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 2011  agosto 30 Martedì calendario

Sorpresa, c’è uno scrittore che racconta il Male - Sorpresa,c’èunoscrittoreinIta­lia. Si chiama Andrea Tarab­bia e, incredibile, non si occu­pa di precariato, immigrazio­ne, operai, media , berlusconismo

Sorpresa, c’è uno scrittore che racconta il Male - Sorpresa,c’èunoscrittoreinIta­lia. Si chiama Andrea Tarab­bia e, incredibile, non si occu­pa di precariato, immigrazio­ne, operai, media , berlusconismo. Sitie­ne anche alla larga da piccoli riscatti di provincia, saghe regionali o condomi­niali o famigliari o ombelicali, campa­gne pugliesi, laziali e toscane. Ne Il demone a Beslan (Mondadori, pagg. 350, euro 18,50) Tarabbia prende la mira e spara all’obiettivo più grosso: capire cosa è il male, dando voce a Nur­paschi Kulajev ( nel romanzo Marat Ba­­zarev), l’unicosopravvissutodeiterrori­sti che, tra il 1˚ e il 3 settembre 2004, se­questraronoemassacrarono334perso­ne, metàdellequalibambini,nellascuo­la Numero 1 di Beslan, Ossezia del Nord,repubblicaautonomadellaFede­razione Russa. L’impresa è da far tremare il calamo, essendo disseminata di rischi: trasfor­mare un criminale in eroe; stravolgere laStoriaoalcontrarioappiattirsisudies­sa; buttarla in sociologia spiccia, bana­lizzando una tragedia. E all’inizio del li­bro­proprioquest’ultimoscivolonesem­brainagguato. IllettoresegueinfattiMa­rat alle prese con altri massacri: quelli perpretati dall’esercito«imperialista»(i russi) ai danni dei Ceceni, indifesi inclu­si. Poi ritroviamo l’indipendentista Ma­rat ( che racconta le vicende dal carcere, dopo il suo arresto) pronto a unire le for­zeconifondamentalistiislamici. Ilmale subitogiustificadunquel’atrocevendet­ta? I figli senza madre possono lasciare altre madri senza figli? Nella contabilità di Marat, secondo il quale il male si può misurare, certamente sì. Ma col proce­dere delle pagine entrano in campo al­­trevoci, tracuiquelledellevittime;el’or­rore appare solo osceno, insensato. Alla fine, Tarabbia lascia capire al lettore quanto i conti non tornino: il male non si può misurare, Marat ha torto. Così il sensodiquestolibro, cosìdurodalascia­resenzafiato, èriassuntoperfettamente dall’epigrafe. Ne trascrivo una parte, uno splendido (e famosissimo) passo dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij: «E se le sofferenze dei bambini saranno servite a completare quella somma di sofferenze che era necessaria a riscatta­re la verità, io dichiaro subito che tutta la verità non vale un simile prezzo». È bello vedere uno scrittore italiano osare tanto e spingersi in un territorio giàdissodatointempirecentidaaltriau­tori al­le loro prime prove importanti co­me Tarabbia. Vengono subito in mente due titoli: Le benevole ( Einaudi, 2007) di Jonathan Littell e Zona (Rizzoli,2011)di Mathias Énard. Littell entrò nella testa diunaSSecifecesprofondareinunabis­so di abiezione, in cui il Male è praticato come una consapevole abitudine. Énard entrò nella testa di uno spietato excombattentecroato, poiriciclatosico­me spione, e ci fece capire quanto talvol­ta sia difficile tracciare la linea di confine traBeneeMale. Entrambigliautorisiso­nomisuraticonlaStoria, comehadovu­to fare Tarabbia (Littell al punto da reg­gereil­confrontoconespertidellaSecon­da guerra mondiale; in quanto a Énard, Zona può essere letto per capire cosa sta succedendo nei Paesi Arabi interessati dalle rivolte). Sorpresa,c’è uno scrittore in Italia. Alessandro Gnocchi *** Intervista Andrea Tarabbia: «Non condivido le idee del mostro, ma neppure di chi l’ha catturato» - Mille persone in ostaggio per tre giorni di sequestro in una scuola, 334 morti di cui oltre la metà bambini, colpevole un commando di 32 terroristi separati­sti ceceni di cui uno, uno solo si salva. Questa la cronaca della strage di Be­slan che sconvolse il mondo nel 2004 e anche il contesto di storia recente in cui si svolge il racconto del terrori­sta «sopravvissuto», Marat Bazarev, nel romanzo appena pubblicato di Andrea Tarabbia, Il demone a Beslan (Mondadori, pp. 360, euro 18,50). Pa­tron del giovane autore un palato dif­ficile come Antonio Moresco, che per primo ne ha riconosciuto «la lon­ta­nanza dai modelli letterari che van­no per la maggiore ( l’immediata rico­noscibilità, il carattere informativo, la duplicazione, il “realismo”,ecc.)»; primo capitolo pubblicato a giugno su Nuovi Argomenti : le premesse sembrano inappuntabili per il secon­do romanzo di Tarabbia, classe 1978, russista di studi e professione, esor­dio nel 2010 con La calligrafia come arte della guerra (Transeuropa). Ipotizziamo un percorso non tipi­co per i giovani narratori italiani: la ricerca, faticosa, approfondita, minuziosa, prima di entrare nella testa del Male rispettando la se­quenza dei fatti. È stato così? «Mi è venuto in mente di scrivere questo romanzo nel 2005. Ho scritto la prima riga, “Sono l’uomo che cam­mina con la forca e la tiene attaccata alla cintura” tre anni dopo. Il lavoro di ricerca è stato lungo e approfondi­to: ho raccolto e studiato tutti gli arti­coli che sono riuscito a trovare sui fat­ti in lingua inglese, italiana e russa. Con svariati problemi per la docu­mentazione in lingua russa. Perché su Beslan Mosca ha fatto scattare la censura e c’è stato l’affaire Khodorko­vsky, accusato di finanziare i terror­i­sti in quanto nemico giurato di Putin. Ho studiato tutti i libri e gli articoli del­la Politkovskaja, tutti i reportage di Peace Report , la storia del Caucaso, i lavori di ricerca di basi letterarie e do­cumentaristiche sulla vita carcera­ria, che occupa oltre la metà del libro. E poi i miei riferimenti letterari: Do­stojevski, le lettere dal carcere di Sa­de, Melville.L’ho fatto per sentirmi li­bero di scrivere un romanzo senza di­re stupidaggini sull’accaduto. E poi mi sono posto un problema etico e mi sono arenato di nuovo». Cioè? «330 persone morte di cui più della metà bambini.Tichiedi: “Che diritto ho io di scriverne?”. Poi ho scoperto che di quella cellula di terroristi di cui si millantava lo sterminio, uno era sopravvissuto. Nurpaschi Ku­lajev. Ha ammesso la colpa, è stato processato in maniera frettolosa, cre­d­o sia in carcere a Mosca e ovviamen­te non ne uscirà più. Nessun contatto con la stampa e con il mondo ester­no. Era un’occasione narrativa im­possibile da rifiutare. Ho pensato: gliela do io una voce’». Una voce a un terrorista omicida di bambini? Non ha pensato: «Che diritto ne ho?». «Non bisogna fare l’errore prelimi­nare di credere che voglia giustificar­lo o fargli fare la parte del buono. Io non ho dato voce al vero terrorista. Gli ho cambiato il nome e l’ho fatto di­ventare un personaggio. Gli ho dato una laurea in lettere, letture occiden­tali. Non ho preso un terrorista e so­no entrato nella sua testa. L’ho fatto uscire dal carcere ed entrare nella mia». Avercelo reso affascinante non la preoccupa? «Specifichiamo una cosa: io sono innamorato di Marat Bazarev. Ci ho gravitato attorno per anni. Ma non sto dalla sua parte, così come non sto da quella di Putin. Detto questo tutti i discorsi che lui fa sull’esistenza del male sono modi miei per inquadrare la situazione in questo modo: Marat è un mostro, i suoi amici sono dei mo­­stri, ma anche quelli che sparano in una palestra dove ci sono mille perso­ne sono dei mostri. Quando violia­mo l’innocenza siamo tutti uguali». Lo dichiara già con la sua epigra­fe, tratta da I fratelli Karamazov. Ma fare letteratura è sufficiente per ergersi a giudici? «Non ho né forza etica né faccia to­sta di fare il giudice. Non ho reso Ma­rat un personaggio affascinante per portare i lettori dalla parte dei terrori­sti. Ma nel romanzo il personaggio si evolve e se qualcuno se ne innamora o lo sente vicino si evolverà con lui». Per arrivare dove? «Alla nemesi. Nel romanzo Marat parte cattivo. Il discorso con il prete lo cambia. E lui inizia a lasciarsi mori­re: comprende l’ingiustizia del male fatto, nonostante le buone motivazio­ni per cui lo ha fatto. E arriva all’am­missione di colpa e alla redenzione ». Stefania Vitulli