Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 28/08/2011, 28 agosto 2011
L’ARTE DI RIFARE
Ci sono scrittori che considerano la propria opera un cantiere sempre aperto e altri per i quali, una volta stampato, un libro è chiuso definitivamente. La storia dell’editoria italiana si inaugura con un caso di ossessiva rielaborazione e di crescente ripensamento: Ludovico Ariosto pubblicò una prima edizione dell’Orlando Furioso nel 1516 e una seconda nel 1521 con minimi ritocchi strutturali ma con pesanti interventi linguistici. Non contento di quella revisione, nonostante il successo straripante (17 ristampe non autorizzate), continuò a lavorare al poema per oltre dieci anni e nell’ottobre 1532, pochi mesi prima di morire, uscì una nuova redazione completamente rivista sia sul piano della lingua (di patina meno padana e più toscaneggiante) sia sul piano della struttura (da 40 canti si passava a 46). Un’insoddisfazione che sfiorava la nevrosi.
Non è certo la nevrosi a suggerire a Umberto Eco, trent’anni (e trenta milioni di copie) dopo la prima uscita, di mettere mano al suo romanzo d’esordio, Il nome della rosa. Mano leggera, a quanto pare, e più che di riscrittura sarebbe opportuno parlare di una rilettura che si porta dietro qualche aggiustamento stilistico e una limatura che favorisca anche una maggiore «accessibilità per il nuovo lettore», come precisato dalla casa editrice (Bompiani). L’annuncio ha subito scandalizzato il critico francese Pierre Assouline, che sul blog di «Le Monde» ha ironizzato sul professore, sull’intellettuale, sul linguista, sull’erudito che, venendo incontro allo scrittore, «reinventa» il suo romanzo, «rinfrescandone» la lingua, per assecondare «cinicamente» l’«ignoranza crassa» dei nativi digitali, del tutto digiuni delle querelle tra domenicani e francescani, disprezzati al punto da essere considerati «nullità» incapaci di capire i riferimenti aristotelici che i giovani anni 80 sapevano cogliere. Risultato: 350 commenti pro e contro. Qualcuno ha ricordato il caso analogo di Michel Tournier, che passando da Venerdì o il limbo del Pacifico a Venerdì o la vita selvaggia ha adattato il suo romanzo a un pubblico giovane senza necessariamente banalizzarlo. In realtà l’edizione «riveduta e corretta» de Il nome della rosa non comporterà un aggiornamento linguistico a 360 gradi né una semplificazione sintattica radicale, ma interventi che qua e là renderanno più fluidi alcuni passaggi, variazioni di tipo lessicale e la rinuncia a qualche citazione colta o a qualche formula in latino. Ci sarà poi certamente il taglio di fastidiose ripetizioni, oggi individuabili con un semplice cerca-e-trova sulla tastiera, mentre in tempi pre digitali qualcosa poteva sfuggire all’occhio e all’orecchio dell’autore. Niente di sostanziale, insomma, niente di strutturale che intacchi la trama, lo spessore filosofico o il carattere dei personaggi originari. Ma la revisione costringerà comunque gli editori stranieri a ritradurre il romanzo.
Può darsi che il nuovo Nome della rosa scatenerà i filologi alla ricerca delle varianti d’autore e del sistema correttorio, anche se in genere si tratta di studi che riguardano le opere letterarie del passato. Fatto sta che operazioni anche più decise di quella di Eco non mancano nella nostra tradizione letteraria, e non si vede perché debba scandalizzare il ripensamento o l’esigenza di rinnovare moduli stilistici, strutture e/o ritmi. Lo stesso Ariosto adattò il suo bestseller ai tempi nuovi, da un lato normalizzandone il linguaggio, dall’altro complicandone le tessiture profonde. Sono matasse intricatissime, destinate ad affascinare i grandi filologi, come Ariosto affascinò Gianfranco Contini e Santorre Debenedetti, e continua ad affascinare il loro allievo Cesare Segre.
Lasciamo perdere le tappe che portano dal Fermo e Lucia al risciacquo in Arno de Gli Sposi Promessi. Nel 1827, Manzoni, dopo aver consegnato all’editore milanese Ferrario il suo romanzo, continuò ad apportarvi correzioni nel corso della stampa. E subito dopo quella prima uscita, progettò una nuova revisione linguistica che si uniformasse con più decisione al fiorentino vivo pronunciato dalle classi colte. Il restauro si concluse nel 1840, quando Manzoni affidò la stampa a dispense agli editori milanesi Guglielmini e Redaelli. Tutta materia analizzata da Dante Isella in vista dell’edizione critica del romanzo nelle sue varie fasi. Lo stesso Isella che, a proposito di riscritture, aveva studiato le sofferte rielaborazioni del Giorno di Parini, opera rimasta in fieri anche dopo una prima e una seconda pubblicazione: «La fabbrica parzialmente innalzata — scrive Isella — gli si scomponeva in magazzino di materiali semilavorati usufruibili per un’altra fabbrica, uguale e sostanzialmente diversa». Perfezionismo maniacale? Bassa autostima e insoddisfazione perenne? Coazione a ripetere? Sindrome ossessiva? Paura del finito e ansia da prestazione? Chi può dirlo.
Del resto, la letteratura non è la sola arte del ripensamento. In questi giorni Ridley Scott ha annunciato di voler tornare su Blade Runner. Forse per una generica rivisitazione, forse per un prequel, forse per un sequel, sicuramente utilizzando il 3D, come il regista ha già fatto rimettendo le mani su Alien. Eppure, quel film è passato alla storia come uno dei capolavori della cinematografia fantascientifica e non solo: perché dunque intaccarne l’equilibrio? Per svelare i misteri del poliziotto Rick Deckard-Harrison Ford, rimasti sospesi dal 1982, anno della prima uscita nelle sale? «Editio princeps» che il regista ha rinnegato, immettendovi modifiche sostanziali di trama dieci anni dopo e ritoccando la pellicola ancora nel 2007.
Mentre il cinema è il regno del ritocco, la musica è il paradiso dell’arrangiamento, come dimostra il Vasco Rossi più recente, concentrato sulla «riscrittura classica» di quel gioiello che è Albachiara («Respiri piano per non far rumore…»), in vista dello spettacolo di danza «L’altra metà del cielo» alla Scala. Ma la canzone richiederebbe un discorso a sé carico di sfumature: il rapporto diretto con il pubblico impone variazioni continue. Non tutti i ritorni sono magistrali come le auto rielaborazioni di Paolo Conte in chiave orchestrale. Oppure possono essere altra cosa rispetto alla prima edizione, evocarla alla lontana rifiutando il confronto.
Ci sono poi gli aggiornamenti. Tornando alla letteratura, l’esempio più vistoso del dopoguerra è quello di Alberto Arbasino, la cui poetica richiede, anche per i vecchi libri, un costante lavorio di riapprossimazione a un nuovo presente e ai contesti in movimento. L’opera non è mai conclusa, secondo Arbasino, ogni volta che l’autore la ripassa, finisce per trasformarsi: «Non esiste una Struttura definitiva: è un’illusione pericolosa, tombale; e anche saccente. Sono tante, le stesure probabili…». Ecco perché Fratelli d’Italia 1 (1963), Fratelli d’Italia 2 (1967), Fratelli d’Italia 3 (1993), con progressive aggiunte, quasi un libro in più rispetto al primo. E poi tante altre opere riproposte in forme diverse. Non si tratta di ripensamento. Raffaele Manica ha osservato che lo stile di Arbasino «si confronta col mutare dei contesti, e con i contesti si riscontra». Opere nate dalla metamorfosi e destinate alla metamorfosi.
Anche il maestro di Arbasino, l’Ingegnere in blu Carlo Emilio Gadda, è un grande riscrittore: il Pasticciaccio in volume (1957) è tutt’altra cosa rispetto alle anticipazioni pubblicate un decennio prima sulla rivista fiorentina «Letteratura»: cambia l’ambientazione, cambiano anche i personaggi, cambia il tono generale, cadono dei capitoli e se ne aggiungono altri. E per di più, non ritenendolo concluso, Gadda aveva promesso a Garzanti (ma non si sa fino a che punto davvero ci credesse) di tornarci su con un secondo volume. Promessa non mantenuta.
Trentatrè anni dopo, Franco Cordelli è tornato a Procida, il suo romanzo d’esordio (1973). Si era portato dietro un rovello sui nomi dei personaggi, che ricordava falsi e irreali (e che voleva cambiare), ma poi la rilettura gli aveva rivelato anche altro: «Era scritto male! Scorretto, impreciso, sfocato». Mica vero. Ma il risultato del 2006 è un romanzo prosciugato, depurato, dallo stile ancora più nitido e terso del primo. Ci vuole una bella intelligenza autocritica per arrivare a tanto. La stessa che spinse Giuseppe Pontiggia a riprendere La grande sera, dopo sei anni dalla prima uscita (1989), per rimediare ad «alcuni difetti non marginali» che l’autore stesso elencava senza problemi: ridondanze di colorito retorico, aforisticità insistita, sentenziosità nei dialoghi. Dopo un anno di lavoro capillare il testo appariva finalmente a Pontiggia «più rapido, sfumato, ambiguo, ironico». Operazione ancora più radicale con L’arte della fuga (1968) per una «nuova edizione riveduta e ampliata» del 1990, di cui finalmente si diceva soddisfatto: «Un’opera che ha una sua novità, impone anche all’autore un nuovo modo di leggere». E di scrivere, evidentemente.
Paolo Di Stefano