GIUSEPPE VIDETTI , la Repubblica 28/8/2011, 28 agosto 2011
TONY BENNET "HO SEMPRE FATTO DUE COSE ALLA VOLTA" - NEW YORK
Non resiste alla tentazione di ritrarre quelle nuvole di piombo che pesano sulla metropoli. Impasta il nero col bianco. Un´ora dopo sulla tela c´è tutto il temporale e anche di più. Un taxi giallo, il parco, i passanti con gli ombrelli rovesciati dal vento. Tutto ciò che è incorniciato dalla finestra dello studio che affaccia su Central Park South e qualcosa che è rimasto scolpito nella mente. Di quando lì dietro, sulla 52esima, la città fremeva di jazz, il mondo era un altro, New York era un sogno e gli artisti volavano alto. Il pittore, che ha compiuto ottantacinque anni lo scorso 3 agosto, è Tony Bennett, il più grande crooner vivente, secondo solo a Sinatra, che lo adorava. «Frank è sempre stato generoso con me», racconta. «Prima ancora di conoscermi dichiarò: "È il miglior cantante che abbia mai ascoltato". Poi, nell´ultima intervista, quando gli chiesero: "Tutti dicono che ascoltano la sua voce quando fanno l´amore, lei invece chi ascolta?", lui rispose: "Benedetto!"».
Il suo vero nome, Anthony Dominick Benedetto, figlio di immigrati italiani, come The Voice. Bennett sistema il quadro appena terminato accanto a un ritratto di Armstrong. «Io li ho conosciuti tutti», dice sfilandosi il camice azzurro. «Ella Fitzgerald era mia amica, capisce che privilegio? E Duke Ellington. Fu lui a dirmi: "Devi sempre fare due cose, mai una sola". Così ricominciai a dipingere. L´altro consiglio che ho sempre seguito è di un nostro vicino di casa: "Numero uno, non mollare mai; numero due, tieni sempre presente il numero uno"». Per il suo compleanno, sessant´anni di carriera, quindici Grammy e i due Emmy Awards, il Metropolitan gli dedica una serata, il 18 settembre, due giorni prima dell´uscita di Duet II, un album cantato a due voci con artisti come Michael Bublé, Andrea Bocelli, Aretha Franklin, Lady GaGa e Amy Winehouse, con la quale ha ripreso una versione di Body and Soul, l´ultima incisione ufficiale della cantante inglese prima della morte. «La serata al Metropolitan è un regalo che New York mi deve», esclama Bennett. «Un sogno che si realizza. Il mio povero fratello, che ora non c´è più, quando aveva dodici anni cantava arie di opera. Al Met lo chiamavano il piccolo Caruso. Abbiamo preso tutto da nostro padre. Ci raccontava che da ragazzo a Podàrgoni, il paesino natale in Calabria, saliva sul monte Marrappà e cantava a squarciagola. Nel disco c´è un brano che canto con Andrea Bocelli, Stranger in Paradise - l´abbiamo registrato a casa sua, a Pisa - che mi ha fatto ripensare alle leggende su mio padre. Così, dopo Pisa, sono tornato in Calabria, sono salito su quel monte e ho cantato ‘O sole mio con quanta voce avevo in corpo. C´erano nuvole che oscuravano il cielo, ma quando ho cominciato a cantare un vento forte le ha spazzate via. È stata una grande emozione, come se lo spirito di mio padre fosse lì a far risplendere il sole in una giornata che minacciava pioggia».
La morte di Amy Winehouse l´ha scosso. Anche Bennett ha avuto i suoi problemi con la droga. Nel 1979 la cocaina stava per distruggerlo. «Era il periodo in cui sembrava che la mia musica non interessasse più a nessuno», dice con le lacrime agli occhi. «Amy invece era all´apice del successo, un talento enorme. Musicalmente era intuitiva come le grandi cantanti di jazz. La sua scomparsa è una tragedia per il pop che in questi tempi stenta a ritrovare la grandezza di un tempo. Per me è stato un onore cantare con lei ed ero convinto che avrebbe sconfitto i suoi demoni. Devolveremo i proventi delle vendite del brano a un´associazione benefica che ci ha indicato suo padre Mitchell». È dinamico, ha una memoria di ferro, l´energia di un quarantenne. E non ha paura di confrontarsi con le nuove generazioni. Ha flirtato con Mtv, ha fraternizzato con i Red Hot Chili Peppers, ha inciso un cd con k.d. lang, non trova i rapper insopportabili e pochi mesi fa si è esibito con i Black Eyed Peas a Central Park nel rituale concerto d´inizio estate. «Ma non dimentico mai chi sono e da dove vengo», precisa. «Sono un italoamericano, cresciuto negli Usa durante la Grande Depressione. I miei familiari mi ripetevano fino alla nausea: "Non parlare italiano o non troverai mai un lavoro! Parla inglese!" Nei momenti critici - mio padre morì quand´ero ragazzino e lasciò mia madre sola con tre figli - mi facevo forza pensando che con il cognome che portavo, Benedetto, prima o poi me la sarei cavata. Ma c´erano giorni in cui a tavola non c´era cibo a sufficienza. Cominciai a cantare nelle riunioni di famiglia le canzoni che avevo imparato alla radio. Già allora ero bravissimo a dipingere, la mia passione erano le caricature dei parenti».
Sognava l´Italia, lo arruolarono in una divisione di stanza in Francia. «Un posto in prima fila davanti all´inferno», scrisse nell´autobiografia The Good Life, pubblicata nel 1998. Tornò a casa con dozzine di schizzi delle cattedrali più belle che si era trovato davanti, ma a New York la scena musicale non era più la stessa. «Le grandi orchestre di Tommy Dorsey, Stan Kenton, Count Basie, Duke Ellington e Woody Herman erano diventate troppo costose e il jazz cominciava a preferire i piccoli gruppi di artisti come Miles Davis e Dizzy Gillespie. L´esplosione del rock´n´roll era alle porte. Quanto a me, capii che avrei avuto delle chance nel mondo dello spettacolo quando partecipai a uno spettacolo per dilettanti in tv. Rosemary Clooney e Pearl Bailey vennero a congratularsi e Bob Hope mi procurò il primo ingaggio, in un locale del Greenwich Village, scelse il mio nome d´arte e mi portò in tour con lui. Una volta al Village venne mia madre. Si precipitò in camerino preoccupatissima. "Qui dentro è pieno di gente strana, ho visto anche degli omosessuali", mi disse, "stai attento". Era una donna adorabile, la sua morte mi ha spezzato il cuore. Il primo grande sollievo che il mondo dello spettacolo mi ha dato è avere la possibilità di portare a casa un po´ di soldi per farla smettere di lavorare diciotto ore al giorno».
Non c´è musica nello studio dell´ultimo grande evergreen del Novecento, ma solo quadri, ritratti di Ellington e Billie Holiday, paesaggi realizzati con la maestria di un puntinista. Alcuni sono finiti in gallerie prestigiose, venduti anche a 250mila dollari. È questa la second life di Tony Bennett, il crooner che nel 1962 portò nella top ten I Left My Heart in San Francisco, il suo biglietto da visita, che trionfò alla Carnegie Hall. Che marciò da Selma a Montgomery a fianco di Harry Belafonte e Martin Luther King, che incise con Count Basie e Bill Evans, che strinse la mano a Robert Kennedy e Bill Clinton. «Non mi sono mai sentito meglio di adesso. Dipingo quel che mi piace, canto quel che mi piace, nessuno mi obbliga a incidere canzonacce per raggranellare soldi facili. Alla fine della guerra, quando frequentai l´American Theatre School a New York m´insegnarono che un artista non deve mai scendere a compromessi. Il mio mito è Fred Astaire. Perché ha diffuso il grande songbook americano. Gershwin e Porter non sarebbero andati da nessuna parte senza di lui. Fred disse: "Quando è arrivato Elvis la buona musica è morta". E in un certo senso aveva ragione. La magica atmosfera che si respirava nei club all´improvviso diventò démodé, ma io negli stadi non mi sono mai sentito a mio agio, e neanche al Madison Square Garden. Appartengo alla vecchia guardia, amico mio. Credo che per durare devi fare bene quello che fai senza mai deragliare. Mi volevano al cinema, ma a me non piaceva. Cary Grant una volta mi disse: "La cosa più noiosa che ti possa capitare è finire a Hollywood". Aveva ragione, sei ore per girare una scena, non lo sopporterei. Io sono diventato famoso per acclamazione popolare e voglio cantare per la gente, davanti alla gente, ho bisogno di sentire il mio pubblico. Al cinema mi proponevano solo parti da gangster, perché ho la faccia da italiano, e quindi da mafioso - secondo Hollywood naturalmente. Io odio gli stereotipi che cinema e televisione hanno costruito sugli italoamericani. Odio Il padrino, odio I Soprano, odio Jersey Shore. Noi eravamo gente umile, lavoratori, mica tutti mafiosi. Io sono italiano e mia madre si è rotta la schiena per farmi diventare americano. Ora, per favore, non datemi del mafioso».