Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 28 Domenica calendario

IN MESSICO IL PAESE DEGLI ORFANI

«Caro Gesù, fa che smettano di spara­re. E, se puoi, dacci un po’ di cibo in più che non ne abbiamo». Juan (il nome è di fantasia) affida la sua preghiera al qua­derno che gli ha regalato padre Antonio. Il sacer­dote ha chiesto ai bambini della parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe di Palomas, nello Stato di Chihuahua, di scrivere e disegnare su un blocco i loro pensieri, paure, desideri. Subito i pic­coli hanno afferrato carta e penna e si sono mes­si all’opera: hanno ritratto pistole, cadaveri, stra­de vuote. La realtà in cui vivono, appunto. Il Nord del Messico è ormai zona di guerra, anzi di “nar­co­guerra”. Il massacro di giovedì al Casinò di Monterrey, in cui hanno perso la vita 52 persone, è solo l’ulti­mo di una lista infinita. Da quando, nel 2006, è co­minciata l’offensiva del presidente Calderón con­tro i “signori della droga” e questi hanno reagito con una furia inaspettata, la violenza ha travolto il Paese. Trasformandolo in una nazione di vitti­me – oltre 43mila – e orfani. I piccoli che hanno perso i genitori nella narcoguerra sono almeno 12mila, dice la Commissione messicana per i di­ritti umani. Secondo le Ong sarebbero oltre il dop­pio: 30mila, di cui quasi la metà nel solo Stato di Chihuahua. Una “generación perdida” e mar­chiata a fuoco da una guerra che ufficialmente non esiste.

Come il piccolo Juan. Che, nel quaderno di padre Antonio, accanto alle immagini dei morti, ha scrit­to ossessivamente una sfilza di «basta». Non ha altro modo per dirlo. Perché nella sua città, Puer­to Palomas, a una sessantina di chilometri da Ciu­dad Juarez, nel Nord del Messico, l’unica legge in­violabile è quella del silenzio. «È la prima cosa che avverti quando arrivi – spiega ad Avvenire Victo­ria Tester, volontaria statunitense dell’associa­zione La Luz de la Esperanza Outreach –: l’as­senza di rumore ha un suono agghiacciante. La strade sono deserte, la maggior parte delle case vuote. E anche quelle abitate hanno le persiane chiuse: la gente si rende invisibile perché ha pau­ra.

Di che cosa? Dei narcos». Palomas è lo specchio perfetto del Messico “ai tempi della narco-guerra”. Una “città di orfani”: i tre quarti dei 3mila abitanti rimasti sono bimbi, a cui la violenza ha strappato uno o entrambi i ge­nitori. Situata proprio sull’autostrada che da Jua­rez conduce agli Usa, Palomas è punto nevralgi­co del conflitto. Le bande rivali di Sinaloa e Jua­rez se la contendono per garantirsi un prezioso corridoio attraverso cui far filtrare la cocaina nel lucroso mercato statunitense. Le stragi intenzio­nali di civili sono un’arma comune per terroriz­zare la popolazione e ”far terra bruciata” al ne­mico. Ecco perché chi può scappa: cinque anni fa, la cittadina contava 12.500 abitanti. L’anno scorso ne rimanevano 5mila. Ora ce ne sono a malapena 3mila e l’esodo continua. «Uomini non ce ne sono quasi più: chi non è morto è andato a lavorare altrove, dato che la violenza ha paraliz­zato l’economia – continua Victoria –. Qui resta­no solo anziani e bambini». I campi di cipolle rosse e peperoncino – princi­pale risorsa della zona – sono quasi tutti abban­donati. Persi i mariti, le donne da sole non rie­scono a mandarli avanti e così, affidano i piccoli a un parente o un’amica, e partono nella speran­za di poterli mantenere almeno a distanza. «Ogni giorno qualcuno se ne va. E il numero dei bimbi soli cresce. Per fortuna la solidarietà tra chi resta è molto forte: ho visto una famiglia dare l’unico uovo sodo ai figli dei vicini senza più genitori», di­ce Victoria. La donna vive dall’altro lato del con­fine, nella gemella Usa Columbus. Nel dicembre 2009, ha risposto a una richiesta di aiuto di E­speranza Lozoya, fondatrice di La Luz: il sindaco di Palomas era stato appena assassinato, la vio­lenza dilagava e nessuno voleva correre il rischio di avventurarsi nella città per portarvi i pacchi di cibo che l’associazione raccoglieva oltreconfine per distribuirle agli orfani. Victoria si è offerta di fare da “corriere” e da allora fa su e giù lungo la frontiera. «Lo so, è pericoloso. Spesso, per la stra­da mi imbatto in corpi smembrati. Però da quei pacchi dipende la sopravvivenza di oltre 2mila bimbi».

Che non rischiano solo di morire di fame. Fino a qualche tempo fa, i piccoli erano intoccabili an­che per i criminali. Ora, nemmeno più questo: massacrare i bimbi è parte della strategia dei nar­cos per terrorizzare la popolazione. Secondo i da­ti del governo, solo nel 2009 – ultimo anno per cui sono disponibili cifre – sono stati ammazzati 1.180 adolescenti. Spesso, inoltre, le gang reclutano i minori come “manodopera” criminale a basso costo: si parla di almeno 30mila baby-narcos. I più giovani hanno appena 10 anni e, in genere, hanno già alle spalle diversi omicidi. Perché or­mai nella narcoguerra messicana la distinzione tra carnefice e vittima è sempre più sfumata.