Alberto Mattioli, La Stampa 31/8/2011, 31 agosto 2011
IL GUARDIANO DELLA STORIA IN MEZZO ALL’ATLANTICO
Di tutti i posti sperduti del mondo, Sant’Elena è forse quello di cui Dio si è dimenticato di più. Nel 1814, sull’isoletta inglese dell’Atlantico vivevano 736 civili europei, 891 soldati della Compagnia delle Indie, 420 neri liberi, 1293 neri schiavi e 247 cinesi, «importati» come manodopera perché (già allora) più a buon mercato perfino degli schiavi. Napoleone prigioniero ci arrivò martedì 17 ottobre 1815, ci agonizzò per sei anni e ci morì, come sa chiunque abbia fatto il liceo, il 5 maggio 1821.
Fu l’unica occasione in cui la storia passò da quell’isola desolata. La si è sempre raccontata dal punto di vista dei carcerati francesi. Adesso arriva quella dei carcerieri inglesi che poi, isolati in mezzo al nulla e sottoposti a rigide misure di sicurezza come il coprifuoco tutti i giorni dalle nove di sera alle sei del mattino, erano prigionieri di chi dovevano sorvegliare. E, curiosamente, l’ha scritta un francese. Il libro, Croniques de Sainte-Hélène (Perrin, 349 pagine, 23 euro), è una delizia di piccole vicende quotidiane di reverendi inflessibili, funzionari eccentrici, militari ubriaconi, cinesi ribelli, prostitute di buon cuore.
Ma ancora più curiosa è la storia del suo autore. Michel Dancoisne-Martineau è da 24 anni console onorario di Francia a Sant’Elena. Merito di una curiosa cavalleria postuma degli inglesi nei confronti del loro arcinemico Napoleone: lo trattarono malissimo da vivo, ma con rispetto da morto. Nel 1840 autorizzarono Luigi Filippo a riportarne a casa le spoglie. E nel 1857 regalarono la proprietà di Longwood, dov’era morto, a Napoleone III. A una condizione: la Francia doveva mantenere un console a Sant’Elena.
Detto fatto. L’incarico è di quelli tosti perché adesso Sant’Elena è, paradossalmente, molto più isolata che allora. L’apertura del canale di Suez le tolse infatti l’unica funzione che aveva, quella di scalo sulla rotta delle Indie. Non ci sono televisione, radio e cinema. E ci si arriva per lo più in nave. Insomma, Sant’Elena è una galera oggi non meno che ieri. E Dancoisne-Martineau non è nemmeno un fan dell’Imperatore. Semplicemente, nell’85, quando studiava a Besançon e si chiamava solo Dancoisne, scrisse una lettera d’ammirazione a Gilbert Martineau, autore di una biografia di Byron che gli era piaciuta. Martineau gli rispose di venirlo a trovare a Sant’Elena, dov’era console dal ’57. Per Dancoisne fu il colpo di fulmine: «È come se lì la vita non fosse cambiata dai tempi della Regina Vittoria», ha confessato tutto soddisfatto al Figaro . Martineau lo adottò, gli diede il suo cognome e il suo posto di conservatore delle proprietà francesi sull’isola. Visto che il posto è tutt’altro che ambito, e infatti chi ci va ci resta, il Quai d’Orsay non fece obiezioni.
Così, Dancoisne diventato Dancoisne-Martineau vive lì dall’87, impegnato in una strenua lotta contro i serramenti di Longwood che cedono, il giardino da riportare com’era nel 1821 e la tomba (vuota) dell’Imperatore da tenere in ordine. L’ultimo restauro risale al lontano 1953 e poi gli inglesi costruirono volutamente la dimora per Napoleone nel punto più esposto dell’isola, nonostante venti e piogge terribili, per tenerlo d’occhio meglio, che non gli scappasse sotto il naso come dall’Elba.
Anzi, visto che sull’isola le risorse erano limitate, la casa fu prefabbricata a Londra e i pezzi spediti sull’isola insieme a due addetti, il tappezziere Andrew Darling e il falegname John Paine, per rimontarla laggiù. La moglie di Paine, Ursula, riuscì a convincere il War Office a permetterle di raggiungere il marito. Ma, racconta Dancoisne-Martineau, arrivata al Capo, invece di cambiare battello per Sant’Elena fu convinta dal capitano della sua nave a proseguire con lui fino all’isola della Riunione. Al ritorno, allo scalo di Sant’Elena, marito, moglie e capitano pranzarono insieme: il falegname convenne di lasciare la signora al capitano in cambio di seimila franchi. La notizia arrivò anche alle orecchie di Napoleone e, da lì, passò nei memoriali dei suoi fedeli. Morale: non c’è solo la grande storia, ma anche le piccole storie. E talvolta sono più divertenti.