Gianni Toniolo, Il Sole 24 Ore 30/8/2011, 30 agosto 2011
EUROBOND GAMBA FISCALE DELLA UE, RUOLO DI SUPPLENZA PER L’EUROTOWER
Alexander Hamilton, il primo Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, morto prematuramente nel 1804 per le ferite riportate in duello con il vice-presidente Burr, occupa un posto di primo piano nella storia degli Stati Uniti per avere gettato le fondamenta economiche dell’architettura federale basandole su due pilastri: l’autonomia fiscale di Washington e la banca centrale. Non fu una battaglia facile quella di Hamilton contro la determinazione degli stati di difendere gelosamente le proprie prerogative in materia di tasse e banche. Una battaglia che, alla lunga, Hamilton vinse solo a metà: era morto da 32 anni quando il presidente Jackson riuscì a chiudere la banca federale, avversata dagli stati. Da allora, per oltre ottanta anni, il Paese rimase privo di una banca centrale, con un mercato monetario dipendente da Londra e una forte propensione alle crisi bancarie. La politica economica degli Stati Uniti rimase zoppa di una gamba.
L’Unione europea è zoppa dell’altra gamba, quella fiscale. Ha una banca centrale che ha saputo gestire piuttosto bene la crisi finanziaria ma l’Unione resta esposta alle conseguenze destabilizzanti per tutti i membri dei dubbi degli investitori sulla sostenibilità del debito sovrano di alcuni Paesi dell’area. Per affrontare questo problema, che - soprattutto per ragioni politiche - rischia di mettere in forse la stessa moneta unica, si sono susseguite proposte per la creazione di un Fondo monetario europeo abilitato a emettere proprie obbligazioni, eurobonds, garantite dagli stati membri.
Tra queste proposte, quella recente di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio é la più convincente. Invece di affidarsi solo a una garanzia collettiva, di non facile esecutività come mostrano le prese di posizione della Finlandia rispetto al debito greco, l’emittente degli EuroUnionBond conterebbe su un proprio capitale, in oro e titoli azionari, conferito dagli stati membri. Ciò renderebbe più credibile ai mercati l’intera operazione. Basterebbe? Anche in questo caso, il diavolo sta nei dettagli. Alcuni sono poco convincenti (come quello sulla valutazione del patrimonio del Fondo a prezzi diversi da quelli di mercato, evidenziato da Roberto Perotti e Luigi Zingales su questo giornale). Altri sono ancora vaghi (come il modo di rendere immediatamente e irrevocabilmente esigibile la garanzia dei singoli stati). Si tratta, comunque, di un’utile base di discussione.
La proposta va sostenuta da chi ritiene indispensabile dotare l’Unione monetaria della gamba fiscale, senza la quale la stessa gamba monetaria della Bce è obbligata a svolgere pesanti azioni di supplenza. È difficile peraltro immaginare come questa gamba possa essere costruita senza un passo analogo a quello compiuto a fine Settecento dal Congresso degli Stati Uniti, vincendo la riluttanza degli stati, conferendo anche al Parlamento di Strasburgo un autonomo potere di imposizione fiscale. Questo è, ovviamente, un passo molto lungo al quale nessuno è oggi preparato: è tuttavia importante cominciare ad affrontarlo partendo dagli eurobond. Nemmeno la loro creazione sarebbe, tuttavia, una breve passeggiata. Essi suscitano comprensibili entusiasmi nei Paesi altamente indebitati e altrettanto comprensibili resistenza in quelli che si considerano virtuosi. Incoraggia l’interesse di Osborne, Cancelliere dello Scacchiere del Regno Unito, ma il percorso politico per realizzare il bond europeo resta lungo e incerto.
È difficile dunque che il progetto di Prodi e Quadrio Curzio possa offrire quelle assicurazioni immediate e convincenti che sono necessarie per incoraggiare un flusso di capitali a tassi sostenibili verso i titoli di stato di Italia e Spagna. Ciò potrebbe non essere un male. Il troppo parlare di eurobond rischia di ridurre la tensione ad affrontare l’emergenza nella quale ci troviamo e dalla quale nessun dio straniero può farci uscire. Non ci sono più alternative a quella di mettere strutturalmente i conti dello stato lungo un sentiero permanentemente sostenibile di pareggio di bilancio. Lo si può solo fare bene o male, con le tasse o la riduzione delle spese, con l’equità o l’ingiustizia, con la mente rivolta alla crescita o sentendosi condannati alla maledizione del declino. A questo dobbiamo pensare nell’immediato, non all’eurobond quale deus ex machina. Una soluzione effimera che tamponasse temporaneamente la falla senza rifare la chiglia ci condannerebbe in poco tempo a un naufragio ancora più disastroso, con costi sociali che pochi oggi immaginano.
Dobbiamo finalmente convincerci che un debito superore al 100% del Pil è esso stesso un freno allo sviluppo, per le elevate tasse che impone, per gli alti tassi di interesse (con o senza eurobond), per le risorse trasferite ai réntiers (quasi 80 miliardi l’anno) invece che impiegate nelle infrastrutture o nel welfare. L’idea che nel lungo periodo la crescita dipenda da un’elevata spesa in disavanzo è negata dalla teoria e dalla storia economica. Keynes ne sarebbe inorridito. Credo davvero che se queste cose venissero spiegate autorevolmente e pacatamente, con lo sguardo al futuro e non alle beghe del presente, la gran parte degli italiani capirebbe e avrebbe, come in altri momenti della nostra storia, il coraggio di accettare i sacrifici necessari.
Continuiamo, dunque, a discutere di eurobond, a studiarne i dettagli: è un progetto importante per il futuro dell’Europa. Proponiamoli, intanto, agli altri Paesi il più sommessamente possibile finché non saremo più credibili avendo messo in ordine la nostra casa. Allora potremo dire che ci interessa l’Europa, non l’ennesimo pannicello caldo ai mali che non sappiamo curare da soli.