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 2011  agosto 31 Mercoledì calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 172 - IL GRIDO DI DOLORE

Lei ha detto «...in caso di attacco austriaco...» Sì, l’alleanza tra Francia e Piemonte scattava solo se era l’Austria la prima ad attaccare e all’inizio sembrò che la lotta consistesse in questo: il Piemonte che provoca Vienna e Vienna che non abbocca. Il progetto di Massa e Carrara sarebbe entrato in funzione solo in primavera e Cavour dedicò gli ultimi mesi del ‘58 a far dispetti ai suoi nemici, con l’idea di arrivare alla rottura. Protestò in modo spropositato per l’arresto di un piemontese nel ducato di Modena. Cercò di mettere i bastoni tra le ruote a un trattato di commercio tra Vienna e Francesco V.

Gli austriaci non avevano capito...

In effetti gli austriaci non reagivano. Sulla storia del trattato di commercio diedero addirittura ragione al Piemonte.

Come mai?

Era l’effetto delle pressioni inglesi. Gli inglesi volevano ad ogni costo evitare la guerra. Pure era strano che gli austriaci non reagissero. I piemontesi avevano dato inizio a tutte quelle operazioni tipiche dei periodi prebellici, acquisto di cavalli e avena, richiamo di contingenti, ecc. Infatti i lombardi, i toscani avevano capito che il momento si avvicinava, nei caffè non si parlava d’altro. Poi ci fu la scena di Napoleone a Capodanno e il discorso di Vittorio Emanuele alla Camera.

Come mai Vittorio Emanuele parlava alla Camera?

Questo avveniva all’inizio di ogni nuovo anno. Prima però c’è la scena di Napoleone. Uno svolgimento fulmineo. In occasione degli auguri, il corpo diplomatico era stato riunito nel salone centrale delle Tuileries. Il nunzio aveva pronunciato un discorso pieno di appelli alla pace, a cui l’imperatore aveva risposto con parole di circostanza. Dopo aver passato in rassegna gli ambasciatori schierati e aver stretto la mano a ciascuno di loro, si trovò di fronte a Hübner, l’austriaco, e gli disse piano, ma non così piano da non essere udito: «Peccato che i nostri rapporti non siano buoni come vorrei. Comunicate tuttavia a Vienna che i miei sentimenti personali per l’Imperatore sono sempre gli stessi». E passò oltre. Non risultava che ci fosse stato un peggioramento nei rapporti tra i due paesi. Hübner era sbalordito. La frase fu poi detta e ripetuta in mille modi diversi, ma in tutte le versioni e interpretazioni manteneva il suo senso dirompente. La Borsa perse di colpo un punto.

E il discorso di Vittorio Emanuele?

Non era che il solito discorso della Corona, da leggere come ogni anno alla riapertura della Camera. Stavolta risultava più difficile perché, con l’eccitazione che c’era in giro, non poteva essere troppo insipido. D’altra parte era forse troppo presto per infiammare gli animi. Cavour, con l’aiuto di Massari (a proposito: Massari era ormai il suo portavoce o ufficio stampa), preparò un testo breve. Il re avrebbe manifestato soddisfazione per l’andamento dei lavori nella passata legislatura, avrebbe elencato i progetti di legge più significativi, le questioni relative all’amministrazione e alle finanze, e poi avrebbe concluso: « Signori Senatori, Signori Deputati, «L’orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno, ciò non sarà per voi argomento di accingervi con minore alacrità ai vostri lavori parlamentari. «Confortati dall’esperienza del passato, aspettiamo prudenti e decisi le eventualità dell’avvenire. «Qualunque esse siano, ci trovino forti per la concordia e costanti nel fermo proposito di compiere, camminando sulle orme segnate dal Magnanimo mio Genitore, la Grande Missione che la Divina Provvidenza ci ha affidata ». Avevano qualche dubbio su quest’ultima parte, forse il richiamo a Carlo Alberto era troppo forte. Mandarono il testo a Nigra, perché lo mostrasse a Napoleone e sentisse il suo parere. L’imperatore rimandò il discorso con l’ultimo capoverso tagliato e la considerazione: « Je trouve cela trop fort ...». Suggeriva una versione più lunga che cominciava: « Cet avenir ne peut être qu’heureux ...». «Ma è cento volte più forte!», gridò Cavour. Tradusse il testo di suo pugno, poi lo portò a Vittorio Emanuele. Il re fece altre correzioni e, dopo che ci ebbero lavorato in quattro o cinque, rilessero, parola per parola. Era fortissimo. « Quest’avvenire sarà felice, nostra politica riposando sulla giustizia, l’amore della libertà e della patria. Il nostro Paese piccolo per territorio acquistò credito nei consigli d’Europa perché grande per le idee che rappresenta, le simpatie ch’esso inspira. Questa condizione non è scevra di pericoli. Giacché nel mentre che rispettiamo i trattati non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi ».

Il grido di dolore.

Più leggevano e più sentivano che quel grido di dolore era come una dichiarazione di guerra. Sembrava impossibile che Napoleone volesse spingersi fino a quel punto. Cavour riunì il consiglio dei ministri. Lesse. Erano tutti contrari. Allora decise di chiedere conferma a Parigi: l’imperatore è veramente d’accordo sull’espressione «grido di dolore»? Arrivò la risposta di Nigra: sì. E così la mattina del 10 - 10 gennaio 1859 - il re lesse quel discorso con quelle parole. Scandalo, entusiasmo, emozione.