Claudio Gatti, Il Sole 24 Ore 28/8/2011, 28 agosto 2011
CACCIA AL TESORO NASCOSTO DEI DITTATORI
Cinque miliardi di dollari. È questo il valore totale dei patrimoni nascosti offshore da despoti e autocrati di tutto il mondo e restituiti alle legittime autorità dei loro Paesi negli ultimi 15 anni. Di questi cinque, quasi due erano in Svizzera. È quindi nella Confederazione elvetica che è focalizzata l’attenzione di chi va a caccia dei tesori dei tiranni spazzati via dalla Primavera araba.
Va detto che questa volta Berna stessa si è mossa con grande tempismo. Addirittura anticipando le richieste dei nuovi Governi. Tra il 19 gennaio e il 21 febbraio il ministero degli Esteri svizzero ha congelato oltre un miliardo di dollari di beni associati a più di 100 società e Pep - "persone politicamente esposte" - tunisine, egiziane e libiche. Si parla di denaro contante, assegni, certificati azionari, obbligazioni, opzioni, derivati, dividendi, plusvalori generati da valori patrimoniali, garanzie, fideiussioni, contratti di assicurazione e qualsiasi altro strumento finanziario». Insomma tutto ciò che possa essere stato nascosto in un caveau svizzero.
Questo non significa che per Tripoli, Tunisi e Il Cairo il cammino del recupero del maltolto sarà in discesa. Non solo perché l’opera di identificazione di patrimoni attribuibili a corruzione è sempre complicata, ma perché sarà ancor più difficile dimostrare in un tribunale che beni o ricchezze appartenenti all’entourage di un ex despota maghrebino siano frutto di un reato e non di un affare legittimo.
Il compito più agevole lo ha oggi Mahmoud Badi, appena nominato "direttore degli investimenti libici all’estero" dal Cnt, con il compito di fare la conta dei beni libici sparsi nel mondo. A parte alcune fiduciarie offshore, come la Baroque Investments Ltd dell’Isola di Man o la Kinloss Property Ltd e la Capitana Seas Ltd delle Isole Vergini britanniche, il grosso di quel patrimonio è legato alla Libyan Investment Authority, o Lia, ed è stato congelato già da mesi da Onu, Svizzera, Stati Uniti e Ue. Trattandosi di un ente statale, per il nuovo Governo si tratterà semplicemente di assumerne il controllo. Resta fuori tutto ciò che in una recente intervista al Financial Times (il cui editore è partecipato dalla stessa Lia) Badi ha definito «frutto di corruzione e appropriazioni indebite». Potrebbe non essere poco.
Tim Niblock, esperto di Medio Oriente dell’Università inglese di Exeter, ha calcolato che tra le entrate petrolifere e quello che il Governo libico ha effettivamente speso negli ultimi anni c’è un gap di svariati miliardi di dollari. Il sospetto è che parte di quei capitali sia nascosta in conti segreti gestiti dai figli di Gheddafi a Dubai, in altri paesi del Golfo persico e nel Sudest asiatico. Che l’entourage del Colonnello abbia avuto a disposizione un quantitativo enorme di contanti è stato provato da quello che successe nell’autunno del 2009 dopo l’arresto in Svizzera di Hannibal Gheddafi, il figlio accusato di percosse alla moglie: per tutta risposta, oltre a invocare lo scioglimento della Confederazione con l’assorbimento dei suoi cantoni da parte di Italia, Francia e Germania, il raìs fece ritirare dalle banche svizzere e trasferire altrove ben 4,4 miliardi di euro.
Ancora più arduo sarà il compito di Adel Ben Ismail, capo della nuova Commissione di confisca tunisina che ha siglato ordini di sequestro dei beni di 114 persone fisiche e 72 giuridiche. Tutte legate all’ex presidente Ben Ali e alla sua famiglia. Lo stesso Ben Ismail ha ammesso ai giornali che «le procedure legali da percorrere non sono semplici». Il problema principale è che la normativa svizzera prevede il reimpatrio di beni solo se può essere dimostrato che sono frutto di reati. E nel caso dei familiari di Ben Ali, buona parte del patrimonio accumulato all’estero risulta frutto di attività economiche o commerciali apparentemente legittime seppur forse frutto di favoritismi. Si prenda il caso di Sakher al-Matri, marito della figlia più giovane del presidente: la Commissione ha individuato 32 società a lui riconducibili con un patrimonio pari a 111 milioni di euro di cui ha chiesto il sequestro. Ma non si tratta di conti in banca offshore bensì di quote di istituti finanziari, società immobiliari, concessionarie auto, e partecipazioni nel settore delle telecomunicazioni. E il principale "reato" di al-Matri sarebbe quello di avere beneficiato di trattamenti di ultrafavore nella concessione di licenze o di privatizzazione di beni pubblici. L’ultimo esempio scoperto: secondo Ben Ismail la sua controllata nel settore immobiliare "Les Hirondelles" ha acquistato un terreno di 4 ettari che dopo un cambiamento del piano regolatore è stato rivenduto in brevissimo tempo con un profitto di 9 milioni di euro. Anche se i tunisini riuscissero a dimostrare agli svizzeri che quei profitti sono finiti su un conto a Zurigo o Lugano non basterebbe a giustificarne la loro confisca e restituzione a Tunisi. Uguale la situazione per i beni dei Trabelsi, i familiari di Leila, moglie del presidente, e delle famiglie degli altri due generi di Ben Ali, gli Chiboub e i Mabrouk.
«I dittatori si sono fatti più scaltri», dice Nick Peck, capo investigatore dello studio legale newyorkese Nardello & Co che nei primi anni 90 ha diretto la caccia al tesoro di Saddam Hussein per conto di Kroll. «Oltre ai familiari i beni offshore saranno probabilmente intestati a società di facciata o prestanome». È anche per questo che in Egitto gli inquirenti non hanno nel mirino solo il patrimonio dei due figli di Mubarak, Ala’a e Gamal, ma anche quello dei loro soci o associati. Tra questi spicca la figura di Walid Kaba, 54 anni, che in quanto alto dirigente di Bank of America rimase impelagato nello scandalo Parmalat per un finanziamento a tassi definiti dalla Procura di Parma «quasi da usura» alla società di Tanzi. A fine ’96, Kaba lasciò la banca americana assieme a Gamal per creare Medinvest Associates Ltd. Con l’ingresso in politica di Gamal, i due cedettero le quote in Medinvest a Bullion Co Ltd, una società di Nicosia la cui proprietà è finora rimasta schermata. Ma documenti della banca centrale cipriota riportano i nomi di due amministratori di Bullion: Walid Kaba e Ala’a Mubarak, il fratello maggiore di Gamal.