Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 31/8/2011, 31 agosto 2011
GLI AMICI AFRICANI DEL RAÌS
Abbandonato il sogno di riunire gli arabi in una sola nazione, alla fine era rimasto sulla scena soltanto Gheddafi l’Africano, il leader che a colpi di petrodollari e fantasia voleva abolire le frontiere del continente per farne un unico blocco politico. Fu lui stesso a dare l’annuncio: «Mi sono addormentato insieme a sei milioni di libici e mi sono svegliato accanto a 900 milioni di africani». La realtà è stata meno brillante del sogno ma il Colonnello si è fatto comunque diversi amici africani, una nutrita schiera di presidenti che ha foraggiato con generosità, dal Mali di Amadou Touré, al Niger, al Ciad, all’estroverso presidente sudafricano Jacob Zuma.
«Il Medio Oriente non mi interessa più - diceva Gheddafi - il Ciad è più vicino alla Libia del Libano, il Niger più dell’Iraq». Una sua visita a Niamey fu una sorta di marcia trionfale in cui si festeggiavano le realizzazioni libiche in quel Paese, moschee, scuole, ospedali, e per un certo periodo anche i parenti del Colonnello erano di casa in Niger. Tutti hanno attinto alla borsa del raìs, anche l’Unione africana (Ua) di cui pagava un quarto delle spese conquistandosi la gratitudine di schiere di burocrati uniti, qui davvero senza frontiere, dalla manna dei dollari libici. Dopo avere sostenuto con le armi e il terrorismo improbabili rivoluzioni, Gheddafi si era accorto che con i soldi poteva ottenere molto di più. Fu quindi il motore trainante dell’Unione africana: la sua città natale, Sirte, venne trasformata da un’architettura magniloquente e inutile in un palcoscenico per vertici spettacolari e costosi.
La caduta di Gheddafi per alcuni Paesi è un brutto colpo finanziario anche se una decina di Stati africani hanno riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione e tra questi, oltre alla Tunisia e all’Egitto, il Ciad e il Niger che con Gheddafi hanno avuto sempre rapporti ambigui. Davanti al crollo del Qaid gli africani oscillano tra il mantenimento dei vecchi legami con gli ex del regime e la realpolitik, dettata dalla necessità di poter contare nel prossimo futuro sui petrodollari dei vincitori. In riserve liquide e investimenti all’estero la Libia ha un capitale stimato di circa 140 miliardi di dollari, in parte congelati negli Stati Uniti, in Europa e in qualche Paese confinante come l’Algeria, nel turbine delle polemiche per aver accolto la moglie e i figli del Colonnello.
L’esempio del Mali è interessante. Sull’ambasciata libica di Bamako sventola la bandiera dei ribelli ma il presidente Touré non ha ancora riconosciuto, almeno fino a ieri, il Cnt. Grande è l’imbarazzo del Mali perché Gheddafi ha finanziato la nuova città amministrativa di Bamako: in poche parole metà del bilancio. Cinquantamila maliani lavoravano in Libia e il loro ritorno è stato una catastrofe economica mentre a Tripoli è cominciata la caccia ai neri del Sahel accusati di appoggiare il regime: una contabilità di vittime che non interessa nessuno.
A Bamako è ben nota la storia dei Tuareg del defunto Ibrahim Bahanga addestrati dagli uomini di Gheddafi che scorrazzano tra il Sahel e la Libia con carichi di armi, profughi e droga, incrociando le piste di al-Qaeda. Si calcola che forse 20mila combattenti Tuareg e di altre etnie siano passati a fianco del raìs. Molte tribù del Sahel sono imparentate con quelle del Sud della Libia e legate anche al clan di Tripoli: una geografia complessa e sconosciuta che può riservare sorprese. In questo aspro orizzonte di sabbia, disseminato di conflitti dimenticati e miseria, Gheddafi l’Africano può ancora contare sulla complice gratitudine di Governi fragili e guerriglieri indomabili.