Aldo Grandi, Libero 27/8/2011, 27 agosto 2011
«PER OGNI PARTIGIANO MORTO FUCILAVO QUATTRO TEDESCHI»
È stato, singolare coincidenza, un sito web partigiano, www.manricoducceschi.it, a diffondere il video che sta seminando polemiche a non finire a Lucca e provincia, spingendo l’ex sindaco Pietro Fazzi a chiedere l’interessamento della magistratura e, addirittura, alla Provincia di costituirsi parte civile con le famiglie delle vittime dell’eccidio. Sì, perché a 66 anni di distanza dalla fine delle ostilità e della guerra civile in Italia, le dichiarazioni di Lilio Giannecchini, comandante partigiano e, fino a poco fa, prima di essere sostituito d’imperio, direttore dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Provincia di Lucca, suscitano ancora scalpore.
Nel corso di una trasmissione televisiva registrata alcuni anni fa, Giannecchini, che comandava la Brigata Oreste, confessò di aver dato ordine, come controrappresaglia per la fucilazione, da parte dei nazisti, di 20 partigiani chiusi nel carcere di Genova, di uccidere 80 soldati tedeschi prigionieri: «Loro facevano rappresaglie da 1 a 10, un tedesco morto, dieci italiani morti. Una mia pattuglia si è scontrata con una pattuglia tedesca e sono morti due tedeschi. Hanno prelevato dalle carceri di Genova 20 partigiani, li hanno portati sul posto e li hanno fucilati. Non ho più ragionato su quella cosa lì, so che è brutto raccontarla, ma la devo raccontare. Ho preso 80 tedeschi e li ho portati sul posto e fucilati tutti e ho lasciato una lettera: “Questo è l’elenco dei 450 prigionieri che abbiamo ancora. Se voi ancora, da ora in avanti, fate la decimazione, io li fucilo tutti. Da quel giorno non hanno più fatto la decimazione”. Giannecchini fa anche il nome del paese dove è avvenuto l’eccidio, Cravasco, in Liguria.
L’ex comandante vive oggi presso una struttura pubblica. Nel dicembre del 2010 fu destituito dal presidente della Provincia Stefano Baccelli, targato centrosinistra, in quanto rinviato a giudizio per un episodio commesso mentre dirigeva l’Istituto storico della Resistenza, situato nei locali messi gratuitamente a disposizione dalla Provincia medesima. Secondo le accuse, Giannecchini avrebbe minacciato l’ex sindaco di centrosinistra di Barga, Umberto Sereni, di rivelare, qualora si fosse candidato a sindaco di Lucca alle elezioni del 2012, un dossier sulle simpatie del padre per Mussolini e il fascismo.
Didala Ghilarducci, presidente dell’Anpi nonché nuovo presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Lucca, ha manifestato qualche perplessità sulla veridicità delle dichiarazioni di Giannecchini: «Non ci sono riscontri nella storiografia, né nelle fonti conosciute di parte alleata, partigiana o tedesca di questo episodio». Ma qualcuno si è preso la briga di andare a controllare e, sia pure un po’ ridimensionata, la versione dei fatti raccontata dal vecchio comandante partigiano apparirebbe tutt’altro che campata in aria: infatti, i morti trucidati per controrappresaglia non sarebbero 80, bensì 39 e lo stesso Giannecchini, di nuovo interrogato, avrebbe ridotto l’entità dell’eccidio.
L’uccisione di tedeschi e partigiani, però, ci fu, eccome. Anzi, ce ne furono tre nel giro di pochi giorni in quel di Cravasco, in provincia di Genova. Giannecchini, in sostanza, ha semplicemente raccontato un massacro di soldati come rappresaglia a una fucilazione di un gruppo di partigiani avvenuta poco prima. La storia, indicativa di quanto allora valesse la vita umana, ebbe inizio il 22 marzo del 1945. In quel pomeriggio, nove militari tedeschi furono attaccati da partigiani della “Brigata Balilla” comandata da Angelo Scala, detto “Battista”, sulla strada che da Cravasco va a Pietra Lavezzara. I tedeschi, peraltro militari dell’esercito e non SS, procedevano in fila indiana e vennero eliminati tutti in un breve scontro a fuoco. La memorialistica resistenziale parla di un’intimazione alla resa e poi dell’uccisione di tutti i militari, senza perdite da parte partigiana. Dalla parte opposta si descrive l’episodio come un agguato.
Di sicuro, c’è la rappresaglia tedesca, nonostante il comando germanico ormai in procinto di arrendersi, avesse ordinato lo stop alle fucilazioni. Fu il tenente colonnello delle SS Friedrich Wilhelm Konrad Siegfried Engel, detto “il boia di Genova”, condannato a numerosi ergastoli per crimini di guerra, peraltro mai scontati, a decidere la rappresaglia. Prelevò dal carcere di Marassi 20 partigiani, alcuni dei quali già condannati a morte, uno, addirittura, senza una gamba. Due di essi riuscirono, fortunosamente, a fuggire durante il trasporto verso il luogo dell’esecuzione. Un terzo sopravvisse miracolosamente. Morirono, però, in 17 davanti al cimitero di Cravasco.
Sangue chiama ancora altro sangue. Questa volta furono i partigiani a vendicare i loro compagni. Dal campo di prigionia di Rovegno furono prelevati 39 prigionieri. Erano tedeschi, ma non solo: tra essi c’erano anche ex prigionieri di guerra sovietici passati con l’Asse, due civili, 13 militi della Brigata Nera di Alessandria, quasi tutti minorenni, e un bersagliere della Divisione Italia. I 39 prigionieri vennero portati in località Monte Carlo e uccisi.
Dunque Giannecchini ricorderebbe bene, visto che lui, il partigiano, l’ha fatto proprio in quella zona.
Aldo Grandi