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 2011  agosto 30 Martedì calendario

IL CASO DI FILIPPO PENATI NELLE CRONACHE DEI GIORNALI

Il caso di Filippo Penati è un caso politico-giudiziario enorme e che quindi non avrebbe dovuto essere sottovalutato. È enorme perché:

1) il giro di supposte tangenti da lui riscosse ha proporzioni gigantesche dato che esse hanno raggiunto, negli anni, una somma stimata in 9 milioni di euro.

2) Penati non era un politico di second’ordine (un Primo Greganti qualunque), ma ha rappresentato, per il Pd, la punta di diamante per la riconquista del Nord e, in particolare, della Lombardia.

3) Penati infatti aveva già strappato la Provincia di Milano al Pdl, in un momento in cui il partito di Silvio Berlusconi aveva in mano tutto e cioè sia il Comune di Milano, sia la Provincia di Milano, sia la Regione Lombardia, rimettendo così, grazie al suo indubbio carisma, il Pd nel gioco dei poteri locali lombardi che, fino a quel momento, gli erano sfuggiti tutti, per di più nella regione, la Lombardia, che è la più industriale e moderna e ricca del Paese.

4) Per questo motivo, il Pd lombardo e soprattutto quello nazionale (per iniziativa chiara, esibita e compiaciuta del segretario Pierluigi Bersani) aveva candidato Penati alla conquista della Regione Lombardia, dove si ricandidava per la quarta e ultima volta un Roberto Formigoni, inevitabilmente logorato, si pensava, dall’abitudine nel ruolo.

Alcuni pronostici del Pd davano per certa la vittoria di Penati in Regione e improbabile quella Pisapia in Comune. È successo esattamente l’opposto. Per fortuna del Pd, si potrebbe dire ora.

5) Ma siccome Bersani (lo disse pubblicamente) riteneva che Penati fosse un modello per sé oltre che per il partito, essendo lui l’uomo adatto per la «reconquista» del Nord senza il quale non si governa il Paese, il segretario del Pd chiamò Penati a Roma, mettendolo a capo dalla sua segreteria politica nazionale, cioè facendo pubblicamente, di Penati, il «numero due del partito», il suo braccio destro, l’uomo che gli avrebbe proposto e poi tradotto in atti la sua politica.

Questi sono i rilevantissimi risvolti politici di questa vicenda giudiziaria. Una vicenda che – sui media – non avrebbe quindi dovuto essere sottaciuta, minimizzata, e sommersa da altri fatti di ben minore rilievo, ma che invece, fino a venerdì scorso, 26 agosto, è proseguita stancamente, nella pagine interne dei giornali, posposta a risibili beghe di palazzo e sommersa da vicende irrilevanti.

Ma, da venerdì 26, i media non potevano più far finta di non capire che cosa stesse succedendo. Il gong che avrebbe dovuto sollevarli dal torpore è stato fragorosamente e doverosamente suonato, sul piano cronistico, dal Corriere della Sera, che ha pubblicato in prima pagina, non solo la notizia che il Gip di Monza non aveva accolto la richiesta dei pm della custodia cautelare ma che, nel motivare la sua posizione, aveva anche scritto che Penati era un «delinquente matricolato». E anche questa frase (altro chapeau per il Corsera) è finita nell’occhiello di prima pagina. Il Corsera, in questo caso, non ha sollevato polveroni polemici ma ha solo illustrato i fatti a beneficio dei suoi lettori. Quello stesso giorno tutti gli altri giornali avevano un profilo basso, su questo tema. Pazienza, i buchi si prendono e si danno. Ma il giorno dopo, sabato 27, quando della vicenda era informato anche il postino di Pescasseroli, la Stampa relegava la vicenda Penati a una manchettina di una sola colonna in fondo alla prima pagina che faceva riferimento a un servizio collocato a pag. 20 e al quale è stato dedicato lo stesso spazio che, nella pagina successiva, è andato alla richiesta di Prodi di fare il referendum sul sistema elettorale (notizia, questa, che, peraltro, ItaliaOggi aveva già dato in esclusiva il giorno prima).

Stupisce ancor di più che, sempre sabato 27, rispetto alla Stampa che aveva dedicato al caso Penati pienamente esploso solo una colonna in prima pagina, il Giornale (che di solito si getta a pesce, su questi fatti, soprattutto quando riguardano la parte politica ad esso avversa) questa volta abbia riservato a Penati un minuscolo e ben mimetizzato richiamo di piede in prima pagina, di solo una colonna e mezza.

Libero invece, che anche lui era partito lento e impacciato su questa vicenda, sabato scorso, soprattutto per merito di quel grande inchiestista che è Franco Bechis, si è gettato a capofitto sull’argomento, cucinando su di esso una decina di pagine molto documentate. Il Fatto quotidiano, che sulle vicende giudiziarie dei politici di maggioranza ha costruito le ragioni del suo successo (tant’è che gli avversari feriti e gli amici invidiosi, dicono che sia un quotidiano «manettaro»), ha dato alla vicenda Penati molto più spazio di quante gliene abbia concesso la Stampa ma lo ha anche trattato con evidente imbarazzo, non affrontandolo in ciò che esso è, ma in rapporto alle malefatte del Pdl come se le malefatte dell’uno potessero giustificare o attenuare le malefatte dell’altro. Insomma, il Fatto questa volta ha morso con la gengiva. Peccato. Per lui, si intende.