Alberto Quadrio Curzio, Corriere della Sera 30/8/2011, 30 agosto 2011
Gli alti e bassi dei prezzi dell’oro. Torna il dilemma sull’uso delle riserve - Il prezzo dell’oro ha superato i 1
Gli alti e bassi dei prezzi dell’oro. Torna il dilemma sull’uso delle riserve - Il prezzo dell’oro ha superato i 1.900 dollari per oncia per poi ripiegare sui 1.800. In 12 mesi l’incremento è stato del 50%. Tra le possibili analisi sull’oro — che è a un tempo investimento, ornamento, materia prima — limitiamoci a due: quello sui prezzi; quello sulle Banche centrali. Per i prezzi, finita la convertibilità ufficiale tra un’oncia d’oro e 35 dollari garantita dagli Usa dal 1944 al 1971, ci sono state tre fasi di medio-lungo termine. Una prima fase è stata di forte crescita, in meno di 10 anni ha portato il prezzo dai 35 dollari oncia del 1971 agli 850 dollari del gennaio 1980. L’aumento di 24 volte fu dovuto a molti fattori tra cui l’artificioso prezzo ufficiale a 35 dollari per oncia mentre il mercato puntava a livelli ben più alti e le molte crisi concomitanti del dollaro, petrolifere, geopolitiche. Poi il prezzo scese e nel giugno del 1982 andò sotto i 300 dollari per oncia. Da quella data per venti anni il prezzo ha oscillato grosso modo tra i 250 e i 450 dollari oncia a seconda dei prezzi (giornalieri, mensili, annuali) considerati. Nell’aprile del 2001 il prezzo era ancora vicino ai 250 dollari per oncia. Da allora è iniziata la ripresa fino agli attuali 1.800 dollari per oncia con un incremento di circa 7 volte in 10 anni. L’aumento è in parte un recupero della inflazione e negli ultimi tre anni è un «effetto rifugio» contro la crisi finanziaria. Chi avesse comperato l’oro dall’aprile del 2001 fino a un anno fa ha fatto di certo un buon affare, ma chi l’avesse acquistato nel gennaio 1980 a 850 dollari l’oncia ha aspettato 28 anni, fino al gennaio 2008, per rivedere quel prezzo nominale. In termini «reali», che tengono conto dell’inflazione, il prezzo di 850 del 1980 equivale a circa 2.500-2.600 dollari oncia attuali. Quindi chi compera oro come investimento sicuro deve anche essere consapevole che potrebbe aspettare decenni per rivedere il prezzo d’acquisto. Constatare che negli ultimi 12 mesi il distacco tra il prezzo dell’oro e quello delle azioni di grandi ed efficienti imprese è enormemente aumentato segnala una situazione che non può durare. Per le Banche centrali limitiamoci al presente partendo dal Central Bank Gold Agreement (Cbga) cioè dall’accordo con durata quinquennale firmato per la prima volta nel 1999 e rinnovato poi nel 2004 e nel 2009 tra la Bce, le banche dell’Eurosistema, la Banca centrale svizzera e quella svedese. Nell’accordo del 2009, come nei precedenti, si legge che «l’oro rimane un importante elemento delle riserve monetarie globali» e che le Banche aderenti espliciteranno le loro intenzioni e quindi concerteranno i loro programmi di vendite di oro entro un massimo di 400 tonnellate annue per un massimo quinquennale di 2.000 tonnellate (pari a 64 milioni di once in totale). Dunque le Banche centrali possono vendere oro e così hanno fatto sia nel primo (vendite per 2.000 tonnellate) che nel secondo (vendite per 1.884 tonnellate) Cbga. Tra le banche dell’Eurosistema che tra il 1999 e il 2009 hanno venduto oro vi sono la Bce e le Banche centrali di Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Olanda, Portogallo, Spagna. Dal settembre del 2009 ha venduto oro solo la Germania per 6,5 tonnellate. Per il futuro sarebbe interessante sapere quali sono gli obiettivi sul metallo giallo della Bce che di fatto «sovraintende» ai 350 milioni di once di riserve, le più grandi al mondo, dell’eurosistema. Gli obiettivi generali della Bce nella gestione delle riserve ufficiali sono, in ordine di importanza, la liquidità, la sicurezza e il rendimento degli investimenti dei quali in questo momento sarebbe utile conoscere la declinazione con riferimento all’oro. Questo servirebbe anche alla Banca d’Italia che è dotata di 79 milioni di once di riserve auree (superate nella Uem solo da quelle della Germania pari a 109 milioni di once). Visto l’attuale prezzo dell’oro siamo lieti che la Banca d’Italia non abbia venduto in passato. Rileviamo inoltre che nel 2009 un decreto del governo tentò di tassare le riserve auree con un’imposta una tantum di 300 milioni di euro, ma Bankit e Bce si opposero adducendo l’indipendenza finanziaria della nostra Banca centrale e quindi dell’Eurosistema. Ma a questi prezzi dell’oro sorgono molti quesiti per una sua valorizzazione. Noi riteniamo che l’oro andrebbe conferito a un Fondo finanziario europeo per la emissione di Eurounionbond. Altri si chiedono se il forte aumento di valore delle riserve auree di Bankit non possa essere in parte utilizzato per ripatrimonializzare le Banche italiane che della stessa sono azioniste. Sono problemi difficili, ma sugli stessi bisogna riflettere a meno che si voglia applicare il detto «il silenzio è d’oro».