Davide Frattini, Corriere della Sera 30/08/2011, 30 agosto 2011
IL «POTERE MORBIDO» DELLO SCEICCO DEL QATAR E DI SUA MOGLIE MOZAH —
Mustafa Abdel Jalil è stato ricevuto come il capo di Stato di uno Stato che ancora non c’è. La banda ha suonato il vecchio inno «Libia, Libia, Libia» (silenziato da Muammar Gheddafi) e innalzato la bandiera dei tempi di re Idris (stracciata da Gheddafi): i simboli che i ribelli hanno riesumato dopo quarantadue anni. Con il cerimoniale da presidente e l’invito nel palazzo dell’emiro, il Qatar ieri è stato ancora una volta il primo Paese arabo a riconoscere che il Consiglio nazionale di transizione è transitorio solo nel nome.
Le milizie che controllano le strade di Bengasi indossano le mimetiche regalate da Doha, parte di quei quattrocento milioni di dollari in aiuti offerti dalla piccola nazione del Golfo. Che adesso vuole raccogliere le ricompense della partita di dama (il passatempo antico che i qatarini alla moda stanno rispolverando nei caffè) giocata da Hamad bin Khalifa Al Thani. Lo sceicco ha mosso le pedine del suo esercito e impegnato praticamente tutta l’aviazione (otto sui dodici Mirage in dotazione) a fianco dei jet Nato che bombardano le postazioni del regime. Le forze speciali si sono mischiate ai rivoltosi sulle montagne di Nafusa per coordinare l’attacco finale a Tripoli. Ed è sempre il Qatar a spingere perché venga organizzata una forza multinazionale di pace da schierare in Libia: l’emirato metterebbe a disposizione gli 8.500 soldati che formano le sue truppe. «Malgrado le dimensioni minuscole — scrive Spencer Ackerman su Danger Room, il blog militare della rivista Wired — ha dato il sostegno più efficace alla rivolta. Già inondato dei dollari provenienti dai giacimenti di gas, non ha forse bisogno del mercato libico che si apre. Le sue società otterranno comunque contratti per la ricostruzione: non male per una nazione più nota per l’emittente satellitare che per la fierezza marziale».
Con la crisi libica, Doha ha iniettato steroidi nel potere morbido e mediatico già conquistato attraverso Al Jazeera. Quando Hosni Mubarak e i pezzi cascanti del regime egiziano accusavano i dimostranti di essere pilotati dall’estero, pensavano ai giornalisti del canale globale piuttosto che agli agenti segreti occidentali. Le dirette dalle piazze in tumulto hanno esaltato le rivolte arabe e irritato i dittatori. In Siria i dimostranti urlano «Vogliamo Al Jazeera» (è bandita dal Paese) e in Yemen gli slogan sui muri proclamano «Al Jazeera è parte della rivoluzione».
L’emirato ha sostenuto i ribelli libici nei momenti più difficili. In aprile li ha aiutati a mettere sul mercato un milione di barili di petrolio che hanno fruttato quasi 129 milioni di dollari ai combattenti anti-Gheddafi, quando rischiavano di restare senza soldi e munizioni. «L’emiro è stato addestrato all’accademia di Sandhurst — ha commentato Blake Hounshell della rivista Foreign Policy —, ha una mente militare e sa che il suo Paese è indifendibile. Così ha cercato strategie creative per renderlo più sicuro». Al Jazeera e la diplomazia (qualche volta muscolare come a Tripoli e Bengasi) sono le sue armi. «L’obiettivo è garantire al Qatar un peso geopolitico molto più grande delle sue dimensioni», dice Mustafa Alani del Gulf Research Centre al quotidiano britannico Guardian.
Il Paese è riuscito a mantenere un ruolo di mediatore. Ha buoni rapporti con l’Iran (con cui condivide un giacimento di gas in mare) e ospita la più grande base aerea americana nel Golfo. L’ascesa ha indispettito i regnanti sauditi, che hanno costretto l’emiro ad allinearsi e a inviare i soldati in Bahrain, assieme alle altre nazioni del Consiglio di cooperazione, per sostenere il governo contro le manifestazioni pro-democrazia.
L’interventismo di Doha ha irritato anche quell’Algeria che ha dato ospitalità alla famiglia di Gheddafi. I giornali accusano il Paese rivale di voler portar via i campioni di calcio che giocano in Europa. Il fondo d’investimento dell’emirato offrirebbe contratti milionari e la cittadinanza per rafforzare la nazionale in vista dei Mondiali del 2022 che si giocheranno negli stadi qatarini rinfrescati dall’aria condizionata.
Assieme ad Al Jazeera, l’altro potere morbido è in famiglia. Mozah Bint Nasser Abdullah Al-Missned influenza le decisioni del marito-emiro e lo avrebbe convinto a proteggere la città dove ha studiato da ragazzina. Il padre la mandava per mesi ospite del socio libico e a Bengasi la sheika ha imparato anche la rabbia contro Gheddafi.
Davide Frattini