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 2011  agosto 30 Martedì calendario

Bengasi, la libertà in stampa - A un certo punto un giornalista chiede al console italiano, Guido De Sanctis: «Secondo lei in Libia si dovrebbe adottare una legge antifumo?»

Bengasi, la libertà in stampa - A un certo punto un giornalista chiede al console italiano, Guido De Sanctis: «Secondo lei in Libia si dovrebbe adottare una legge antifumo?». Ragazzi e ragazze alle prime armi. Autisti e traduttori che all’improvviso sono entrati in contatto con gli inviati di tutto il mondo arrivati in Libia da febbraio, con lo scoppio della rivoluzione e della guerra. E hanno cominciato a masticare le prime regole del mestiere. Alcuni di loro hanno partecipato anche a un corso di giornalismo a Pesaro. Alcuni di loro sono già diventati un pungolo per i rivoltosi che qui a Bengasi da sei mesi sono al potere. Sete di notizie Saranno ormai 120, 130 le testate di giornali, quotidiani, settimanali, mensili, bollettini di associazioni, fogli di partito nati come funghi dopo la rivoluzione del 15 febbraio scorso. Dopo quaranta e passa anni di vuoto, di assenza di informazione libera la Libia ha sete di riconquistare velocemente il tempo perduto. C’è Internet e ci sono le televisioni. Al Jazeera e i quattro, cinque canali libici aperti all’indomani della rivoluzione, televisioni combattenti e militanti, che fanno cronaca (di guerra) e molti dibattiti e collegamenti. Ashraf Athammeh è un ragazzo giordano. E’ qui per conto della «Arab broadcast services», la società che fornisce pacchetti di programmazione, mezzi e uomini per le televisioni arabe appena nate: «Prima della rivoluzione c’era il deserto. Tripoli è la capitale della Libia, Bengasi è la capitale della rivoluzione». Il giornale storico Nella vecchia sede dove si concentra tutto, dalla direzione e l’amministrazione, alla redazione e alla tipografia, i figli dell’editore di «El Hakika», «La verità» - giornale fondato nel 1964 da Mohammed B. el Houni e dal fratello Rashad e chiuso nell’ottobre del 1971 dal colonnello Gheddafi - da giugno hanno ripreso le pubblicazioni. Nabil e Samir, figli di Mohammed, mostrano la collezione dei vecchi numeri del giornale. Quello del 9 aprile del 1970, ha in pagina una foto di Gheddafi. Vendeva 5000 copie al giorno, «La verità», chiuso perché «non corrispondeva alle aspettative della rivoluzione». Oggi si riparte da quattro, cinquecento copie. «Il nostro giornale - racconta Nabil - vuole diventare un punto di riferimento indipendente». Gli occhi cadono sul numero del primo agosto: «Nubi accompagnano l’uccisione di Abdel Fattah Younis». Younis, l’ex comandante militare dei rivoltosi, ucciso a Bengasi. L’altro giorno il presidente del Cnt, Mustafà Jalil ha parlato di Younis come di «una vittima di una cospirazione che ha quasi bloccato la rivoluzione». E per le strade manifesti con la foto del generale tappezzano la città: «La Libia non ti dimenticherà». Nabib el Houni dice che quello di Younis «è il primo omicidio politico eccellente della Libia liberata. E la sua responsabilità ricade sul Cnt». Un editoriale sostiene che i rivoltosi «non dobbiamo chiamarli rivoluzionari ma liberatori perché stanno liberando la Libia». La testata è un pezzo di storia del Paese. Una intera leva di intellettuali, scrittori, poeti si è formata con e su questo giornale e la sua riapertura rappresenta un fatto simbolico per la rinascita della Libia: «Il nostro programma è sempre lo stesso, quello con il quale mio padre e mio zio furono spinti ad iniziare questa avventura decenni fa : essere una fucina di idee in grado di suscitare un dibattito», dicono i figli del fondatore. Cultura e impegno Si chiama «Meaden», «Le piazze», è un settimanale culturale che già combatte per non chiudere. Sulla copertina di uno degli ultimi numeri, una chitarra. Un numero monografico sulla canzone politica nel mondo arabo. C’è anche un articolo su Mikis Theodorakis. Murad El Huni, collaboratore della rivista, ha vissuto anche a Roma. Fa il giornalista di professione, negli anni di Gheddafi lavorava per varie testate di regime ma nello stesso tempo era un membro clandestino del Fronte nazionale (Fnls). Oggi dice: «Meaden è stato fondato da Ahmed Feturi, scrittore, poeta e giornalista che Gheddafi aveva incarcerato per 12 anni. Dall’inizio della rivoluzione, la canzone politica è diventata la sua colonna sonora. Non sono cantanti affermati ma giovani alle prime uscite». Una delle canzoni che va per la maggiore si chiama «Rimaniamo qua». E’ stata scritta in carcere. Un laboratorio di novità «Bengasi - racconta Murad - è un laboratorio molto interessante. Qui si sperimenta il mondo nuovo, la Libia che sarà. Un mio parente che lavora nella sicurezza mi ha detto che da quando è iniziata la rivoluzione sono finite le rapine e gli omicidi. Nessuno assalta più le banche». Ventata di aria nuova. L’euforia e l’ottimismo della città, che sta vivendo una straordinaria primavera, passa anche attraverso il fiorire di giornali, riviste e bollettini. E’ un anticipo di quello che sarà la nuova Libia? Tripoli capitale della Libia e Bengasi quella della rivoluzione?