Roberto Perotti, Il Sole 24 Ore 31/8/2011, 31 agosto 2011
RIGORE DRACONIANO, ULTIMA CHIAMATA
L’Italia è nei guai perché i mercati considerano il suo debito pubblico troppo alto. Forse i mercati si sbagliano, o forse è una congiura della finanza anglosassone, ma è un fatto. Per cambiare opinione, i mercati vogliono vedere una manovra con tre caratteristiche: deve avere effetti immediati, deve essere quantitativamente rilevante, e deve essere gestita con autorevolezza dal Governo. Per il gestore di un hedge fund conta solo il 2012: i grandi annunci per il 2013 o il 2020 sono irrilevanti, o addirittura controproducenti perché danno l’impressione che il Governo non comprenda la gravità della situazione. E ai suoi occhi disquisizioni infinite su Iva, Irpef e pensioni per cifre irrisorie (lo 0,05% del Pil, come è avvenuto nelle ultime settimane) sono come discutere del sesso degli angeli mentre Bisanzio sta cadendo.
Alla luce di questi tre criteri, come valutare il risultato delle tre manovre estive, inclusa quella di lunedì ad Arcore? Complessivamente, il disavanzo primario dovrebbe scendere di 24 miliardi nel 2012, un po’ più dell’1,5% del Pil; e di altri 24 miliardi nel 2013.
Se prese alla lettera, queste non sono cifre da poco, e ne va dato atto al Governo. Ma è impossibile raccogliere 48 miliardi senza far male a nessuno; l’unico modo è distribuire largamente i sacrifici così da fare meno male possibile a tutti coloro che possono permetterselo. Inizialmente, nella manovra di luglio, il Governo ha invece cercato di illudere se stesso e gli italiani che non ci fosse bisogno di interventi fino al 2014. Poi ha accusato speculatori e agenzie di rating, e nel mezzo della crisi più grave dal 1992 il premier ha usato gli scranni del Parlamento per chiedere agli italiani di investire nelle sue aziende.
Il Governo si è così ritrovato in agosto a preparare una seconda manovra affrettata; di conseguenza, ha dovuto agire prevalentemente sulle entrate (non si improvvisano tagli di spesa in pochi giorni), ha dovuto sovrastimare gli effetti per far quadrare velocemente i conti, e ha dovuto raccogliere soldi dove poteva. Dopo poche ore, ha però rimesso pubblicamente tutto in discussione. Infine l’ultimo rimescolamento lunedì ad Arcore.
La vicenda della super-Irpef è emblematica. Sono consapevole di andare controcorrente, ma la super-Irpef era un’ottima idea: visto che qualcuno deve pagare, era il modo migliore, perché trasparente e progressivo, di far pagare tutti coloro (al netto dell’evasione) che possono permetterselo. E un reddito di 100mila euro può certamente permettersi qualche centinaio di euro in tasse extra. Ci si è inventati l’idea che l’Iva fosse meno iniqua e meno depressiva, anche se le imposte indirette sono sempre state considerate regressive, e fin da prima di Keynes è idea comune che i poveri spendano e consumino più dei ricchi, in proporzione al reddito. Ne è seguito un dibattito feroce su 670 milioni di euro di gettito netto, lo 0,04% del Pil, a fronte di quasi 2mila miliardi di debito pubblico e di una spesa pensionistica di 250 miliardi.
Per evitare la super-Irpef invisa al premier, e l’Iva invisa al ministro dell’Economia, il Governo ha introdotto lunedì una misura che lascia perplessi. Dopo aver tentennato per anni prima di alzare gradualmente di qualche mese all’anno l’età pensionabile delle donne a partire dal 2016, il Governo innalza di fatto l’età pensionabile di alcuni individui di 6 anni da un giorno all’altro.
Ma anche questo provvedimento, come quello sull’età pensionabile delle donne (100 milioni nel 2017!), è irrilevante da un punto di vista macroeconomico: 500 milioni (lo 0,03% del Pil), e a partire dal 2013. La realtà dunque è che per settimane l’Italia ha dibattuto ferocemente su Irpef, Iva e pensioni, con titoli cubitali sulla "macelleria sociale", per cifre inferiori allo 0,1% del Pil.
A tutto questo si aggiunga che i numeri della manovra erano molto probabilmente gonfiati. Le entrate da giochi dovrebbero aumentare di 1,5 miliardi; il doppio della super-Irpef, ma sebbene l’imbroglio legalizzato dei giochi ricada notoriamente in massima parte sulle fasce più povere e indifese della popolazione, nessuno ha detto niente. Fortunatamente, la cifra, come già in passato, è completamente inattendibile, a detta dello stesso Servizio studi del Senato. Così come, sempre secondo il Servizio studi, saranno difficilmente realizzabili i tagli di 3 miliardi (erano 6 prima di Arcore) agli enti territoriali, e di 6 miliardi ai ministeri.
Già in agosto la manovra era dunque probabilmente sovrastimata; dopo Arcore mancano all’appello altri miliardi. La soluzione è sempre la stessa (e non solo di questo Governo, a onor del vero): inasprire la lotta all’evasione, anche se, come è noto, ci vogliono anni per vederne gli effetti, ammesso che funzioni.
Cosa si sarebbe dovuto fare? Distribuire i sacrifici più uniformemente, coinvolgendo tutte le categorie. Per una questione di equità, ma anche di marketing politico; il Governo deve poter mostrare che, nell’ora dell’emergenza, non ha avuto riguardi per nessuno. Ecco degli esempi concreti, e quantitativamente rilevanti, con gli effetti ipotetici e largamente approssimativi (alcuni ripresi da un mio articolo con Luigi Zingales sul Sole 24 Ore del 13 luglio 2011).
e Eliminare i sussidi alle imprese: 5 miliardi. Anche le imprese devono partecipare ai sacrifici; e il Governo ne guadagnerebbe in credibilità nel confronto con i sindacati. In ogni caso, i sussidi alle imprese sono inutili e dannosi, perché annebbiano lo spirito imprenditoriale e alimentano clientelismo e corruzione.