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 2011  agosto 31 Mercoledì calendario

Così i liberatori francesi aiutavano le spie del raiss - Mohammed Sahli, il ragazzino che fa la guardia in cima alla salita, dice che è successo ieri mattina, saranno state le undici

Così i liberatori francesi aiutavano le spie del raiss - Mohammed Sahli, il ragazzino che fa la guardia in cima alla salita, dice che è successo ieri mattina, saranno state le undici. Un’auto, due uomini. Uno che scioglie la catena che da marzo chiudeva il portone dell’ambasciata, entra, esce dopo qualche minuto, macchina e diplomatici se ne vanno subito. «Da quel momento - e Mohammed la indica lassù, sulla terrazza del secondo piano - mi sono accorto che c’era». La bandiera francese che sventola. La prima, nella Tripoli senza più Gheddafi. E basta quel tricolore biancorossoblù, questo frettoloso ritorno al numero 18 di Kheffia street, per l’annuncio ufficiale. Parigi ha battuto tutti e ha già riaperto la sua ambasciata. Non è proprio così, ma in questi casi conta mettere la bandiera. Hanno provato, ma invano, anche gli inglesi. Più o meno la stessa scena, e alla stessa ora, nel vialone che parte dal Radisson hotel, sul lungomare. «Erano in sei - li ha visti Diya, 24 anni, lo studente di ingegneria elettronica che li ha scortati, orgoglioso del suo kalashnikov comprato per duemila dinari, meno di mille euro -. Ma sono venuti solo per vedere i danni. Quando sono entrati quelli di Gheddafi hanno bruciato le macchine e tentato un’irruzione. Mi hanno detto che torneranno con la bandiera tra qualche giorno». Agli italiani va peggio, ambasciata inagibile, stanno cercando una sede provvisoria e la bandiera seguirà. «Merci France», «Merci Serkosi». Mohammed e gli altri ragazzini del quartiere di Gargaresh controllano che nessuno stacchi i loro disegni con i cuoricini appiccicati sul portone dell’ambasciata. E non capiscono questo viavai di chi cerca magari Antoine Silvan, il rappresentante di Francia presso il Consiglio Nazionale di Transizione, o il suo vice Pierre Sillan. A loro, almeno qui a Tripoli, proprio ieri sarebbero arrivate domande difficili e forse sgradite. Se sono arrivati primi nella corsa delle bandiere ora sono i primi anche in quella dei sospetti, dei compromessi con Gheddafi, degli aiuti al regime. Ha provveduto il «Wall Street Journal», con un servizio che inguaia una società francese. La solita brutta storia di spie, spioni e spionaggio. Con Gheddafi ossessionato da Internet, dalle mail e dalla tecnologia, che si rivolge ai manager della Amesys, azienda di informatica di Aix en Provence, da poco acquisita dalla Bull. Per mettere sotto controllo i 100 mila internauti di Libia. Per intercettare telefoni fissi e cellulari di 6 milioni di libici. Per la verità i francesi non sono gli unici. Il Wsj cita anche gli americani della Narus, gruppo Boeing; i cinesi della Zte; i sudafricani della VasTech. Nessuno ha smentito, finora. Solo sbrigativi «no comment». Ma i francesi di Amesys sembrano i più esposti. Un palazzo di sei piani, a Tripoli. A pianoterra la stanza del «Centro di controllo» e i manuali di istruzione della Amesys. C’era il sistema di protezione dagli assalti degli hacker, i pirati informatici, quello di intercettazione di mail e chiamate via Skype, quello per la censura dei filmati di YouTube. Il Grande Orecchio di Gheddafi made in France era tempestivo. Solo adesso si scopre che avevano ragione i genitori di due ragazzi che si erano insospettiti dopo il loro arresto, il 1˚ marzo scorso, a quattro ore da una loro telefonata via Skype: «Non so se è prudente che ci parliamo, forse ci intercettano anche così». Tra i 30 e i 40 milioni di ore di intercettazioni, telefonate in Libia e dall’estero. E le mail di chi da febbraio cominciava a pensare che Gheddafi fosse vicino alla fine. Come quella di due fidanzati, lui che scrive di temere l’arresto: «Stanno compilando le liste, forse è meglio che vada a nascondermi in qualche posto sicuro. Ti manderò un numero di telefono nuovo e riservato». Nella stanza al pianterreno lavoravano anche gli spioni di Abdullah Senussi, il temuto capo dei servizi segreti di Gheddafi. «Quello che avviene in queste stanze deve rimanere qua dentro. Se ne può parlare solo con il Responsabile», è l’ordine su un cartello. A metà febbraio Gheddafi voleva altre tecnologie di protezione, più rapide, ancor più sofisticate. Bashar Ejlabu, uno dei suoi esperti, aveva convocato a Barcellona i manager dell’americana Narus. «Riunione urgente», con i visti d’ingresso in Libia già pronti per il giorno dopo. Ma la risposta, come si legge nei documenti del Wsj era stata negativa, «non possiamo mettere in pericolo la reputazione della nostra società». Così al pianterreno hanno continuato con il sistema Eagle, l’aquila, per continuare a monitorare mail e traffico via Internet. Perché il pericolo, per un Gheddafi sempre più in difficoltà, veniva proprio da lì. Tra spionaggio e compromissioni questa è una storia che sembra solo all’inizio, e i prossimi capitoli potrebbero rivelare altri rapporti oscuri tra società, e non solo d’intelligence, proprio di Paesi che ora danno la caccia al Colonnello in fuga. La sua guerra contro Internet Gheddafi l’ha persa il 15 marzo, quando i libici non hanno più potuto collegarsi via computer. Non potevano immaginare che li aveva spiati grazie alla Amesys di Aix-les-Bains. E nella Tripoli senza più Gheddafi Internet è tornato solo da poche ore. Come la bandiera che sventola a Keffia street, sulla terrazza dell’ambasciata di Francia.