M. Bel., Il Sole 24 Ore 27/8/2011, 27 agosto 2011
SUBORDINATI E ATIPICI CON I CALZONCINI
Lavoratori subordinati. Un po’ atipici. Molto precari (in pratica, solo impieghi a tempo determinato), ma con ampia "autonomia" di movimento. Può riassumersi in questi tratti giuridici lo status dei calciatori professionisti. Uno status, peculiare, non c’è dubbio, ma pur sempre rientrante in un «contratto di lavoro subordinato», come sancito nel 1981, dalla legge n. 91.
È questa la legge quadro che fissa diritti e obblighi dei calciatori. I quali, dunque, sono vincolati a lavorare in esclusiva per un club e a rispettare le istruzioni tecniche e le prescrizioni impartite dalla società. Un obbligo che chiaramente riecheggia quello previsto dall’articolo 2094 del codice civile per tutti i dipendenti tenuti a sottostare alle direttive del datore di lavoro. Semmai per gli atleti questo obbligo ha un risvolto particolare nei confronti della "controparte". Perché se il calciatore ha diritto a che la società lo metta nelle migliori condizioni possibili per allenarsi – e si pensi a tutta la querelle sugli allenamenti separati dei fuori-rosa nell’ambito nel nuovo contratto collettivo – questo diritto non si estende alle gare.
I calciatori poi ricevono un compenso indicato al lordo e al netto. Una quota consistente del quale viene sempre più spesso collegata ai diritti d’immagine (gli spot con la maglia del team), e fino a un ammontare pari al 50% della parte fissa, a bonus di rendimento personale o di squadra. A ciò si aggiungono i premi corrisposti dal club per le vittorie. Tutto finisce comunque in busta paga e viene tassato dalle società come sostituto d’imposta (nei club di A al 43%). I calciatori ne ricevono una molto simile a quella di un qualsiasi dipendente. Salva una serie di aspetti. L’ingaggio totale è suddiviso per 12 mensilità (dunque, niente tredicesima o quattordicesima). Ci sono contributi previdenziali, versati all’Enpals: un contributo pari al 9%, calcolato però un massimale di 93.622 euro; un contributo ulteriore dell’1% sulla parte di ingaggio che va da 43.042 euro a 93.622; e un contributo di solidarietà sulla parte di stipendio che va da 93.622 a 682.622 pari all’1,2% (diviso fra sportivo e club). Il Tfr dei calciatori invece si chiama indennità di fine carriera e viene versata a un fondo della Federazione: la società paga il 6,25% della retribuzione annua e il professionista l’1,25. Ma anche in questo caso con un massimale di 93.622 euro. Ci sono poche norme del rapporto di lavoro subordinato da cui i calciatori sono "esentati" per ragioni "funzionali", come quelle dello Statuto dei lavoratori sull’uso delle telecamere e le visite mediche.
Solo in un caso il calciatore diventa lavoratore autonomo: quando indossano la casacca della Nazionale, infatti, Buffon e Pirlo, rinunciano a quella del dipendente.