CLAUDIA MORGOGLIONE , la Repubblica 28/8/2011, 28 agosto 2011
KENNETH BRANAGH
La prima confessione è spiazzante: Kenneth Branagh ha la sindrome di Peter Pan. Altro che Shakespeare. L´ultimo paladino della tradizione letteraria britannica, il più appassionato divulgatore cinematografico e teatrale dei classici, l´erede naturale di Laurence Olivier spiega subito che, nella vita reale, tra lui e gli eroi tragici creati dal Bardo non c´è alcuna somiglianza. E che invece l´unica figura immaginaria in cui si identifica è quella del ragazzino volante che non vuole crescere, e che si ostina a combattere i pirati su un´Isola che non c´è. «Ho cinquant´anni, ma mi sento ancora come se ne avessi sette. Sono rimasto il bambino che sedeva nei banchi di scuola, avido di conoscere, di fare nuove esperienze. Eternamente giovane. Come uomo, e come artista, la cosa che mi interessa davvero è lo stupore». E per fare un esempio concreto, cita un episodio che incarna la sua personale idea di felicità: «È successo durante un mio ultimo soggiorno hollywoodiano. Passeggiavo in dicembre su Rodeo Drive, la via del lusso e dello shopping, che in quel momento era sorprendentemente vuota: c´era solo qualcuno che intonava una canzoncina natalizia… È incredibile, ma quei pochi passi a piedi in uno scenario così insolito sono stati uno dei momenti più strani, entusiasmanti, sconvolgenti della mia esistenza».
Un inizio di conversazione che fa intuire come Branagh tenga a non restare intrappolato nella propria leggenda. Quella di enfant prodige dello spettacolo anglosassone, del figlio di un carpentiere approdato giovanissimo alla Royal Shakespeare Company, del regista e attore che a partire dagli anni Novanta ci ha fatto conoscere, o amare ancora di più, Molto rumore per nulla, Pene d´amor perdute, Come vi piace, Enrico V, Amleto. Certo, durante il nostro incontro - nella saletta riservata di un hotel romano affacciato su Trinità dei Monti - il regista non sminuisce affatto l´importanza che ha per lui il teatro classico. Ma mostra la varietà e la vastità dei suoi interessi: «Sono nato e cresciuto a Belfast - spiega, con un pizzico di humour - piove molto nell´Irlanda del Nord, è sempre tutto grigio. Per questo in gioventù ho letto tanto, opere classiche, ma anche fumetti, la Bibbia, romanzi d´avventura». Malgrado queste spruzzate di cultura pop, il suo aspetto, i suoi atteggiamenti, trasudano classicismo: indossa un impeccabile completo blu chiaro, sorseggia tè, si esprime con una gentilezza e una ricercatezza rare. Solo l´ironia molto british, che trapela a tratti dai suoi occhi chiari, stempera l´aura di serietà che lo accompagna.
Ma dopo i distinguo iniziali, quando si entra nel vivo della conversazione, si arriva finalmente al punto cruciale. Perché il Bardo ha e ha avuto un ruolo così centrale, nella sua vita e nella sua carriera? «Ho un milione di motivi per amarlo. A cominciare dal fatto che mi piace mantenere, a cinema o a teatro, un linguaggio alto, colto, ma sempre accompagnato da una sensazione di naturalezza. Proprio la grande operazione di Shakespeare: nobilitare la lingua ma senza forzarla. In lui è sempre il linguaggio che guida: il linguaggio è parte del personaggio, è la sua essenza. E poi Shakespeare, proprio come me, era ossessionato dal rapporto tra ciò che è reale e ciò che gli attori sperimentano sul palcoscenico. La genuinità delle loro emozioni in confronto alla verità delle cose. Anche lui, come spesso è capitato a me, ricopriva tutti i ruoli, il suo è come l´eterno dramma di un autore che è anche regista e che come regista dirige se stesso come attore. Un bel labirinto». Quanto all´appeal popolare che queste opere di alta letteratura continuano ad avere, lo spiega così: «Il pubblico ama assistere alle vicende tragiche di personaggi molto nobili, vuole vedere che anche loro attraversano le nostre stesse traversie. Gli ingredienti che amo di più in una storia sono sempre gli stessi: grandi battaglie, un protagonista impavido, uomini che lottano senza esclusione di colpi. Un eroe che cade, si rialza e riscopre se stesso. Sono molto orgoglioso perché quando i giovani mi fermano per strada non citano solo la mia partecipazione come attore alla saga popolare Harry Potter, ma anche a film come Enrico V».
E dall´amore per l´autore più grande discende l´importanza che per Branagh hanno tutti i classici e il suo desiderio di divulgarli: «Sono profondi, ricchi, complessi. Se ne possono fare infinite versioni. Soprattutto, non deludono mai. Questo non significa che preferisco ignorare il mondo che mi circonda, che non seguo la politica, che i sanguinosi conflitti in atto non mi facciano indignare. È che l´universalità dei classici mi suscita entusiasmo e trovo naturale condividerlo». Ma non sono solo le opere del passato, ad affascinarlo. Che siano romanzi cult (Frankenstein) o libretti musicali (Il Flauto magico), fumetti (Thor) o pièce teatrali contemporanee (Sleuth), quasi sempre, nel suo cinema, l´ispirazione arriva da testi in qualche modo letterari. «Io credo nel potere della parola scritta - spiega - resta il modo migliore per stimolare l´immaginazione. Per farle prendere il volo. Quando, come capita spesso, i miei attori devono recitare davanti a uno schermo verde (nelle sequenze in cui sono previsti effetti speciali, ndr), chiedo loro di attingere a questa forza. Credo che tante mie pellicole abbiano un legame stretto con i testi letterari per evitare che l´estemporaneità delle immagini fini a se stesse prenda il sopravvento. Spero che guardandoli la gente si prenda del tempo per compiere il proprio personale, poetico viaggio nel mondo dell´immaginazione».
Oltre alla passione per i testi letterari, e per la loro trasposizione sul palcoscenico o sullo schermo, c´è un altro sentimento forte che lo anima: l´adorazione per Laurence Olivier. Immensa icona shakespeariana che proprio lui, Kenneth, ha appena finito di interpretare nel film My Week with Marilyn di Simon Curtis, centrato sul rapporto tra l´attore scomparso nel 1989 e la Monroe (a incarnarla è Michelle Williams) sul set de Il principe e la ballerina. E quando parla di Olivier, il suo sguardo si illumina: «Devo ammetterlo, il paragone con lui ha segnato tutta la mia vita artistica, un onore, ma anche una responsabilità. Quando qualcuno in quello che fa è stato il migliore, quando ha stabilito un canone irraggiungibile, non può non diventare la principale fonte d´ispirazione. Il suo classicismo è perfetto, scolpito, eppure inquieto. E indifferente al tempo».
Branagh e Olivier hanno anche un altro elemento in comune: l´avere amato primedonne dello spettacolo. Per Sir Laurence fu la complessa e tormentata love story con Vivien Leigh, l´eterna Rossella ´O Hara del cinema. Per Sir Kenneth il matrimonio durato sette anni con Emma Thompson, presenza abituale nei suoi film (quando il legame finì lei era all´apice della carriera e lui commentò «Per vedere mia moglie dovevo chiamare il suo agente»); poi il rapporto con l´attuale compagna di vita di Tim Burton, Helena Bonham Carter, con cui realizzò lo sfortunato Frankenstein; e infine il secondo matrimonio con la scenografa Lindsay Brunnock, conosciuta sul set di Shackleton. Insomma, a lui il connubio arte-vita piace anche nei sentimenti. «Quando lavoro con un´attrice, che sia o meno la mia compagna, l´approccio è lo stesso che avrei con un attore maschio. Con le interpreti femminili accentuo il mio lato collaborativo, mi piace avere un dialogo aperto. Non tento mai di sorprenderle o di farle arrabbiare. Mi piacciono - al lavoro, e nella vita reale - le donne che sono un misto di intelligenza, capacità tecniche e senso dell´umorismo. E che abbiano una forte personalità». Forte, ma nello stesso tempo diversa da quella maschile. «Noi uomini lottiamo sempre per il potere, in qualsiasi ambito sia. In Sleuth, ad esempio, ho raccontato una forma comune di questa energia primordiale, quella di due personaggi che combattono per la stessa femmina. Voi donne no, siete diverse: meno ossessionate dalla supremazia».
C´è però un´altra classica forma del potere: quello dei soldi. Nel caso specifico, il business hollywoodiano. Un mondo con cui Branagh sostiene di avere un confronto tutto sommato sereno: «Quando lavoro con gli studios il problema della libertà creativa non me lo pongo, so in cosa mi infilo. Una quota di compromesso può essere accettabile, anche se - è inevitabile - le discussioni operative con i manager sono vivaci. Sul piano personale, invece, quando sono a Los Angeles per fare un film fremo, mi manca l´Europa, passo le serate su skype a dialogare con le persone a cui voglio bene». Nessuno snobismo, comunque, verso quest´epoca cinematografica di poche idee e molti rifacimenti. Infatti dichiara di non essere contrario per principio ai sequel: «Vengo dal teatro classico, in cui si ripropone Shakespeare centinaia e centinaia di volte». Né ai remake: «La tendenza a ripetere un´esperienza positiva è abbastanza naturale». E nemmeno al 3D, che del resto ha utilizzato in Thor: «Ma per farlo riuscire al meglio bisogna investirci tempo, energie e soldi. E deve essere organico alla storia».
La parentesi hollywoodiana per ora è finita. A favore di un progetto professionale molto diverso: il suo ritorno sui palcoscenici di casa, a Belfast. «Debutto il 29 settembre al Lyric Theatre, con una pièce intitolata The Painkiller: sarà bello essere di nuovo nella mia città, dove esattamente trent´anni fa è cominciata la mia carriera». Ma guai a chiedergli qualcosa di più dettagliato, sui suoi programmi futuri: «Con la mia superstizione irlandese, so che niente è sicuro a questo mondo. Dare qualsiasi cosa per scontata è la peggiore forma di auto-fregatura».