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 2011  agosto 30 Martedì calendario

IL PAESE DEI BAMBINI OBESI. L’ITALIA PRIMA IN EUROPA —

Aeroporto di Linate, sabato scorso: una coppia italiana, con una bambina di due-tre anni, attende l’imbarco per Parigi. Il padre prende un biberon, lo riempie a metà di Coca Cola, diluisce con acqua (forse perché «pura» fa male?) e lo offre alla figlia. Che gradisce. Non ha finito: apre un pacchetto di patatine e glielo allunga. La bimba è magra, ma se questo è l’andazzo, avrà molte probabilità di andare a ingrossare le file degli italiani sovrappeso e obesi che, oggi, sono già una ventina di milioni.
Secondo il settimo rapporto dell’Istituto Auxologico di Milano sull’obesità, reso noto quest’anno, tra i 45 e i 64 anni, solo un uomo su tre è normopeso, mentre, per le donne, il rapporto è di uno a uno. Ma il guaio sono i bambini. A otto anni, età in cui si raggiunge il picco, il 36 per cento è in sovrappeso o obeso: un dato che ci fa guadagnare il primo posto in Europa per obesità infantile (nelle classifiche degli adulti, invece, non siamo messi male).
«L’obesità sta crescendo del 2,5 per cento ogni cinque anni, in maniera lineare — precisa Michele Carruba esperto di obesità e farmacologo all’Università di Milano — ma il fenomeno potrebbe esplodere con il contributo delle nuove generazioni».
Il problema dell’obesità affonda le sue radici negli anni Cinquanta: da allora gli italiani hanno cominciato a modificare la loro dieta e a ridurre l’attività fisica. In America è nato prima e già nel 1943 la Metropolitan Life Insurance Company, una compagnia di assicurazioni, aveva introdotto tabelle di riferimento (riviste nel 1983) su peso e altezza, di uomini e donne, «desiderabili»: desiderabili o «ideali», come poi sono stati definiti, perché erano legati a un minore rischio di mortalità.
«Anche oggi — precisa Carruba — quando si dice che l’indice di massa corporea (un parametro che mette in relazione peso e altezza) o la misura della circonferenza della vita sono normali significa che sono correlati al più basso rischio di andare incontro a malattie o addirittura di morire per le complicanze dell’obesità».
Il peso (corporeo) degli italiani, dunque, è in crescita: colpa del cambiamento delle abitudini alimentari, ma soprattutto della mancanza di attività fisica dovuta, a partire dagli anni Cinquanta, al miglioramento dei trasporti, del riscaldamento (al caldo si consumano meno calorie, mentre l’aria condizionata fa ingrassare perché spinge a mangiare di più), di certe condizioni lavorative che richiedevano grandi sforzi fisici. L’obesità non è soltanto un problema estetico, ma mette a repentaglio la salute. È, infatti, causa di diabete, di ipertensione, di artrosi, di malattie respiratorie e di patologie cardiovascolari (come è stato più volte sottolineato al congresso dell’European Society of Cardiology in corso a Parigi).
Non esiste nemmeno il cosiddetto «paradosso dell’obesità», secondo il quale alcuni obesi vivrebbero più a lungo di coetanei normopeso, soprattutto quando hanno superato i 65 anni: uno studio, presentato a Parigi da Clara Carpeggiani del Cnr di Pisa, spiega questa maggiore sopravvivenza con il fatto che questi pazienti vengono trattati più aggressivamente, per malattie spesso legate proprio all’obesità, rispetto agli altri.
«I danni provocati dall’eccesso di peso — dice ancora Carruba — si presentano dopo un certo periodo di tempo e, se si diventa obesi da bambini, le complicazioni arriveranno prima e ridurranno le aspettative di vita di una persona». Come arginare allora il fenomeno dell’obesità perché non si trasformi da epidemia a pandemia nel nostro Paese? Non tanto con le tasse sulle bibite, come ha appena deciso il governo francese, ma con l’educazione. «Un’indagine condotta a Milano — dice ancora Carruba — dimostra che il problema è anche culturale: i figli di persone senza titolo di studio hanno il doppio di probabilità di essere obesi rispetto ai figli dei laureati».
Adriana Bazzi