato sulla società e sull´uomo: David Bowie in L´uomo che cadde sulla terra di Nicholas Roeg, o il recente finto documentario di Werner Herzog, L´ignoto spazio profondo. Peraltro, alla prossima Mostra di Venezia si vedrà l´atteso film di Gianni Pacinotti alias Gipi, L´ultimo terrestre, che promette, stando allo stile dell´autore, una visione insieme buffa e desolata. Ma la storia degli alieni di celluloide è soprattutto un pezzo di storia dell´America, e ovviamente dell´America che c´è in noi, nel nostro immaginario.
Prima di Hollywood, per la verità, era arrivata la radio, col celebre radiodramma La guerra dei mondi di Orson Welles, che nel 1938 seminò il panico, interrompendo le trasmissioni con la notizia di un´invasione nel New Jersey. Alle spalle c´era il romanzo omonimo di H. G. Wells; ma il ventitreenne attore-regista, con la sua incursione, intercettava ben altre reali paure: poche settimane prima, alla Conferenza di Monaco, le potenze mondiali consentivano a Hitler di occupare la Cecoslovacchia, illudendosi di scongiurare una guerra mondiale.
Tra i generi hollywoodiani, la fantascienza si forma tardi, negli anni ‘50 del maccartismo e della guerra fredda ("l´Urss è un mondo intermedio fra la Terra e Marte", scriveva Roland Barthes). I titoli sono eloquenti: Gli invasori spaziali, La terra contro i dischi volanti, La guerra dei mondi (ancora H. G. Wells)… Ma è riduttivo leggere in chiave di paranoia maccartista tutto il cinema dell´epoca: ad esempio un capolavoro come L´invasione degli ultracorpi di Don Siegel è ben più complesso, e già allora era vivo un filone umanista e disincantato: in Ultimatum alla terra, l´alieno riunisce i potenti della Terra spiegando che se i loro popoli continueranno a farsi la guerra, la Confederazione Galattica (una specie di Onu interplanetaria) attaccherà il pianeta. Negli anni della "corsa allo spazio", si diceva allora, 2001: Odissea nello spazio (1968) rende adulta la fantascienza: la conquista spaziale diventa un viaggio dentro la storia dell´umanità, impastata di violenza fin dall´origine. E gli alieni sono esseri "al di là del bene e del male", e forse anche al di là delle immagini.
Nel 1978, sotto l´incerta presidenza Carter, se Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg propone alieni da attendere con fiducia, redentori sui generis, ma pochi mesi dopo ha un aspetto ben diverso l´Alien di Ridley Scott. In quello stesso 1979 in cui il sociologo Christopher Lasch scopre intorno a sé "la cultura del narcisismo", l´alieno di Scott cambia sede e si annida altrove: dentro il corpo, che è improvvisamente diventato il centro di pratiche, mode, ossessioni. E alieni magici o inquietanti invasori del nostro corpo attraverseranno gli anni ‘80, donandoci l´eterna giovinezza (Cocoon) o assumendo tutte le fattezze possibili, attraverso mutazioni ripugnanti (La cosa di Carpenter).
Dopo Incontri ravvicinati, Spielberg rimane una figura decisiva per capire il mutare dello sguardo verso l´alieno: se ancora il candido E. T. (1982) salvava i bambini dalla stupidità degli adulti (e dei militari in particolare), vent´anni dopo, lo Spielberg post-11 settembre mette da parte le tenerezze, e arma Tom Cruise in una nuova versione di La guerra dei mondi nell´epoca dello "scontro di civiltà". Ma negli ultimi anni, la scelta tra alieni tutti buoni o tutti cattivi sembra sempre più incerta. Basti pensare ai vari film che sviluppano il parallelo tra l´alieno e il clandestino, l´immigrato (da Men in Black al bellissimo District 9). O alla differenza tra due serie di culto come Visitors (1983-4), che era in chiara sintonia con i proclami reaganiani sull´Urss "Impero del male", e X - files, serie-simbolo degli anni ‘90, che esibisce una logica del complotto e del potere segreto cui ricondurre la storia e la geografia mondiali.
L´ultima frontiera è quella del recupero ironico, parodistico, vintage, di un mondo che fa tanto "anni ‘50" (travolgente precursore ne era stato, già 15 anni fa, Mars Attacks di Tim Burton). Oggi, dopo il sincretico Cowboys & Aliens, le sale americane sono invase da Super 8, prodotto ancora una volta da Spielberg e diretto da J. J. Abrams, il creatore di Lost. Gli extraterrestri di Super 8 sembrano cattivi come quelli dello Spielberg bellicista di La guerra dei mondi, ma alla fine i ragazzini protagonisti scopriranno una verità ben diversa. Il film, ambientato nel 1979, risulta anche un omaggio allo Spielberg di quell´epoca, e ai suoi alieni di cosmica bontà. Con effetti, anche, di mise en abyme, perché quello Spielberg lì era a sua volta nostalgico del cinema di serie B degli anni ‘40 e ‘50. Viene il dubbio, allora, che in questo caso il vintage sia anche il mezzo per prendere le distanze dalle proprie paure, per dire "non siamo davvero noi ad avere paura, non siamo davvero così paranoici". Non siamo negli anni ‘50 o negli anni ‘80. E non sappiamo se così dicendo si sottintenda: "purtroppo", o "per fortuna".