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 2011  agosto 28 Domenica calendario

DA PROSPERO A GULLIVER. PERDUTI NELLA TEMPESTA

Sarà forse per una singolare coincidenza, ma i terremoti stimolano i dubbi dei filosofi (quanto hanno scritto gli illuministi su quello di Lisbona del 1755?), mentre le tempeste sono di pertinenza della letteratura, oltre che di musica e pittura. Ovviamente con le loro varianti, che sono uragani e tifoni. Ma la madre di questi fenomeni resta appunto la tempesta, termine che circola nella lingua italiana già al tempo di Dante, dal XIII secolo. L’uragano — che è divenuto familiare per i problemi che provoca ogni anno negli Stati Uniti, sovente con nome gentile — cominciò a circolare da noi alla fine del XVII secolo. Nei testi settecenteschi si trova come uracano o anche uragana; comunque nacque dallo spagnolo huraacn, che a sua volta trae origine dal vocabolo delle Antille hurakán. Insomma, è un ciclone tropicale di estrema violenza che si diffuse in Europa dopo la scoperta dell’America. Storia leggermente diversa ha il tifone (il typhôn in greco era un vento fortissimo), perché è anche il nome di un misterioso mostro di orgine orientale. Siamo, in tal caso, dinanzi a un ciclone tropicale dei mari della Cina o della zona nord-occidentale del Pacifico.
Appena si cita «tempesta», si rimanda all’omonimo dramma di Shakespeare (siamo nel 1611-12), che ci fa conoscere Prospero, signore di Milano, interessato ai libri e alla magia più che al ducato. Ma non mancano opere che hanno per titolo proprio Uragano. Degna di attenzione è quella di Aleksandr Nikolaevic Ostrovskij (1823-1866): andò in scena per la prima volta a Mosca nel 1859 e venne pubblicata l’anno successivo. Il titolo, comunque, è Grozá, parola tronca che nella sua radice contiene pericolo, minaccia, ma che significa nubifragio o qualcosa del genere; tuttavia da oltre un secolo è tradizionalmente resa con Uragano. In essa non si descrive una violenza della natura. Uno dei personaggi, Katerina, sopraffatta dai rimorsi e incapace di vivere i compromessi, dopo aver confessato i propri peccati si getta nel Volga durante un fortunale (si può chiamare anche uragano). Il suo corpo sarà raccolto da Kuligin, un orologiaio visionario che passa il suo tempo a studiare il moto perpetuo. E L’uragano è anche il titolo di un romanzo di Gino Rocca (1891-1941), uscito nel 1919 e non particolarmente ricordato. Questo autore, che si dedicò poi al teatro e conobbe il successo con lavori intimistici e commedie veneziane, lasciò con quel suo libro, anche se non tratta cataclismi della natura, la descrizione di quelli che accadono in noi.
In ogni caso, chi cerca di comprendere un uragano in letteratura dovrà inseguire le tante variazioni che la tempesta ha assunto nella scrittura, oltre che in musica o nella pittura. Trova già descrizioni in Omero, nell’Odissea, dove due grandi tempeste segnano il cammino del protagonista: da esse discende quella di Virgilio, conservata nel primo libro dell’Eneide. E come dobbiamo chiamare il fenomeno attraverso cui Dio si manifesta nell’Esodo? «Appunto al terzo giorno, sul far del mattino, vi furono tuoni, lampi, una nube densa sul monte e un suono fortissimo di tromba...» (19, 16). La tempesta c’è anche nell’altro mondo ed è evocata da Dante quasi come contrappasso di quella che, nelle diverse forme, si manifesta sulla terra; Giorgione, agli inizi del ’500, ce ne fa vedere una nell’omonimo quadro e il genere trova buona accoglienza, tanto che l’olandese Pieter Mulier (1637–1701) ne dipinse talmente tante da diventare noto come «Cavalier Tempesta». Il Robinson Crusoe di Defoe, un classico dell’antiutopia, è avvertito da ben due tempeste; mentre Swift nei suoi Viaggi di Gulliver, che appartiene al medesimo genere, fa naufragare il suo protagonista prima nell’isola di Lilliput e poi in quella di Brobdingnag grazie a questo fenomeno atmosferico. Anche nei capitoli VIII e IX del Gordon Pym di Poe se ne scatena una e la nave si salva «per la misericordia di Dio».
Tempeste si presentano, per continuare con un periodo aureo della musica, ne Le quattro stagioni di Vivaldi, nelle Stagioni di Haydn (siamo nel 1801), ma soprattutto nel secondo atto dell’Idomeneo di Mozart. E tra gli altri infiniti esempi, diremo che lo scrittore e pittore milanese Emilio Tadini intitolò La tempesta il suo quarto romanzo (Einaudi 1993): in tal caso a Prospero è stato notificato lo sfratto, ma lui si rifiuta di abbandonare la casa. Chiudiamo sorridendo con la commedia Tempesta in un bicchiere d’acqua (1930) del tedesco Bruno Frank. Il fenomeno fu provocato dal consiglio comunale di Monaco quando nel 1928 volle aumentare la tassa sui cani.
Armando Torno