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 2011  agosto 27 Sabato calendario

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’IVA

Più Iva, meno Irpef. Lo scambio di cui si discute in questi giorni - alleggerire alcune parti della manovra e mantenere i saldi aggravando le aliquote dell’Iva - riecheggia un "giusto mezzo" di cui si discute da molto tempo. Il "giusto mezzo" fra imposte dirette e imposte indirette.

Questo equilibrio ha anche e soprattutto un aspetto di equità: la saggezza convenzionale dice che le imposte dirette sono progressive - cioè fanno pagare ai ricchi più (più che proporzionalmente) rispetto ai poveri, mentre le imposte indirette sono regressive, cioè svantaggiano i meno abbienti. Tuttavia, questa distinzione è meno precisa di quanto sembri: nulla osta a che anche le imposte indirette possano essere rese progressive, modulando le aliquote dell’Iva a seconda del tipo di consumi più o meno voluttuari, o facendo pagare una maggiore tassa di circolazione, per esempio, alle auto di lusso.

Una maniera per andare a vedere se l’Italia sta nel "giusto mezzo" è quella di confrontarci con gli altri Paesi. E questo confronto suggerisce che in effetti l’Italia è sbilanciata: il peso delle imposte dirette (sui redditi dei privati e delle società) è nettamente più alto rispetto alla media dei Paesi dell’euro (e più alto anche rispetto agli Stati Uniti); mentre è più basso, anche se non di molto, il peso delle imposte indirette.

É bene allora riequilibrare i due bracci della bilancia? I pareri sono discordi. C’è chi è contrario, come l’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne, che tira l’acqua al suo mulino argomentando che aggravare l’Iva penalizza i consumi e quindi anche le vendite di auto. C’è chi è contrario perché teme che l’Iva vada a finire sui prezzi rinfocolando l’inflazione. E c’è infine chi vorrebbe aumentare il gettito Iva ma non aumentando le aliquote, che sono già, nel confronto europeo, relativamente alte; bensì lottando contro l’evasione dall’Iva.

Queste obiezioni sono passibili di contro-obiezioni. Sì, un aumento dell’Iva - peraltro non si parla di grossi aumenti ma di un aggravio pari a un punto percentuale - penalizza i consumi se è interamente riflesso sui prezzi. Ma, in condizioni di domanda debole, non è probabile che vada tutto a finire sui prezzi: può ridurre i margini oppure può incentivare a trovare economie lungo le catene di produzione e di distribuzione (sì, i famosi "sprechi" esistono anche nel settore privato!). Per quanto riguarda gli effetti inflazionistici, si tratta di un fattore una tantum che viene riassorbito dopo 12 mesi e quindi non attizza quelle aspettative di inflazione che sono il principale motore della dinamica dei prezzi. Una dinamica che in ogni caso in Italia e in Europa, come negli Stati Uniti, è in questi anni molto bassa, per ragioni strutturali.

E la lotta all’evasione? Se bisogna recuperare risorse sull’Iva non è meglio farlo con gli strumenti del contrasto all’evasione fiscale? In linea di principio, certamente sì. Ma le risorse provenienti dall’evasione fiscale fanno già parte della manovra, e in ogni caso non è corretto "spendere" fin d’ora i proventi della lotta all’evasione. Questi si possono utilizzare una volta realizzati, ma non a priori.

A favore di un aggravio dell’Iva, compensato da minori imposte dirette (o da non aggravi delle stesse) c’è un problema di competitività. Dato che il deterioramento della competitività italiana è una delle palle al piede che frenano la crescita dell’economia, uno scambio fra imposte dirette e Iva è favorevole in termini di competitività-prezzo: l’Iva non aggrava i costi di impresa, essendo deducibile, e non pesa sull’export. La ricetta classica per confortare la competitività è quella di una riduzione dei contributi sociali finanziata da un aumento dell’Iva: si riducono i costi delle imprese, gli effetti sui prezzi finali si compensano (meno costi e più imposta) e l’export guadagna. Ma di questa classica ricetta non c’è traccia nel dibattito attuale. L’aggravio ipotizzato dell’Iva avrebbe come contropartita non il taglio dei costi di produzione ma un’attenuazione del contributo di solidarietà o minori tagli ai Comuni.