Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 31/08/2011, 31 agosto 2011
I TROPPI LAVORI INUTILI DI UNO STATO INEFFICIENTE
Ma se l’Italia fosse un Paese normale siamo sicuri che sarebbe un bene per tutti? Ragionando per assurdo, come nei teoremi di matematica, se i servizi pubblici funzionassero si determinerebbe un esubero di personale della pubblica amministrazione e si ritroverebbero senza lavoro consulenti e imprese che gravitano nell’orbita pubblica per appalti e consulenze esterne. Se la giustizia funzionasse regolarmente, non ci sarebbe bisogno di quel numero spropositato di avvocati che oggi bazzica nelle aule dei tribunali. Con un ordinamento giuridico e tributario chiaro e semplice e alla portata di tutti anche il ricorso alla figura del notaio perderebbe di rilevanza, così come si ridurrebbe di molto la folta schiera di commercialisti cui si è obbligati a ricorrere a causa della legislazione fiscale odierna la cui interpretazione è a volte più complessa della stele di Rosetta. Da questa breve analisi, è evidente come oggi molti redditi derivino dalle inefficienze dello Stato: se tutti i difetti evidenziati sparissero, si assisterebbe al tracollo dell’economia italiana.
Mauro Luglio
mamolulo@alice.it
Caro Luglio,
ho dovuto accorciare la sua lettera, un po’ troppo lunga, ma credo di avere conservato il senso del suo interessante paradosso. Lei sostiene che i difetti e le anomalie dello Stato italiano danno lavoro a parecchi milioni di persone. È vero. Ed è altrettanto vero, seguendo il filo del suo ragionamento, che una caccia rapida, spietata e risolutiva all’evasione fiscale avrebbe probabilmente l’effetto di deprimere i consumi del Paese, danneggiare parecchie industrie e ridurre il gettito fiscale. Rispondo che ogni misura riformatrice colpisce interessi consolidati ed è destinata a scontrarsi con la tenace opposizione dei gruppi di pressione che li difendono. Quando ha realizzato la sua grande riforma sanitaria, Barack Obama ne ha ripartito i costi su diversi soggetti sociali e ha suscitato un pandemonio. Ma ha garantito assistenza a circa trenta milioni di americani che ne erano privi. Dopo avere pesato i pro e i contro delle sue intenzioni, il presidente ha fatto la scelta che gli sembrava maggiormente utile al Paese e che verrà giudicata in ultima analisi dai suoi elettori.
In alcuni dei casi da lei elencati occorre adottare gli stessi criteri. È vero che una pubblica amministrazione più snella dovrebbe mandare a casa parecchi impiegati. Ma le burocrazie sovraffollate, come quella italiana, hanno l’effetto di ritardare la modernizzazione della funzione pubblica e dei servizi che essa deve rendere ai cittadini. Fra le maggiori nazioni europee l’Italia è stata negli ultimi decenni quella che ha più lentamente applicato alla macchina dello Stato i benefici dell’informatica. I dipendenti pubblici e i loro rappresentanti sindacali hanno cercato di rallentare un processo che avrebbe consentito l’aumento della produttività, un più razionale impiego del personale, la diminuzione del numero degli addetti e quindi degli iscritti alle organizzazioni di categoria. Le stesse considerazioni valgono per le professioni forensi. Quanto più numeroso è il numero degli avvocati tanto più la loro corporazione ha interesse a conservare regole e procedure che valorizzano la loro funzione e giustificano la loro esistenza. Lo abbiamo costatato anche recentemente quando il ministro della Giustizia ha deciso d’introdurre la mediazione obbligatoria nei processi civili: un provvedimento che ha suscito l’immediata opposizione di molti avvocati.
Aggiungo un’ultima osservazione, caro Luglio. È certamente vero che le modernizzazioni riducono i ranghi delle vecchie amministrazioni. Ma hanno anche l’effetto di creare nuovi bisogni, offrire nuovi servizi, promuovere la nascita di nuovi mestieri e accrescere in ultima analisi la ricchezza del Paese.
Sergio Romano