Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 29 Lunedì calendario

E ALBERTONE SFIDÒ L’ITALIA IN PARRUCCA

Questa è una confessione che mi rilasciò Sordi, inedita, sulla comicità romana. Credo che sia importante proporla. Il linguaggio, nell’evoluzione dell’attore, è stato determinante. Il suo romanesco — sia come maniera psicologica che come espediente recitativo — ha contagiato mimeticamente l’Italia, dal primo dopoguerra in poi. Oltre alla rivelazione di un’ironia pubblica, estensibile, c’era un’implicita messa sotto accusa di vizi e caratteri.
Le invenzioni di Sordi sono le più ricche di parole che, dalla scena, sono passate al vocabolario. Ascoltiamo Sordi: «La comicità romana? Penso al mio Gastone. Fu un omaggio a Mario Bonnard e a Vladimiro Apolloni, l’Antiquario. I veri ispiratori di Petrolini. Senza di loro, lui non faceva un passo. Ne ricercava i tic sarcastici e infastiditi, imitandoli, e ne assimilava quel lato di cattiveria che, in fondo, non era che un’esuberante finzione della bontà. Da Petrolini? No, non ho ereditato nulla. Non l’ho neanche mai visto. E poi, all’inizio, non amavo i comici. Nessun problema di emularli. Mi pareva che solo uno piccolo piccolo, o uno col capoccione, potessero fare il comico. Io non ero piccolo e non avevo il capoccione. Puntavo, perciò, a Clark Gable, Gary Cooper. Ma ero handicappato dalla lingua. Sì, dal romanesco. L’avevo addosso, come una pelle. Mentre, al primattore, serviva un linguaggio accademico, scolastico. L’Italia ufficiale doveva riconoscersi. Compiacendo la sua faccia baronale, mancante di spontaneità, con vocazioni dittatoriali.
«Il romanesco era malvisto. Al Nord, facendo le prime esperienze, mi accorsi di quant’era odiato. I romani in piccolo esilio ne soffrivano come me. In un’assemblea di veneti, lombardi, piemontesi, se c’era un romano, non s’azzardava. Parla bene, gli aveva ripetuto la mamma; e adesso che si trovava tra tanti signori che parlavano tutti bene, per paura di sbagliare, stava muto come un pesce. Anche mio padre, professore d’orchestra, parlava bene. E anche mia mamma mi diceva: parla bene. Era affascinata dal mondo dei romagnoli. Uno frequentava casa nostra. Un certo Domenico Tritto. E lei: "Lo senti, Tritto, come parla bene?". Correggere la dizione, un’angoscia. A Milano, una maestra di dizione, si disperava ogni volta: Sordi, urlava, Sordi! Prima di una spietata autocritica, e di decidere che il romanesco era il mio stile, tentai un ultimo esperimento. Quel maledetto parlare imparruccato era il mio chiodo fisso.
«Come imparare una lingua straniera rispetto alla lingua del vero. Stava lì, a minacciare e a chiedere fede come un sepolcro. Allora mi dissi: faccio qualche capriola sul sepolcro. Mi presentavo alle ribalte, lasciate un istante prima, e tra gli applausi, dai commendatori del nostro teatro, e annunciavo "la gallina". II gelo che mi circondava era, appunto, sepolcrale. Perché usavo la lingua dei commendatori, la stessa convinzione e serietà con cui porgevano l’"essere o non essere" per recitare "la gallina". Oppure "il pulcino" e "il bue" (li facevo entrambi). O, per variare, "l’aeroplano". Venivo scrutato da facce impallidite e un po’ vergognose di guardarsi reciprocamente.
«Mezzibusti che parevano di gesso. Ma quella specie di Resistenza contro il Regime della parola d’obbligo, anzi dell’obbligo, sollecitava qualche dubbio. Cominciavano a chiedersi: chi è più falso, questo qui che ci viene a fare il pollaio, con l’aria di prenderci per i fondelli, o gli altri che ci credono? Si rendevano conto che, nella dizione ufficiale, una muffa, una malinconia alteravano la comunicazione. E che la crisi di una lingua borghese, era una realtà che non si poteva negare. E io dal palco li provocavo: "Ma lei, signore, sì, proprio lei, che sembra così esterrefatto, quando litiga con sua moglie che le siede vicino, perché qualche volta litigherete no?, che lingua, che tono usa Ruggero Ruggeri? O Memo Benassi? Se così fosse, la litigata finirebbe in tragedia". E a un’altra signora, che già cavalcava verso gli ottanta, insinuava: "E lei, deliziosa nonnetta, ci va qualche volta in chiesa?". "Ma certo", rispondeva lei. "E le capita, anzi le è capitato, di andarci con qualche piccolo peccato, quei peccatucci, sa, dolci dolci, che poi rendono meno burbera l’esistenza? Lei m’intende, vero?". L’allusione inorgogliva la nonnetta, che si guardava intorno e ammetteva: "Be’, è umano". E io: "E come ci parla, con Dio, a questo proposito? Col tono pompato del primattore che recita l’Amleto? Peccare o non peccare...».
Alberto Bevilacqua