Stefano Montefiori, Corriere della Sera 25/8/2011, 25 agosto 2011
Nel 1958 Alain Delon, giovane attore sconosciuto e di belle speranze, all’aeroporto di Parigi con in mano un mazzo di fiori che non sapeva come tenere, accolse Romy Schneider in arrivo da Vienna
Nel 1958 Alain Delon, giovane attore sconosciuto e di belle speranze, all’aeroporto di Parigi con in mano un mazzo di fiori che non sapeva come tenere, accolse Romy Schneider in arrivo da Vienna. Già affermata, con lui avrebbe girato il film L’amante pura. Appena lo vide chiese a sua madre che la accompagnava: «Chi è quel tipo?». Lo trovò «troppo bello, troppo giovane, troppo pettinato». Si innamorarono. Stettero insieme per cinque anni durante i quali lui imparò qualche parola di tedesco. La chiamava Puppelé, piccola bambola, non le scriveva mai lettere ma solo bigliettini, come quello che mise fine alla loro relazione, nel dicembre 1963, lasciato accanto a un mazzo di rose: «Sono in Messico, con Nathalie. Ciao. Delon». Anche lontani, non si dimenticarono mai l’uno dell’altra. La Schneider sul suo diario nel 1977 scrisse: «L’uomo più importante della mia vita resta Delon. Quando ho bisogno di lui, è sempre pronto a tendermi la mano. Ancora oggi, Alain è l’unica persona sulla quale possa davvero contare. Correrebbe in mio aiuto in qualsiasi momento. Alain non mi ha mai abbandonato a me stessa, né oggi né ieri». Lui dichiarò di avere un grande rimpianto nella vita: non averla sposata. Quando il 29 maggio 1982 fu trovata morta a Parigi, nella casa del suo fidanzato, il produttore Laurent Petin, Delon le scrisse una lunga lettera d’amore, pubblicata sul Paris Match: «Ti guardo dormire. Sono accanto a te, sei vestita di una lunga tunica nera e rossa, ricamata sul petto. Sono fiori, credo, ma non li guardo. Ti dico addio, il più lungo degli addii, mia Puppelé. Non guardo i fiori ma il tuo viso e penso che sei bella, e che forse non lo sei mai stata così tanto. Per la prima volta nella mia vita - e nella tua - ti vedo serena, in pace. Come sei calma, come sei bella. Sembra che una mano abbia dolcemente cancellato dal tuo viso tutte le angosce. Ti guardo dormire, dicono che sei morta. Penso a te, a me, a noi. Di che cosa sono colpevole? Ci si pone una domanda simile davanti una donna che si è amata e che si ama ancora. Ieri ancora eri viva. Era notte. Appena rientrati a casa hai detto a Laurent “va’ a dormire, vengo tra poco. Resto un po’ con David ascoltando musica”. Facevi così ogni sera... Volevi restare sola con il ricordo di tuo figlio morto, prima di andare a dormire. Riposati. Sono qui, vicino. Ho imparato un po’ di tedesco, grazie a te. Ich liebe dich. Ti amo. Ti amo, mia Puppelé». Non andò al funerale, prima della sepoltura le scattò tre foto, che ancora oggi porta sempre con sé.