Isabella Bufacchi, Il Sole 24 Ore 27/8/2011, 27 agosto 2011
MATTONE-BOND DI STATO PER ATTRARRE I RISPARMIATORI
Quando lo scorso mercoledì l’agenzia Moody’s ha tagliato il rating del Giappone, con un declassamento dalla "Aa2" alla "Aa3", l’impatto sui titoli di Stato giapponesi è stato praticamente nullo. La retrocessione era già scontata nei prezzi? Forse, ma il mercato ha dato un’altra lettura. «Il 95% del debito pubblico del Giappone si trova nelle tasche dei giapponesi», è stato il laconico commento degli operatori, convinti che una delle colonne portanti dell’affidabilità creditizia di uno Stato sovrano si trovi nella capacità di poter collocare i propri titoli di debito in casa propria. L’Italia negli anni ’90 - anche quando lo spread tra i BTp e i Bund era alle stelle - ha sempre potuto contare in asta sulla domanda proveniente dal risparmio degli italiani e soprattutto dei BoT-people, che detenevano ben oltre il 50% del debito pubblico negoziabile. Da anni la quota dei titoli di Stato in mano agli investitori privati italiani oscilla lievemente al di sopra o al di sotto del 10%: perchè i rendimenti in nuova emissione sono da parecchio tempo storicamente bassi e perchè le notizie sulle minacce di declassamento di rating e sulle impennate dello spread BTp/Bund fanno tremare i polsi a chi investe i risparmi di una vita. Prima della crisi del debito sovrano europeo, più della metà dei titoli di Stato italiani era posseduta da investitori stranieri: c’è chi stima che questa percentuale sia calata al 43% dopo l’ultimo scossone sul rischio-Italia, e comunque va contabilizzato dai primi di agosto l’elemento - senza precedenti - del possesso dei BTp da parte della Bce e del Sistema europeo di banche centrali tramite il Securities markets programme. La quota in mano agli stranieri rimane elevata e resta quindi un focolare acceso di tensione.
Far tornare il risparmio degli italiani in asta anche ricorrendo all’emissione di nuovi titoli di Stato è un tema in esplorazione di questi tempi al ministero dell’Economia, dove regna comunque sovrana la prudenza in fatto di novità dopo aver abituato il mercato per anni al conforto della più prevedibile routine in fatto di titoli di Stato ed aste. Tra le ipotesi prese in esame, ma che risulta siano rimaste nel cassetto, c’è stata quella di creare un nuovo titolo di Stato ancorato al patrimonio immobiliare pubblico. Ha preso quota l’idea di "vendere" gli immobili pubblici in uso governativo ai cittadini italiani, tramite il collocamento di quote di un fondo immobiliare costituito hoc. Una partita da 65 miliardi di euro. Il rendimento di queste quote verrebbe generato con il flusso degli affitti pagati dallo Stato sugli immobili a uso governativo: il tasso sarebbe calibrato al di sotto di quello dei BTp, con beneficio per le casse dello Stato, ma a un livello comunque appetibile per offrire una forma di pensione integrativa. Lo Stato verrebbe considerato un inquilino molto affidabile, che decide di pagare l’affitto ai suoi cittadini tramite strumenti d’investimento anche fiscalmente agevolati pur di dare un incentivo a integrare la pensione. Questi nuovi titoli di Stato, una sorta di Mattone-bond, sarebbero collocati tramite gli sportelli delle Poste: già in passato, infatti, tra gli addetti ai lavori sono circolate ipotesi di utilizzo degli uffici postali per collocare forme di debito pubblico alternative ai tradizionali Buoni fruttiferi e ai libretti postali che superano i 200 miliardi di euro.
I Mattone-bond potrebbero raccogliere 65 miliardi di euro complessivamente, e questa raccolta straordinaria potrebbe essere devoluta all’abbattimento dello stock del debito pubblico. Un segnale forte per i mercati, ma complementare all’avanzo primario e al pareggio di bilancio per rimettere comunque il debito/Pil sulla traiettoria della lenta ma inesorabile riduzione. Per allestire un maxi-fondo di immobili pubblici a uso governativo il Mef potrebbe impiegare uno o due anni: in attesa, un’operazione-ponte circolata tra le ipotesi allo studio sarebbe quella di un BTp convertibile in quote del fondo. Anche questa una novità assoluta, mirata ad attrarre quel risparmio degli italiani che di questi tempi rifugge la "carta" e preferisce puntare sulla solidità del mattone.
Ridurre il debito pubblico a colpi di nuovi strumenti finanziari collegati al patrimonio immobiliare pubblico potrebbe però non incontrare il favore di Eurostat, l’ufficio contabile e statistico dell’Unione europea che guarda sempre con grande sospetto le innovazioni finanziarie applicate al mondo della finanza pubblica. Altre formule in esplorazione per allargare la gamma dei titoli di Stato e attrarre il risparmio degli italiani prendono in considerazione l’emissione di titoli speciali "di scopo", fiscalmente agevolati per l’investitore privato, per una raccolta finalizzata agli investimenti in infrastrutture oppure in opere pubbliche. In nome dell’"interesse nazionale", un lasciapassare di questi tempi a Bruxelles, l’emissione di titoli di Stato fiscalmente agevolati può andare ben al di là della tassazione rimasta al 12,50% nell’ambito della riforma delle rendite finanziarie.