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 2011  agosto 30 Martedì calendario

SCHEDONE SUL CASO PENATI


Il 20 luglio 2011 la Guardia di Finanza si presenta a casa di Filippo Penati, vice presidente del consiglio regionale della Lombardia, con un decreto di perquisizione: dal 1994 al 2002 sindaco di Sesto San Giovanni, dal 2004 al 2009 presidente della Provincia di Milano, l’esponente del Pd è indagato dalla procura di Monza insieme al suo ex capo di gabinetto, Giordano Vimercati, e all’assessore al Bilancio di Sesto, Pasqualino Di Leva, il sospetto è che abbiano preso tangenti, circa due milioni di euro. Secondo il decreto di perquisizione firmato dal pm Walter Mapelli e dal procuratore Corrado Carnevali, i soldi sarebbero stati pagati «in relazione a interventi edilizi sui terreni dell’Area ex Falck e del Gruppo industriale Ercole Marelli e sulla gestione dei Servizi integrati Trasporti Alto Milanese». Soldi in parte pretesi (da qui l’accusa di concussione), in parte concordati per spartire appalti pubblici (corruzione), e infine dirottati nelle casse del Pd (finanziamento illecito ai partiti). Penati rilascia durante la giornata un unico commento: «Sono sereno, ringrazio il mio partito per il sostegno che mi ha immediatamente manifestato; non ho nulla da temere e sono certo che tutto verrà chiarito». Pierluigi Bersani, segretario del Pd dichiara: «La magistratura faccia il suo mestiere per accertare questa vicenda. Credo che alla fine sarà in condizione di verificare che sono cose senza fondamento» • Nato a Monza il 30 dicembre 1952, Penati «aveva cominciato una sfolgorante carriera politica negli anni Ottanta, come assessore a Sesto. Fu a lui che nel giugno del 1994 il centrosinistra si affidò per tentare un’impresa disperata: alle elezioni politiche di tre mesi prima Berlusconi e la Lega avevano fatto l’en plein anche nell’ex Stalingrado d’Italia, ma Penati si candidò a sindaco e contro tutte le previsioni vinse, se pure di misura. Poi fu una cavalcata, fino al trionfo che umiliò Ombretta Colli nel 2004. Anche se cinque anni dopo il presidente ricandidato fu sconfitto da Guido Podestà. Penati ci riprovò, perché così volle Bersani, nel 2010. Stavolta alle regionali. Il segretario lo convinse a candidarsi contro il potentissimo Formigoni. Perse ancora, ma come premio (oltre alla vicepresidenza del consiglio regionale) arrivò l’incarico di partito: braccio destro del segretario, grande visibilità nazionale. Durò poco. Dopo la vittoria di Pisapia alle primarie per il sindaco, Penati rassegnò le dimissioni da quell’incarico» (Rodolfo Sala, “la Repubblica” 21/7/2011).

Il 21 luglio 2011, ventiquattr’ore dopo il coinvolgimento nell’indagine per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, Filippo Penati, vicepresidente del consiglio regionale della Lombardia, si autosospende con una lettera: «Desidero ribadire la mia totale estraneità ai fatti. Per profondo rispetto dell’istituzione nella quale sono stato eletto e per evitare ogni imbarazzo al Consiglio mi autosospendo dall’esercizio e dalle prerogative di vicepresidente, certo che tutto verrà completamente chiarito e confido a breve» • Il primo accusatore di Penati è Piero Di Caterina («ci conosciamo dall’infanzia»), nato a Corato (Bari) il 14 maggio 1952, direttore generale della società di trasporti Caronte Srl di Sesto San Giovanni passato al contrattacco dopo che a metà 2010 si è improvvisamente ritrovato di fronte a pratiche amministrative congelate e appalti pubblici revocati: «Nel 2010, una delle sue società immobiliari cade nella rete della procura di Milano. È proprietaria di una piccola area all’interno dell’ex fabbrica Falck. Nel 2005 decide di venderla all’immobiliarista Luigi Zunino. Il prezzo d’acquisto e i pagamenti, secondo la procura, sono più che sospetti. Viene convocato dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Laura Pedio. Di Caterina racconta dieci anni di “rapporti” con Penati, svela dettagli che la procura di Monza ha minuziosamente riscontrato. Lui si continua a dichiarare “vittima di una concussione”. La causa scatenante del suo malumore sta nella revoca, avvenuta a maggio 2010, del contratto comunale con cui la Caronte si vede togliere la gestione del servizio per la linea 712 di trasporto extraurbano di Sesto. La società di trasporti “piange” anche 15 milioni. Una cifra importante che l’Atm, l’azienda dei trasporti milanese in cui ha anche una sua influenza la Provincia, si rifiuta di riconoscergli nella distribuzione degli introiti dei biglietti. Ma parla soprattutto del “sistema Sesto”. Di continue richieste di denaro per sbloccare pratiche edilizie, come le autorizzazioni per la ristrutturazione di un albergo, oppure del piano di Intervento integrato dell’area ex Marelli in cui la Caronte ha la sede storica. E racconta anche di richieste di denaro di due funzionari del Comune, per convalidare le modifiche al piano regolatore» (Emilio Randacio, “la Repubblica” 22/7/2011).

Oltre a Di Caterina, un secondo imprenditore ha raccontato ai magistrati il presunto giro di mazzette milionarie: Giuseppe Pasini, nato a Fossalta di Piave (Venezia) il 10 novembre 1930, ex proprietario dell’ex area Falck che alle ultime elezioni comunali è stato il candidato sindaco di Sesto del centrodestra (sconfitto da Giorgio Oldrini) sostiene di aver pagato, tra il 2001 e il 2002, 4 miliardi di lire (e altri di averne promessi) a Filippo Penati (attraverso due fiduciari dell’allora sindaco di Sesto, Di Caterina e Vimercati). La “stecca” - ha riferito ai pm Pasini - gli sarebbe stata chiesta per potere edificare sull’area che aveva acquistato nel 2000 dai Falck per 380 miliardi dell’epoca. Indagato per corruzione, il costruttore si difende sostenendo di avere subito pressioni e di essere stato costretto a pagare prima e a promettere altri pagamenti poi. «Perché - obiettano Vimercati e Oldrini e altri esponenti della maggioranza che governa Sesto - Pasini ha aspettato tutto questo tempo prima di parlare visto che - sostiene lui - tutto sarebbe iniziato nel 1999? E perché - dal momento che nel 2007 lo stesso Pasini si è candidato a sindaco sfidando Oldrini - anziché sparare le sue cartucce allora denuncia solo adesso?» (Paolo Berizzi, “la Repubblica” 25/7/2011) • «Cornuti e mazziati», è la spiegazione, Di Caterina e Pasini «hanno cominciato a vuotare il sacco» (Giovanni Pons, “la Repubblica” 23/7/2011).

Secondo Di Caterina le somme che riceveva da Pasini, per anni girate ai politici, non servivano solo a finanziare la federazione locale del partito. «Dal 1993, dal giorno della discesa in campo di Silvio Berlusconi, anche a sinistra il peso dei soldi in politica è diventato decisivo e il bisogno di finanziamenti è stata un’urgenza sempre più evidente: per questo i fondi per i quali il titolare della Caronte si fa intermediario, a suo dire, finiscono non solo nei rivoli del partito di Sesto, ma finanziano anche la federazione del partito milanese, le campagne elettorali e le spese delle sedi, fino alle manifestazioni pubbliche come feste e convegni. Per gli investigatori, c’è sproporzione tra le necessità della piccola federazione della “Stalingrado” del Nord rispetto ai miliardi, oltre 16, che finiscono al partito. Di Caterina dice ai pm di essere “sicuro” che le somme da lui anticipate finiscono a Penati: “Mi sarebbero state restituite in quanto era scontato che Pasini avrebbe pagato una tangente a Penati”. Racconta di “un conto estero in Lussemburgo, poi scudato, due versamenti” nel marzo 2011: il primo di un miliardo 425 milioni di lire e l’altro di un milione 85 mila marchi tedeschi, “il tutto per un milione 104 mila euro, importo corrispondente alla somma che Penati doveva restituirmi per dazioni di denaro fatte allo stesso fino al ’97”» (Sandro De Riccardis, Emilio Randacio, “la Repubblica” 26/7/2011).

«Fatto sta che anche quando diventa presidente della Provincia Penati continua a circondarsi degli stessi uomini che l’hanno sempre seguito nel suo percorso politico: il capo della segreteria Giordano Vimercati, il portavoce Maggi, la fedele segretaria. Uno staff che certo non viene ricordato con favore dagli addetti ai lavori e che gli impedisce di conquistare la fiducia dei gangli del potere milanese. Il vero fallimento di Penati è infatti politico: durante i cinque anni a capo della Provincia non è riuscito a costruire niente di duraturo, riuscendo a deludere anche tutti i sindaci dell’hinterland che lo avevano sostenuto nella grande marcia contro la Colli. Per contare qualcosa, infatti, Penati fa come tutti i predecessori, cerca di mettere le mani sulle partecipate. Parte l’attacco alla Serravalle, un’azienda, come tutte quelle autostradali, che macina soldi in quanto ha la fortuna di trovarsi in una delle aree più industrializzate d’Europa. Come primo passo Penati stringe un patto con il Comune allora governato da Gabriele Albertini, ma si capisce fin da subito che la convivenza tra i due sarà difficilissima. Uno è un privatizzatore, l’altro vuole rilanciare il ruolo del pubblico prima di portare la società in Borsa. E per raggiungere l’obbiettivo non esita a trattare con il nemico, nella più classica manovra di realpolitik. Acquistando il 15% della Serravalle in mano a Marcellino Gavio per 235 milioni, un prezzo enorme ma eguale a quello che Gavio aveva offerto ad Albertini per la quota del Comune, si attira addosso furiose polemiche. È il periodo della scalata Unipol alla Bnl e Gavio entra nella cordata bolognese alimentando così i sospetti di uno scambio di favori tra la sinistra affarista e il chiaccherato imprenditore piemontese. Con la maggioranza in mano spinge sull’acceleratore della Pedemontana, investendo soldi ed energie, ma il progetto della grande holding per le autostrade del Nord, presentato in pompa magna con tanto di sede faraonica e presidente di facciata (Giulio Sapelli), non è mai decollato. Appare un po’ spaesato quando entra a far parte del cda della Scala, viene a contatto con banchieri importanti, Corrado Passera in primis, ma sembra sempre subire la sua umile origine al cospetto dei grandi della finanza. Vorrebbe candidarsi per fare il sindaco di Milano ma il partito si spacca» (Giovanni Pons, “la Repubblica” 23/7/2011).

In una email datata 22 aprile 2010, Di Caterina rivendica la restituzione del denaro che ha versato negli anni al partito di Penati a Sesto. «Si rivolge allo stesso Penati e al manager del gruppo Gavio, Bruno Binasco (lo stesso che venderà la quota in Serravalle nel 2005 alla Provincia guidata da Penati). Di mezzo c’è la vendita di un’area con annessa cascina di cui Di Caterina si vuole disfare, dopo che le sue aziende vanno in sofferenza per i ritardi dei pagamenti di diverse municipalizzate. Secondo il racconto narrato in una pagina e mezza di missiva, Penati avrebbe “delegato” il gruppo Gavio a restituire il denaro, attraverso l’acquisto dell’immobile. Binasco, però versa solo la caparra da due milioni. Nel 2010, Di Caterina batte cassa, garantisce di aver incontrato il manager per ottenere la somma restante e di essere perfino stato minacciato nel caso avesse insistito per avere il saldo» (Sandro De Riccardis, Emilio Randacio, “la Repubblica” 26/7/2011).

Il 23 luglio 2011 Penati commenta con amarezza il caso giudiziario che lo coinvolge: «Mi pare totalmente contraddittorio e incivile affermare da un lato il principio di non colpevolezza dell’indagato e dall’altro ricostruire in modo parziale e unilaterale fatti ed episodi che solo le regole di indagine giudiziarie sono probabilmente in grado di effettuare». Intanto si parla di altri due indagati, il “re delle bonifiche” milanesi, Giuseppe Grossi e l’immobiliarista Luigi Zunino: «Stando a quanto è stato accertato dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia, Grossi avrebbe “prestato” a Zunino società a lui riconducibili. Da qui l’accusa di false fatture. L’immobiliarista, dal canto suo, avrebbe attinto da queste riserve occulte per versare tangenti ai politici di Sesto San Giovanni, per le modifiche del piano regolatore necessarie al recupero dell’area Falck. Da qui l’accusa di corruzione per Zunino. Una ricostruzione che i pm avrebbero accertato anche grazie agli esiti di rogatorie internazionali» (Emilio Randacio, “la Repubblica” 24/7/2011).

La procura ha quantificato il denaro che l’immobiliarista Luigi Zunino avrebbe messo a disposizione della politica, tramite le società estere del “re delle bonifiche” milanesi Giuseppe Grossi. «Seguendo la strada del denaro lungo le società riconducibili all’imprenditore (finito in carcere e ora sotto processo proprio per la bonifica dell´area di Santa Giulia), i magistrati hanno individuato 700mila euro di fondi neri, necessari per oliare la pratica relativa al recupero delle ex acciaierie di Sesto San Giovanni. La procura avrebbe trovato traccia documentale di diversi movimenti di denaro: attraverso due veicoli societari, l’immobiliare “Cascina Rubina” e la “Miramondo srl”. Con la prima che paga, la seconda che incassa ed emette le fatture, gira il denaro ad altre società all’estero, prima che i soldi vengano prelevati in contanti. Per la procura, il sistema di fatture false e società offshore era finalizzato ai pagamenti corruttivi per l’incremento volumetrico sull’area delle ex acciaierie Falck» (Sandro De Riccardis, Emilio Randacio, “la Repubblica” 26/7/2011).

Al 24 luglio 2011 le persone finite sul registro degli indagati della procura di Monza sono 20: «Tra queste, il nome di due è legato a doppio filo alla contestatissima scalata che la Provincia di Milano targata Penati effettuò nel 2005 per rilevare il 15% della società Milano-Serravalle. Operazione costosissima (235 milioni di euro), ma soprattutto criticata all’epoca anche per il discusso proprietario di quel pacchetto, Marcellino Gavio. Ora, su quell’operazione la procura di Monza getta pesanti ombre. Sul registro degli indagati, infatti, sono finiti Antonino Princiotta (l’accusa è corruzione), segretario generale di Palazzo Isimbardi in quel periodo, e Bruno Binasco, manager per una vita proprio delle aziende di Gavio. I contorni e le presunte responsabilità ruoterebbero dietro a passaggi di denaro estero su estero, ricostruiti attraverso una email da Piero Di Caterina. Il proprietario della società di trasporti sestese, la “Caronte srl”, ai magistrati Walter Mapelli e Franca Macchia, avrebbe addirittura raccontato di aver versato all’ex “amico di infanzia» Filippo Penati, tra i 20 e i 30 milioni di lire al mese a partire dal 1995» (Emilio Randacio, “la Repubblica” 25/7/2011). Penati si difende: «Contro di me solo accuse da un indagato che tenta così di coprire i suoi guai con la giustizia. Continuano le ricostruzioni parziali, contraddittorie e unilaterali indotte da altre persone coinvolte nella stessa vicenda giudiziaria e aggravate talvolta anche da una esposizione falsa nei fatti e nelle date di quanto avvenuto».

Pur ribandendo la «totale estraneità ai fatti che mi vengono addebitati», il 25 luglio 2011 Penati, già autosospesosi, si dimette da vice presidente del consiglio regionale della Lombardia e lascia tutti gli incarichi di partito, direzione cittadina provinciale e regionale del Pd («Faccio due passi indietro»).

Il 26 luglio 2011 Antonino Princiotta, ex segretario generale della provincia di Milano targata Penati indagato per corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, si difende in procura a Monza dalle accuse di Piero Di Caterina: ai pm Walter Mapelli e Franca Macchia, l’imprenditore ha detto di avergli pagato fino al 2008 tangenti per 100mila euro per risolvere a suo favore un contenzioso con l’Atm, l’azienda di trasporto pubblico milanese da cui vantava crediti per 12 milioni: «Princiotta davanti ai pm ha respinto ogni addebito. Sul contenzioso con Atm emergono dagli atti nuovi particolari, raccontati al pm Mapelli dallo stesso imprenditore, come una delle ultime delibere della giunta di Penati, con cui - siamo a gennaio 2009 - vengono sbloccati 12,8 milioni di euro per la Caronte. Un provvedimento, firmato proprio dal segretario generale Antonino Princiotta, impugnato da Atm e subito bloccato nel 2010 dalla nuova amministrazione Pdl guidata da Guido Podestà» (Sandro De Riccardis, “la Repubblica” 27/7/2011). Assume contorni più definiti anche il ruolo nell’inchiesta del Consorzio cooperative costruttori di Bologna, uno dei più potenti tra le coop rosse: «Questa volta è l’altro grande accusatore di Penati a parlare, il costruttore sestese Giuseppe Pasini, impegnato per anni nel progetto (fallito) di recupero delle ex acciaierie Falck. Pasini parla di uno dei massimi dirigenti del Ccc, il vicepresidente Omer Degli Esposti, che ora sarebbe indagato dalla procura. Rivela che sarebbe arrivato proprio dal numero due del Ccc l’invito ad assegnare due consulenze da 2,4 milioni di euro totali a Francesco Aniello e Gian Paolo Salami, anche loro indagati, fatturate alle loro due srl, Aesse e Fingest. Per la bonifica, Pasini ha raccontato ai pm di aver pagato quattro miliardi di tangenti a Penati, e che avrebbe subito le pressioni di Degli Esposti per assegnare anche gli appalti al Ccc. Pasini ha fatto notare ai giudici che ancora oggi il consorzio è partner della cordata, guidata dall´immobiliarista Davide Bizzi, proprietaria dell’area. Coincidenze su cui i pm indagano. Come sulle anomalie della supervalutazione della quota di azioni Serravalle di proprietà di Marcellino Gavio, scomparso nel 2009, acquistate dalla provincia di Penati. Un’operazione decisa ben oltre i confini del governo locale, come testimonia il fitto scambio di telefonate tra Bruno Binasco, braccio destro di Gavio, lo stesso Gavio, Penati e Bersani, intercettate nel 2004 dalla Guardia di Finanza in un’inchiesta poi archiviata. Con Bersani che chiama Gavio: “Ho parlato con Penati e mi ha chiesto dieci giorni per fare mente locale”; che dice ancora a Gavio di “cercare Penati per incontrarsi in modo riservato”, e poi ancora: “Vedrà che si trova un modo - dice Bersani - ora fermiamo tutto e fra una decina di giorni quando vi vedrete troverete un modo”» (De Riccardis).

La tesi di Pasini è che, imposte dai vertici del partito di Sesto San Giovanni come condizione «per compiacere la controparte politica nazionale», le cooperative rosse sarebbero entrate nell’affare della riqualificazione delle ex acciaierie Falck a costo zero: «È stato Luca Pasini, figlio di Giuseppe, a ricostruire in procura, il 21 marzo scorso, le fasi della vendita, dalle trattative fino all’accordo finale. “Fu Penati personalmente e insieme a Giordano Vimercati, nel corso dell’iter di approvazione del piano regolatore, a proporci l’opportunità che il nostro gruppo acquisisse l’area”. Un investimento importante, una superficie quantificata allora in 600mila metri quadrati. I Pasini ritennero “interessante” la proposta. “Soprattutto - continua Luca - quando ci fecero presente che la parte di edilizia residenziale convenzionata poteva essere affidata alle coop con le quali potevamo condividere i costi dell’affare”. Fu durante la trattative che comparirono Degli Esposti e Giampaolo Salami, il consulente imposto dalla Ccc: “Le coop avrebbero garantito la parte romana del partito”, avrebbe detto Vimercati e Pasini padre spiega come, cioè diventando “cessionarie di 300mila metri quadri dell’area”. Fu Omer Degli Esposti a promettere a Pasini “che avrebbe costituito un fondo destinato appositamente all’acquisto di tale porzione di area. Una promessa non mantenuta, anche se Pasini ne ha sempre richiesto il pagamento. Le coop fecero intendere che non avevano la disponibilità per pagare” e che tuttavia “il loro ingresso era condizione indispensabile”. Il passo indietro delle cooperative mette in grossa difficoltà l’immobiliarista sestese. Secondo la ricostruzione della procura, Pasini chiede alla banca un aumento del finanziamento per sopperire al venir meno dei capitali delle coop, un passo indietro che si riverberò anche nei rapporti con Agnello (altro consulente imposto dal Ccc). A lui era destinata una provvigione pari all’1% e incassò “un milione di euro invece che due” per il mancato impegno delle cooperative. “Mi sono determinato a versare questo denaro - dice Pasini - perché non potevo contraddire le coop se non rischiando di affossare totalmente l’operazione, e questo perché le cooperative emiliane sono il braccio armato del partito”. È così che, secondo l’accusa, vengono liquidate ai due consulenti indicati da Degli Esposti prima le quattro fatture da 620 mila euro l’una, poi un altro milione di euro, per un totale di circa 3,5 milioni. Una somma erogata per “operazioni inesistenti” insiste la procura, che alla fine sintetizza: “Stupisce come a fronte delle inadempienze del ‘socio emiliano’, Pasini riconosca loro il diritto a entrare in ogni caso nell’affare, senza chiedere corrispettivi né pretendere indennizzi, anzi pagando mediazioni inesistenti. La necessità di compiacere la controparte politica nazionale è l’unica ragionevole spiegazione”» (Sandro De Riccardis, Walter Galbiati, la Repubblica 30/8/2011).

Il 27 luglio 2011 la procura di Monza chiede ai colleghi milanesi gli atti dell’inchiesta sulla supervalutazione da parte della Provincia di Milano del 15% della Milano-Serravalle ceduta nel 2005 dall’imprenditore Marcellino Gavio, scomparso nel 2009, per chiarire un’operazione definita dalla Corte dei Conti «onerosa e priva di qualsiasi utilità»: «Cosa si nasconde - è la domanda dei pm - dietro il pagamento a quasi nove euro per azione di una quota acquistata pochi mesi prima da Gavio a circa tre euro per azione?» (Sandro De Riccardis, “la Repubblica” 28/7/2011).

Il 1° agosto si viene a sapere che durante la perquisizione del 20 luglio in casa di Penati sono state trovate diciassette banconote da 500 euro, una da 100 e 48 da 50 euro, per un conto finale di 11 mila euro. «Una cifra liquida considerevole, o un fatto normale per un esponente politico di primo piano? Al momento, l’unica cosa certa è che gli investigatori hanno etichettato il rinvenimento con la burocratica definizione di “perquisizione con esito positivo”» (Sandro De Riccardis, “la Repubblica” 2/8/2011). Il giorno dopo Penati dichiara: «I contanti non sono riconducibili ai fatti contestati. Ho quel denaro a disposizione per i miei viaggi in Italia e all’estero» (Sandro De Riccardis, “la Repubblica” 3/8/2011).

Il 25 agosto 2011 il gip di Monza Anna Magelli accoglie la richiesta dei pm Mapelli e Macchia per l’arresto dell’ex assessore all’Edilizia Pasqualino Di Leva e dell’architetto Marco Magni, indagati per episodi di corruzione relativi ad autorizzazioni edilizie a Sesto San Giovanni, ma risparmia il carcere a Penati e Vimercati: gli episodi di corruzione sono «numerosi e gravissimi», le tangenti sono state pagate a milioni, ci sono «gravi indizi di colpevolezza» e anche le «esigenze cautelari», ma le tangenti dell’imprenditore Giuseppe Pasini per gli appalti sulle ex aree Falck e Marelli e dell’altro grande accusatore Piero Di Caterina, sarebbero state pagate fino al 2002, e perciò l’accusa di corruzione è caduta in prescrizione. Nonostante questo, l’impianto accusatorio è confermato: per il tribunale, le dazioni ci sono state: «Che Penati abbia chiesto a Pasini il pagamento di una tangente di venti miliardi di lire è circostanza che emerge da plurime dichiarazioni convergenti» scrive il gip Magelli. La Repubblica: «Nelle telefonate intercettate dal Nucleo di polizia tributaria di Milano tra Penati e Di Caterina, il gip riconosce una “perdurante disponibilità, anche in epoca recente, da parte di Penati a intervenire nell’interesse di Di Caterina, per soddisfarne le richieste presso i pubblici amministratori”. La Caronte, l’azienda degli autobus di Di Caterina, ha difficoltà in alcuni comuni della provincia e l’imprenditore “minaccia di rivolgersi alla procura. Penati - ricostruisce il gip - rassicura il suo interlocutore dicendogli: ‘adesso io, adesso io, comunque la chiamo’, anche se precisa, con riferimento al sindaco di Cinisello, che ‘nessuno la governa, ti posso garantire che nessuno, che nessuno...’”» (“la Repubblica” 26/8/2011). Penati canta però vittoria: «Si sgretola e va ulteriormente in pezzi la credibilità dei miei accusatori. Nei giorni scorsi erano già apparse evidenti le contraddizioni e l’infondatezza delle ricostruzioni dei fatti unilaterali e falsi dei due imprenditori inquisiti, che sono il pilastro su cui si regge l’impianto accusatorio. Ora anche il gip ne ha riconosciuto l’inattendibilità, smentendoli nei fatti. Continuo a ribadire la mia totale estraneità ai fatti che mi sono addebitati».

Il 26 agosto 2011 i magistrati di Monza Walter Mapelli e Franca Macchia si appellano al Tribunale del riesame spiegando che Filippo Penati e il suo ex braccio destro Giordano Vimercati hanno commesso il reato di concussione e non, come ha sostenuto il giudice, di corruzione, ormai prescritto, e che perciò andrebbero arrestati. La tesi dell’accusa è che i costruttori Giuseppe Pasini e Piero Di Caterina sarebbero stati indotti con pressioni, anche se non costretti, a pagare, tanto basterebbe per qualificare il reato come concussione: «Pasini non è il gruppo Caltagirone, il costruttore dell’area il Vulcano, capace di tener testa alle giunte locali, o il gruppo Zunino, l’erede di Pasini nel controllo dell’area Falck che può trattare alla pari (per Luigi Zunino, il reato è la corruzione). Pasini è in una situazione di debolezza, perché oltre alle pressioni di Penati è sottomesso alle banche, in particolare Banca Intesa. “Un’opposizione alle insistenze di Penati e alle sollecitazioni della Banca per l’area Falck avrebbe comportato seri fastidi a Pasini nella realizzazione dell’intervento Marelli”, l’altro intervento a Sesto in cui Pasini era impegnato» (Sandro De Riccardis, Walter Galbiati, “la Repubblica” 27/8/2011).

Il 28 agosto 2011 Enrico Letta, vicesegretario del Pd, invita Penati a rinunciare alla prescrizione. Stefano Boeri, assessore alla Cultura del Comune di Milano, scrive su Facebook che «La vicenda giudiziaria che coinvolge Penati sta mettendo in luce comportamenti illeciti o comunque inaccettabili, radicati in una parte della politica milanese e lombarda».