Marta Dassù, La Stampa 31/8/2011, 31 agosto 2011
SE PARIGI VINCE ROMA NON PERDE
La lettura che prevale è questa: con la caduta di Gheddafi - poi si vedrà che fine farà il dittatore - l’Italia ha perso il suo rapporto privilegiato con Tripoli.
E’ vero che Roma, dopo alcune esitazioni iniziali, si è ricollocata dalla parte di Bengasi, ha dato le sue basi alle operazioni Nato, vi ha partecipato direttamente e così via. Ma la strana guerra di Libia è stata voluta essenzialmente da Parigi e in seconda battuta da Londra. Nicolas Sarkozy cercherà quindi di raccogliere i frutti del suo impegno, guidando la ricostruzione economica. La presenza dell’Italia in Libia ne uscirà fatalmente ridimensionata.
C’è un dato vero, di cui tenere conto. I capi della Cirenaica - i famosi «ribelli» dell’Est - non hanno mai amato particolarmente l’Italia. La storia è ben nota. Ma è sempre utile ricordare che l’area attorno a Bengasi faceva parte dell’Impero Ottomano, fino a quando l’Italia non estromise la Turchia dalla Libia e decise, quale potenza coloniale (1911), di unificare Cirenaica e Tripolitania. Da Bengasi, il futuro re Idris istigò la resistenza contro gli italiani durante la Seconda Guerra mondiale. C’è in proposito una nota interessante nei documenti diplomatici britannici. Nel gennaio del 1942, Anthony Eden, allora Foreign Secretary di Sua Maestà, promise a Idris che «alla fine della guerra i Senussi di Cirenaica non sarebbero in nessuna circostanza ricaduti sotto il dominio italiano». Ecco: per quanto l’Italia abbia riconosciuto e aiutato, nei mesi scorsi, il Consiglio di Bengasi, c’è una storia che pesa. E di cui Roma deve tenere conto, quando si propone ai vertici del Consiglio Nazionale di Transizione - che ha dentro di tutto un po’: ex collaboratori di Gheddafi, capi di tribù rivali, islamisti - come un interlocutore preferenziale.
Quindi sì, l’Italia aveva molto da perdere dalla strana guerra di Libia. E tuttavia, particolare che sembra sfuggire, non ha perso. La visita di Paolo Scaroni a Bengasi conferma che l’Eni è in grado di salvaguardare i propri accordi energetici. Se la Libia non resterà unita, se non si stabilizzerà, avremo perso tutti, incluse Parigi e Londra. Gli europei, dopo essersi divisi sulla guerra - e la guerra dura ancora, fra resistenze a Sirte, combattimenti a Tripoli, aumento del numero delle vittime -, hanno interesse a promuovere insieme un accordo fra i successori di Gheddafi, evitando gli errori compiuti dagli Usa in Iraq dopo il 2003. So che questa idea che gli europei siano in realtà nella stessa barca sembra retorica pura. Ma è esattamente così. Non esiste una sola possibilità al mondo che in uno scenario negativo - una Grande Somalia al posto della Libia di Gheddafi, un nuovo «failed State» al di là del Mediterraneo - Parigi possa avere grandi benefici a scapito di Roma. Ugualmente, in uno scenario positivo - una transizione che riesca verso una Libia pacificata l’Italia avrà lo spazio per tutelare i propri interessi.
L’idea che l’Italia abbia già perso la guerra (non conclusa) di Libia sembra una delle tante variazioni sul tema «si stava meglio quando si stava peggio». Era più semplice avere a che fare con l’ex terrorista di Lockerbie, con le sue tende e le sue Amazzoni, le sue riparazioni di guerra, ecc. ecc., che non con il gruppo disparato dei successori. Forse, ma ricordiamo almeno i ricatti continui di Gheddafi in materia di emigrazione. E non dimentichiamo il punto di partenza: comunque vadano a finire le scosse arabe del 2011, lo status quo nel Nord Africa era giunto al suo esaurimento. Il che non garantisce niente sul futuro; ma ha reso insostenibile il passato, inclusa la lunga dittatura del colonnello di Tripoli.
Punto indubbio, invece, è che nei rapporti con la Libia post Gheddafi aumenterà il peso di altri interlocutori, anzitutto della regione: dalla Turchia, che riannoda i suoi fili storici con Bengasi, al Qatar, che ha dato un appoggio militare importante alla rivolta e sarà al centro di una possibile forza di stabilizzazione araba e africana. Dal punto di vista internazionale, i perdenti di oggi sono altri. Per esempio, una Russia che tenta ancora di mediare un accordo con l’ex Rais, mentre parte della sua famiglia è già in Algeria. E probabilmente la Cina, che ha toccato per la prima volta con mano i limiti della sua politica africana. Il ritiro dalla Libia di 36.000 lavoratori cinesi, nel marzo scorso, è stato la prima vera battuta d’arresto dell’espansione cinese in Africa. La caduta del regime di Tripoli è stata anche una sconfitta del «modello autoritario» proposto in questi anni da Pechino ai vari dittatori africani.
L’Europa, agli ultimi atti della guerra di Libia, ha un altro modello da proporre? La sfida del dopo Gheddafi - per un’ Europa che ha assistito in posizione marginale ai moti di Tunisia e al «coup» militare in Egitto - sarà essenzialmente questa: l’occasione di un rientro europeo in Nord Africa dopo alcuni decenni di perdita di influenza. Quali che siano state le motivazioni della guerra voluta da Sarkozy (ma combattuta con l’appoggio americano, le forze speciali inglesi, i comandi Nato e le basi italiane), il futuro della Libia va visto a questo punto dalle capitali europee come parte della competizione globale del XXI Secolo. Non come una riedizione di vecchie rivalità coloniali.
Le illusioni di un condominio francobritannico sono già fallite in passato, nel Mediterraneo. Falliranno una seconda volta se gli europei, in Libia, si contenderanno una «torta» - termine pessimo che i libici stessi devono imparare a governare con altri mezzi. L’interesse comune degli europei, e delle genti di Libia, è di non dover rimpiangere Gheddafi. Dopo di che gli affari verranno, per chi sarà in grado di farli. Questa è l’unica competizione ammissibile fra le democrazie del Vecchio Continente.