Varie, 29 agosto 2011
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 29 AGOSTO 2011
Quindici miliardi di danni: tanto è costata finora alla Libia la guerra per liberarsi dalla dittatura di Gheddafi. Terminata (quasi) la battaglia, inizia la fase della ricostruzione. Paolo Baroni: «Affari da miliardi di euro per rifare strade, porti, impianti industriali, intere città». [1] Ugo Tramballi: «Per francesi, inglesi e italiani è in corso una specie di gara a monetizzare la loro partecipazione diretta alla fine della dittatura di Gheddafi. Più di un concerto internazionale sembra una gara d’appalto». [2] Luca Pagni: «E una fetta delle commesse potrebbe finire alle Pmi italiane che - sulla carta - partono da una posizione di vantaggio, essendo al quinto posto per valore delle esportazioni nel paese e con un interscambio commerciale che nel 2010 era pari a 11,6 miliardi». [3] Baroni: «Un quarto della manovra in discussione in questi giorni, tanto per capirci». [1]
Lunedì scorso, quando la situazione libica ha segnato la svolta decisiva, l’Eni ha guadagnato alla Borsa di Milano il 6,3%, l’Ansaldo Sts il 5,03%. [4] La Repubblica: «Per l’asfittica economia italiana, la fine del regime in Libia potrebbe essere qualcosa di più di una opportunità. Sempre che il nuovo governo di Tripoli mantenga la parola e confermi i contratti stipulati in passato». [5] Un anonimo alto diplomatico europeo dell’Onu: «Ciò che distingue questa ricostruzione dalle altre è che qui i fondi non mancano». Oltre ai proventi del petrolio, la Libia può contare infatti su importanti risorse finanziarie. La Stampa: «La banca centrale libica e la Libyan Investment Authority, Lia, il potente fondo sovrano libico, hanno circa 168 miliardi dollari di asset all’estero». [6]
La bozza di risoluzione a cui Londra e Parigi stanno lavorando in questi giorno prevede lo scongelamento di parte dei 20 miliardi di dollari di beni di Gheddafi presenti nelle banche britanniche. Maurizio Molinari: «L’amministrazione Obama sostiene tale approccio, dicendosi pronta a rendere disponibili “da subito” 1,5 dei 37 miliardi di beni di Gheddafi nelle banche americane. L’idea di ricorrere ai fondi del deposto colonnello per finanziare la ricostruzione è sostenuta dai Paesi della Lega Araba». [7] Antonio De Capoa, presidente della Camera di Commercio italo-libica: «Insieme alla Francia e all’Inghilterra, l’Italia è il Paese che più ha contribuito alla vittoria dei ribelli, e che ha tutta la facoltà di essere in prima linea nella ricostruzione. È solo una questione di rapidità». [8]
Nel 2008 l’interscambio tra l’Italia e la Libia era di 20 miliardi di euro, con un export italiano di 2,5 miliardi (calato leggermente nel 2010) rappresentato soprattutto da macchinari e impianti (37%), lubrificanti e oli minerali (33%) e prodotti finiti (12%). De Capoa: «Ma sono dati per difetto, perché molte delle circa 600 imprese italiane attive in Libia, per aggirare i dazi, esportano attraverso passaggi intermedi nei Paesi vicini». [8] Dodicesimo esportatore mondiale di petrolio, con una produzione di 1,58 milioni di barili al giorno, prima della rivolta la Libia valeva per l’Eni (presente nel Paese dagli Anni ’50) il 13% della produzione, 280.000 barili al giorno. In sei mesi di conflitto la produzione totale è scesa a 500.000 barili al giorno. [9]
Lo strategico gasdotto Greenstream che dalla costa africana approda a Gela garantisce ogni anno tra il 10 e il 12% dei consumi di metano del nostro paese (è stato chiuso dall’Eni nel febbraio scorso con una procedura di “messa in sicurezza” nella speranza di rimetterlo in funzione senza danni il prima possibile). [9] L’Eni ha appena rinnovato gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio fino al 2042 e per il gas fino al 2047. Pagni: «Sulla carta, come ha detto il nuovo governo di Tripoli, i contratti in essere verranno rispettati. Ma gli analisti del settore non escludono che ciò avvenga nell’ambito di una rinegoziazione più generale. Con il rischio che si possano inserire altri colossi petroliferi, francesi, inglesi, ma anche americani e cinesi». [3]
I vecchi contratti erano stati firmati con la vecchia società di stato (Noc) legata al clan Gheddafi, gli insorti hanno dato vita alla Arabian gulf oil company (Agoco). [3] Maurizio Molinari: «Pechino intende sedersi al tavolo dove verranno decisi gli assetti della nuova Libia con una determinazione che viene letta negli ambienti delle Nazioni Unite come la volontà di avere voce in capitolo sulla gestione delle risorse energetiche, non solo il greggio ma anche il gas». [7] Negli ultimi giorni Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, non ha dato segni di particolare apprensione: «Quelli petroliferi sono dei contrattoni, non è che uno si alza la mattina e cambia un’azienda petrolifera con un’altra, perché si sparerebbe su un piede: non c’è ragione di cambiare operatori che conoscono le persone ed il sottosuolo. C’è tutto il know-how che non si crea». Di più: «La pipeline lega l’Italia alla Libia, e non è che quel gas si può spedire in Cina, perché non c’è il tubo». [1]
Per l’Italia la posta in gioco va oltre l’Eni e oltre l’energia. Jacopo Giliberto: «La massima attenzione è sulla via Balbia, la lunghissima autostrada costiera da tre miliardi di dollari che, ricalcando la strada costruita negli anni ’30 sotto il governatorato di Italo Balbo, dovrà unire Tripoli con Misurata, Sirte, Agedabia, Bengasi, Barce, Derna e Tobruch. Circa 1.750 chilometri da Ras Agedir (il confine con la Tunisia) fino al confine egiziano con Sollum. L’autostrada è stata chiesta da Gheddafi nel trattato del 2008 per chiudere in via definitiva il contenzioso sui risarcimenti dell’occupazione italiana cominciata nel 1911». [10]
La supervisione dell’intero progetto sarebbe spettata all’Anas con il ruolo di advisor. Giliberto: «Il primo lotto dell’autostrada da circa 800 milioni era stato vinto (virtualmente) dal raggruppamento guidato dalla Saipem (Eni), insieme con altre imprese come Maire Tecnimont e Maltauro. All’apertura delle buste, questo raggruppamento aveva presentato l’offerta più bassa, ed era pronta all’aggiudicazione formale della gara. Ma la tempesta politica e militare ha impedito la chiusura formale del contratto». [10] Federico Rampini: «Nell’era Gheddafi gli investimenti italiani includevano un miliardo di euro nelle grandi opere (Impregilo), 740 milioni nelle ferrovie (Ansaldo), 125 milioni nelle infrastrutture stradali (Anas), 68 milioni nelle telecom (Sirti), 60 milioni da piccole e medie imprese. È una “torta” che in futuro può attirare gli appetiti di Parigi, Londra e Washington». [11]
La Camera di Commercio ItalAfrica Centrale stima che sono circa 130 le nostre aziende stabilmente impegnate in Libia. [12] Federico De Rosa: «Nel settore delle costruzioni non c’è praticamente impresa italiana che non lavori con Tripoli». [13] In fatto di grandi appalti pubblici, l’Italia è però molto indietro rispetto a Cina, Russia, Corea, Sudafrica, Turchia, Emirati Arabi. De Capoa: «Abbiamo iniziato a investire con forza dopo la firma del trattato di amicizia italo-libico del 2009, e dalla crisi in corso possiamo solo trarre vantaggi. Consideriamo che la Libia aveva già programmato interventi infrastrutturali per circa 800 miliardi di dollari, ai quali andranno aggiunti gli investimenti per la ricostruzione. I grandi settori legati alla partita politica - infrastrutture, turismo - ripartiranno soltanto fra mesi, abbiamo dunque tutto il tempo per attrezzarci». [8]
Nella Libia post Gheddafi le grandi aziende quotate in Borsa come Eni, Finmeccanica e Impregilo dovranno vedersela con i colossi francesi Total e Dassault o i britannici della Shell. Pagni: «Per le piccole e medie imprese italiane, per cui potrebbero aprirsi nuove opportunità, il pericolo viene da Est, dalla Turchia fino alla Thailandia, economie in grande espansione e aziende molto aggressive». [3] Nell’evidente intento di far valere i rapporti privilegiati con numerose capitali africane, la Cina chiede che «la ricostruzione venga affidata a Nazioni Unite, Lega Araba e Unione Africana» con l’Onu «in posizione di guida». [7] I cinesi, impegnati nel più grande progetto in corso d’opera, la ferrovia che arriverà fino in Niger, rischiano però di pagare il tiepido appoggio agli insorti. [3] Stesso problema per la Russia, che «ha giocato la carta sbagliata fin dall’inizio della crisi e non l’ha mai cambiata» (Tramballi). [2]
Giovedì a Parigi si riunirà il “Gruppo internazionale amici della Libia” messo frettolosamente in piedi dai francesi che, convinti di aver fornito l’80% del contributo internazionale alla vittoria dei ribelli, sono pronti a passare all’incasso. [14] Primo problema da risolvere: lo scongelamento dei beni libici. Tramballi: «Sono capaci tutti di scongelare i beni di un Paese che si libera di una brutale dittatura e inneggia alla democrazia. Soprattutto se il Paese è povero. Ma la Libia è ricca. Se non ci fosse stato Gheddafi, per risorse naturali divise fra la sua scarsa popolazione, avrebbe potuto competere con lo sfarzo di un Qatar. Le proprietà del governo libico in giro per il mondo sono un capitale da 165 miliardi di dollari: 30 negli Stati Uniti, 10 e mezzo in Italia, altrettanti in Germania. Esistesse un concerto delle nazioni e un mondo libero dalla crisi finanziaria sarebbe tutto più facile. Ma non c’è l’uno né l’altro. In realtà non c’è nemmeno un Governo libico, per il momento». [2]
Note: [1] Paolo Baroni, La Stampa 26/8; [2] Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore 26/8; [3] Luca Pagni, la Repubblica 26/8; [4] Federico De Rosa, Corriere della Sera 23/8; [5] la Repubblica 23/8; [6] La Stampa 26/8; [7] Maurizio Molinari, La Stampa 27/8; [8] Marzia De Giuli, La Stampa 27/8; [9] La Stampa 26/8; Federico Rampini, la Repubblica 23/8; Federico Rendina, Il Sole 24 Ore 25/8; [10] Jacopo Giliberto, Il Sole 24 Ore 24/8; [11] Federico Rampini, la Repubblica 23/8; [12] Federico De Rosa, Corriere della Sera 27/8; [13] Federico De Rosa, Corriere della Sera 23/8; [14] Antonella Rampino, La Stampa 27/8.