Alfonso Berardinelli, Corriere della Sera 28/08/2011, 28 agosto 2011
GARIBALDI, ICONA DAI MILLE VOLTI
Chi pensa a Massimo Onofri soltanto come critico letterario, attivissimo recensore di romanzi nonché teorico della recensione, dovrà correggere e integrare quest’idea. Da qualche tempo ho l’impressione che a Onofri la critica letteraria non basti più, che gli sia venuta un po’ a noia e si senta spinto a usare strumenti letterari per compiere spericolate incursioni dentro i miti più potenti e longevi della storia italiana.
Ha cominciato due anni fa con un saggio su Pellizza da Volpedo e il destino suicida del socialismo italiano: libro molto documentato e piuttosto visionario, uscito da Donzelli. Il pittore del Quarto stato sembrava allungare l’ombra malinconica della sua arte e della sua cattiva sorte (si uccise non ancora quarantenne nel 1907) fino all’ultima fase craxiana del Partito socialista.
Quest’anno Onofri affronta niente di meno che il mito di Garibaldi con il saggio L’epopea infranta. Retorica e antiretorica per Garibaldi (Edizioni Medusa, pagine 136, 15,50). Nonostante la voracità documentaria e la turbolenza espositiva, Onofri ha il dono della sintesi. In questo breve saggio ribolle materia sufficiente per un libro di dimensioni forse doppie o triple, e fin dalle epigrafi iniziali il lettore è trascinato nel cuore del conflitto mitografico che l’autore ha messo in scena. Prima compare una citazione da Garibaldi stesso («Com’erano belli, i tuoi Mille, Italia!», 1872) poi arriva il colpo assassino che il super letterato sferra senza pietà contro il supereroe. Si tratta di Carlo Dossi, Note Azzurre, 1877: «Chi più sente, meglio descrive, dicono. Non è vero. L’entusiasmo artistico è affatto indipendente dal morale, o almeno non si manifesta nel medesimo tempo. Ecco, ad es., Garibaldi. Nessuno più di lui ha il cuore caldissimo di patrio amore — eppure, nessuno peggio di lui espresse letterariamente questi suoi sensi fortissimi. La sua mano abituata alla spada, non sa guidare la penna, per lui troppo leggera. Non è più l’epoca dei Senofonti e dei Cesari. Cantoni il volontario e la Clelia, senza contare le epistole, si direbbero scritte per render ridicoli i più nobili affetti. Sono libri a cui torna ad onore — il cesso».
La drammaturgia critica del libro è costruita soprattutto sulle citazioni e le epigrafi: si va dal confronto tra Garibaldi e Dossi a Luigi Mercantini, Cesare Balbo, Cavour, Abba, Carducci, Crispi, Verga, De Roberto, Pascoli, Pirandello, Gentile, Malaparte, Lampedusa… Non viene tralasciata la pittura (da Induno, Lega, Fattori, Nomellini fino a Guttuso) e neppure la scultura monumentale e il cinema. La costruzione di un mito del resto ha sempre bisogno del contributo delle arti, che prima si incaricano di testimoniare (magari in stile epico), poi di interpretare, trasfigurare e infine «trasumanare», sottrarre alla storia, asservendo il mito a scopi politici contingenti.
Commentando le tesi di Alberto Mario Banti (approfondite nel recentissimo Sublime madre nostra. La nazione italiana dal Risorgimento al fascismo, Laterza) Onofri ricorda che anche se non si ha nessuna particolare intenzione di fare del Risorgimento la «causa» del fascismo, è comunque difficile «non considerare l’interpretazione fascista di Giovanni Gentile del Risorgimento come la più rigorosa e coerente, se non addirittura la più attendibile». Nel saggio del 1932 L’originalità di Garibaldi «Gentile trova la formula giusta» dice Onofri «per istituire coerentemente, mercé il concetto di nazione, una linea di continuità tra il patriottismo risorgimentale e quello del regime»: così Mazzini, Garibaldi, Cavour, Vittorio Emanuele II vengono uniti in un «canone quadrumvirale», dato che, secondo Gentile, «si completarono scambievolmente e fecero una sola volontà nazionale organica (…). Nessuno completo, tutti insieme provvidenzialmente cospiranti per una comune ispirazione a un medesimo fine, espressione dalla nuova Italia, che trovava finalmente in se stessa una volontà» (p. 13). Il fatto è che la coerenza di Gentile qui è fin troppo trasparente e funziona già di per sé come mitografia: la volontà intesa come «atto puro», disincarna e destoricizza eventi e personaggi, per trascenderli nell’identificazione fra Popolo e Stato etico fascista.
Più originale e provocatorio il «garibaldinismo» di Curzio Malaparte. Per il quale (come scrisse in Europa vivente) gli eroi non sono «uomini rappresentativi», secondo la tradizione idealistica di Carlyle e di Emerson, sono invece l’opposto: gli eroi «non rappresentano le virtù e i difetti di un popolo, ma quei difetti e quelle virtù che questo popolo non possiede; non affermano, ma negano; sono l’espressione contraria di un popolo, eccezione e non regola (…) il compito di rappresentare è dato ai mediocri, non ai genii. Vincenzo Monti è più italiano di Dante e di Leopardi…» (p. 91).
Il Garibaldi di Malaparte appare come l’ultimo eroe di una «nostra ininterrotta tradizione» che comincia con Dante, definito un «nemico degli italiani». L’invito di Garibaldi al popolo perché lo seguisse, non era altro che «un elogio dei pochi, degli sbandati, dei senza famiglia, dei magnifici pazzi e dei santi avventurieri che lo seguivano da anni attraverso tutta l’Italia, laceri e affamati, invincibili e perseguitati» (p. 93).
Malaparte demoliva una forma del mito e ne creava un’altra. Le strade della mitografia sono infinite e Garibaldi, inesauribile fonte di ispirazione, ha permesso di percorrerle quasi tutte, nei più vari ruoli: patriota, avventuriero, generale, democratico, repubblicano, anarchico, socialista, ubbidiente alla monarchia. E infine sia vittorioso che sconfitto.
Alfonso Berardinelli