Enzo Ciaccio, Lettera43 27/8/2011, 27 agosto 2011
GOMORRA CITY
Cronache di ordinaria follia in diretta da Gomorra city, cioè da quella Casal di Principe che non è solamente il paese di origine del coordinatore pidiellino per la Campania, Nicola Cosentino, bensì pure e soprattutto la terra senza legge del clan dei Casalesi, cui lo scrittore Roberto Saviano ha assegnato il titolo di banda criminale più pericolosa d’Europa.
Le ha riferite in un’intervista a Lettera43.it l’ex sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, che nonostante abbia abbandonato la carica di primo cittadino dopo l’omicidio del parroco antimafia don Peppe Diana (1994) è restato nel mirino delle bande mafiose locali e ha continuato a non seguire il consiglio di farsi i fatti suoi a dispetto dei ripetuti avvertimenti ricevuti.
«Qui la scorta non serve», ha spiegato, «i boss, secondo i pentiti, avevano deciso di uccidermi, poi di eliminarmi in un finto incidente stradale e infine hanno indicato a tre consiglieri comunali di passare all’opposizione costringendomi alle dimissioni».
DOMANDA. È stato definito un luogo «in libertà limitata», dove se si va a bere un caffè «è meglio evitare di scegliere il bar sbagliato». Che paese è oggi Casal di Principe?
RISPOSTA. Le telecamere della videosorveglianza sono fuori uso da mesi ma nessuno interviene. Lungo il corso principale hanno distrutto le fogne e i marciapiedi borbonici in pietra di piperno: ora in centro è vietato passeggiare, il Comune si è arreso alla camorra perfino sull’isola pedonale.
D. Cosa significa che «si è arreso»?
R. Da sindaco, avevo ingaggiato una battaglia con i boss che non tolleravano i paletti sistemati in strada per recintare la zona pedonale. In gioco c’era il predominio sul territorio: fui minacciato, mi scaricarono di notte i paletti sotto casa e perfino un camion carico di letame. Ma vinsi la battaglia.
D. Tutto bene, allora.
R. Mica tanto. Appena fui costretto a dimettermi, quei paletti vennero tolti. E addio isola pedonale. Le giunte successive non l’hanno più proposta.
D. Dicono che qui la vita valga «quanto un fascio di cavolfiori». Sottoscrive?
In 20 anni sono stati ammazzati 750 uomini. E poi: giunte comunali sciolte per camorra, sindaci e assessori finiti in carcere. Dopo di me, dal 1995 a oggi, ha amministrato sempre il centrodestra di Cosentino, il coordinatore campano del Popolo della libertà (Pdl), senza mai concludere il mandato.
D. E i partiti di sinistra?
R. A Casal di Principe la sinistra è sparita dal consiglio comunale: la sezione locale del Pd è stata chiusa. Dopo le ultime elezioni è partita un’inchiesta sulla compravendita dei voti. La squadra di calcio dell’Albanova, azzerata dalla magistratura, è stata gestita per anni da uomini vicini al clan.
D. Perché mettere le mani anche sullo sport?
R. Dopo la promozione in serie C1, ottenuta secondo i pentiti minacciando arbitri e giocatori avversari, i boss organizzarono cortei di protesta contro il sindaco, che ero io, accusandolo di non voler finanziare i lavori di adeguamento del campo. La gente, suggestionata dai boss, issava cartelli con la scritta «A morte Natale».
D. Come andò a finire?
R. Scesi in strada tra i manifestanti, contro il parere dei Carabinieri. A fatica, il Comune trovò i fondi per il campo sportivo. Ma le aziende specializzate, vincitrici della gara d’appalto, rifiutarono la commessa senza mai spiegare il perchè. Ora, al posto dell’Albanova, c’è una scuola-calcio sulla cui gestione c’è chi nutre perplessità.
D. Il 70% dei giovani qui è senza lavoro. Quale futuro è immaginabile?
Il blocco dell’economia criminale sta paradossalmente producendo effetti disastrosi sull’economia, specie quella edilizia. Idem per l’agricoltura, avvelenata dalle discariche; e non ultimo per la mozzarella di bufala.
D. Vuol dire che è stato un errore confiscare i beni ai boss?
R. Certo che no, ma ora occorre una seria proposta di sviluppo economico che offra risposte sul territorio da discutere con lo Stato. Per farlo, ci sarebbe bisogno di una classe dirigente trasparente e credibile, che invece manca.
D. Un parroco, don Carlo Aversano, ha detto che «qui il popolo manca sempre e da sempre» e che se don Peppe Diana, il sacerdote ucciso dalla camorra quando lei era sindaco, avesse letto il libro Gomorra lo avrebbe bruciato. È d’accordo?
R. No. Il documento firmato da tutti i parroci su sollecitazione di don Diana, intitolato In nome del mio Popolo, era, come Gomorra, un duro atto di denuncia. Da sindaco, a Roberto Saviano avrei già offerto la cittadinanza onoraria.
D. Don Diana è stato un martire. Come quanti altri?
R. Davvero troppi. Per quattro decenni abbiamo vissuto una vera e propria Resistenza alla camorra, che continua. Ricordo imprenditori come Domenico Noviello, ucciso perchè non pagava il pizzo. O Federico del Prete, che faceva attività sindacale fra i venditori ambulanti ricattati dai clan. O ancora Antonio Cangiano, sindaco di Casapesenna: fu gambizzato, ha vissuto su una sedia a rotelle e poi, dopo l’amputazione, riverso a pancia in giù sul letto. È morto di recente.
D. Sembrano racconti di un paese in guerra.
R. Sì, però qui è come lavorare l’argilla: la realtà pian piano si modifica tra le mani. Mi riferisco agli 800 ragazzi venuti quest’anno da tutta Italia a lavorare con l’associazione «Libera» nei terreni confiscati. O alla Nco, che significa Nuova cucina organizzata ed è animata da un gruppo di ragazzi che, insieme ai disabili, fa da mangiare con successo nella vicina san Cipriano.
Ma penso anche alla sartoria sociale nata da una struttura di Pupetta Maresca, la vedova che uccise per vendicare il marito boss. Stiamo organizzando un «Museo della memoria» per ricordare gente come Tammaro Cirillo, un operaio edile ucciso dai boss: un eroe, che nessuno cita mai.
D. I beni confiscati: da anni lo Stato promette più finanziamenti perchè siano riutilizzati.
R. Se le iniziative nascono, è soprattutto per merito della società civile. Nonostante il sindaco di Trentola, per esempio, che ha sfrattato di recente la Comunità di Capodarco da una casa confiscata a un killer pentito.
O il comune di Castelvolturno, che ha chiesto indietro le chiavi di un bene confiscato.
D. Qual è un atto politico secondo Lei urgente?
R. Capire che fine fanno le montagne di soldi sequestrate ai boss nelle banche e dirottarle a fini sociali.
D. Qual è la sua opinione sulla fiction di recente programmata da Mediaset sul clan dei Casalesi?
R. Ci tranquillizza la consulenza chiesta al magistrato Raffaele Cantone e la partecipazione alla sceneggiatura del parlamentare europeo Claudio Fava.
Inquieta invece l’idea di non girare scene a Casal di Principe e il non sentire il bisogno di confrontarsi con chi, da parroco o da sindaco, ha conosciuto don Peppe Diana e sa come sono andate le cose.
D. Perchè rifiuta la scorta?
R. Bisogna far finta che tutto vada bene, battersi senza sentirsi martiri né eroi. Se mostri paura, da qui te ne vai. O ti sottometti. La scorta non serve a niente.
Faccio il medico, curo gli immigrati ma in ambulatorio vengono anche molti familiari di camorristi. Guardano il cartello con su scritto «No alla camorra» e chinano la testa. Mi fanno pena: sopravvivono a forza di ansiolitici per mantenersi in equilibrio. A Casal di Principe vedo infelicità diffusa.
D. Anche lei è infelice?
R. Io non prendo mai pillole. E mi sento sereno.