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 2011  agosto 28 Domenica calendario

DENTRO IL COFANO DI GADDA

Il 18 luglio 1916 il sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda riceve nel suo ricovero sulle rive del torrente Assa, nel vicentino, un pacco «contenente la desiderata macchina fotografica (West-pocket Kodak), delle negative; la borraccia, il coltello, dell’inchiostro, della cioccolata, caramelle, una bottiglia d’anice, eccetera». Lo annota in quello che, nei quaderni manoscritti, s’intitola Giornale di Campagna, e che uscirà, molti decenni più tardi, col titolo di Giornale di guerra. Della sua amata macchina fotografica – abbastanza piccola e maneggevole da poter essere trasportata sempre assieme al bagaglio di ufficiale, e da poter essere impiegata anche in situazioni disagevoli (il suo vero nome era Vest-pocket, non West, ed era una novità appena uscita dalla fabbrica britannica: un vero successo nelle trincee della Grande guerra) – Gadda parla più volte nel Giornale. Molti degli scatti realizzati con quella macchina, anzi, erano già noti. Alcuni non lo sono ancora (qui ne pubblichiamo alcuni), e giacciono assieme a un’enorme quantità di altro materiale nella casa degli eredi di Giuseppina Liberati, la domestica cui lo scrittore lasciò i suoi beni dopo la morte. Giuseppina, che visse fino all’inizio di questo secolo, fu per molti anni custode silenziosa e fedele dell’intera biblioteca personale dell’Ingegnere, ma soprattutto di una frazione cospicua del suo archivio personale, che solo da un paio d’anni si è nuovamente schiusa agli studiosi gaddiani. Trasferito, dopo la morte della signora (che negli ultimi anni viveva nella sua Ciociaria) nella casa del nipote Arnaldo Liberati, a Villafranca di Verona, il nuovo Archivio Gadda sta riservando sorprese capaci di stupire i migliori conoscitori dei fondi già noti: principalmente quello conservato a Firenze, presso il Viesseux, e quello milanese della Trivulziana. Giacché le foto e le carte di Villafranca parlano non solo del Gadda scrittore (restituendo redazioni finora malnote o ignote di opere come gli Accoppiamenti giudiziosi o Eros e Priapo), ma anche del Gadda uomo e delle vicende personali e familiari che travagliarono la sua giovinezza, segnando la sua personalità e influendo crucialmente sulla sua storia di scrittore.

Dell’importanza di un simile lascito, su cui si sono prontamente chinati i migliori gaddisti in circolazione, da Paola Italia a Claudio Vela a Giorgio Pinotti (oggi editor in chief di Adelphi, casa che pubblicherà il Gadda edito e inedito), gli eredi Liberati sono ben consci: il loro intento è di far riordinare il fondo e di metterlo a disposizione di tutti gli studiosi, passando per l’organizzazione di una mostra che presenti al pubblico almeno i cimeli più rilevanti della raccolta. Per settembre, intanto, è prevista l’uscita degli Accoppiamenti giudiziosi curati proprio da Italia e Pinotti, primo titolo della nuova edizione adelphiana.

Si diceva della guerra, delle foto: molti dei negativi inediti conservati a Villafranca costituiscono una sorta d’illustrazione segreta alle pagine, in origine altrettanto private, del Giornale scritto su vari quadernetti negli alberghi o nelle tende tra l’agosto del 1915 e l’ottobre del 1916, poi proseguiti – dopo la cattura a Caporetto – nel campo di prigionia in Germania, a Rastatt e a Cellelager, dove Gadda trascorse tutta l’ultima parte del conflitto in uno stato di sempre maggiore logoramento psicologico.

E se gli scatti, molti dei quali ritraggono lo stesso sottotenente, allora poco più che ventenne, assieme ai commilitoni o dietro le postazioni dell’artiglieria alpina, paiono rimandare al Gadda euforico e ancora combattuto fra militaresco interventismo e crescente perplessità di fronte all’inettitudine italiana (è il tono forse prevalente nelle pagine del periodo 1915-16), un ben diverso stato d’animo documenta un altro genere di reliquie conservate nell’archivio di Villafranca.

Si tratta di una gran massa di cartoline e brevi lettere relative sia al cupo 1917 durante il quale il sottotenente resta a lungo lontano dal fronte ed è afflitto da problemi di salute, e poi all’ancor più tetra atmosfera del campo di prigionia tedesco di Rastatt e poi di Cellelager. Come fantasmi ritornano, dalle cartoline ingiallite coperte di timbri della censura militare, le drammatiche vicende che i lettori di Gadda conoscono attraverso lo specchio talora fedele, ma più spesso deformante della rielaborazione letteraria. Emergono ancora, in queste carte, i rapporti tesi e nevrotici con la madre Adele Lehr, energico asse portante della famiglia (il padre Francesco era morto già nel 1909) intorno a cui ruotano, oltre alla vita di Carlo, quella dei figli più giovani: Clara, nata due anni dopo lo scrittore (1895) rimasta durante la guerra a Milano come angelo del focolare dopo il trasferimento della madre Adele alla Scuola Normale di Lagonegro, in Lucania; e l’ancor più giovane fratello Enrico, l’aviatore brillante e spericolato che nel 1918 morirà in un incidente bellico nei cieli di Asiago, a ventun anni. È l’adorato «Enricotto» onnipresente nei diari e nelle lettere di quel periodo, la cui fine verrà rivelata a Carlo solo a guerra conclusa, nel 1919, procurandogli un trauma indelebile.

Di Enrico Gadda questo nuovo archivio conserva ricordi numerosi e palpitanti: foto (anche inedite, che ne confermano la fama di bellezza e di fascino magnetico che aleggia su di lui anche in tanti scritti del fratello), cartoline, lettere, necrologi. Persino le mostrine della sua divisa, e due placche di riconoscimento, una delle quali probabilmente conservata per la madre Adele dal cappellano militare che lo aveva «accolto freddo cadavere» (così una lettera) in un ospedale da campo in quella mattina d’aprile. A custodirle, sotto la simbolica custodia di un pugnale da guerra (forse il "coltello" ricevuto assieme alla Kodak) è oggi un grande baule di legno scuro: si tratta certamente del cuófeno (cioè cofano) a cui Gadda accenna in più d’uno scritto come al centro gravitazionale della sua ossessiva attività di "archiviomane" e di conservatore di documenti, abbozzi, quaderni... Del grande baule, e della più piccola cassetta di legno che mostra chiaramente di provenire dal fronte della Grande guerra, il contenuto è noto ancora solo parzialmente. Converrà, dunque, non perderli di vista.