Fabrizio Caccia-Maria Teresa Natale, Corriere della Sera 30/08/2011, 30 agosto 2011
IL GIALLO DEI TRE ITALIANI IN LIBIA- GUARDIE DEL CORPO O MERCENARI?
«Non siamo spie, né agenti segreti, né mercenari». La barba lunga, il viso provato di chi è sfuggito all’inferno libico, i tre italiani liberati a Tripoli vogliono spiegare. Rientrati in Italia dopo un mese passato nelle galere di Gheddafi, Antonio Cataldo, Vittorio Carella e Luca Boero sono stati interrogati ieri dagli agenti del Ros. Avventurieri con una formazione paramilitare, contractor senza esperienza, figure sul confine sottilissimo tra guardie del corpo con compiti di difesa e combattenti «mercenari»? Quattro ore d’interrogatorio, in una caserma dei carabinieri della Capitale, lasciano molti interrogativi ancora aperti.
Si definiscono «addetti alla sicurezza privata», «indipendenti». Nessuna agenzia alle loro spalle. Nessun rapporto con i servizi d’intelligence. «Eravamo partiti per trovare lavoro come guardie del corpo». Il loro teatro operativo, la Tunisia. «Dovevamo presentare un progetto di sicurezza al Ministero dello Sport di Tunisi» spiegano. Perché, allora, il 23 luglio erano nella zona di confine dove sarebbero stati venduti agli uomini del Raìs? «Non sapevamo nemmeno di essere finiti in Libia, lì i confini non ci sono più. Non ci siamo capiti con chi ci accompagnava. Anziché portarci nel posto stabilito l’autista continuava a vagare nel deserto e noi pensavamo di essere ancora in Tunisia. Ci siamo ritrovati nelle grinfie dei gheddafiani senza neanche accorgercene».
Le truppe fedeli al Colonnello li trasferiscono a Tripoli nel terribile carcere di Abu Salim, storico simbolo della repressione del regime, dove resteranno fino al 21 agosto. I tre uomini racconteranno di essere stati maltrattati, picchiati, legati. Fino all’arrivo dei ribelli che aprono le porte della prigione e segnalano la presenza dei detenuti italiani.
Cinque giorni dopo, Antonio Cataldo di Chiusano San Domenico, Vittorio Carella di Peschiera Borromeo e Luca Boero di Genova fanno capolino nell’hotel dei giornalisti nella capitale libica, il Corinthia. Finalmente in salvo. Con tanto di stivali e zaini militari.
Dopo un viaggio di trentasei ore a bordo di una nave che li ha portati a Malta, ieri pomeriggio sono stati trasferiti in aereo a Roma, dove li aspettavano i carabinieri del Ros e gli investigatori della Digos. La Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Pietro Saviotti e al momento senza ipotesi di reato, per fare luce sui motivi che li hanno spinti in Libia nella fase più torbida e pericolosa del conflitto.
Dall’Italia il mondo degli addetti alla sicurezza prende le distanze dai tre «cani sciolti», dei quali si cerca ora di ricostruire il percorso. Secondo fonti consultate dal Corriere almeno uno di loro, Antonio, il 27enne della provincia di Avellino che si guadagna da vivere facendo l’idraulico e il meccanico, avrebbe frequentato un corso di addestramento militare in un campo nei boschi della Roveta, sulle colline di Scandicci vicino a Firenze. Già mesi prima dello scoppio della rivolta contro Muammar Gheddafi, all’alba della Primavera araba, circolava nell’ambiente la voce che, oltre alle attività di simulazione di azioni tattiche e strategiche di combattimento, lì si reclutassero squadre da inviare in Libia con presunti compiti di affiancamento delle truppe regolari del Raìs. Indiscrezioni che, se fossero confermate dalle indagini, aprirebbero scenari inquietanti. I titolari del campo hanno rifiutato di commentare.
Fabrizio Caccia
Maria Serena Natale