LUCA PAGNI , la Repubblica 26/8/2011, 26 agosto 2011
CORSA AGLI APPALTI PER LA RICOSTRUZIONE LE NOSTRE IMPRESE SFIDANO L´EST - MILANO
Le grandi aziende quotate in Borsa come Eni, Finmeccanica e Impregilo dovranno vedersela con i colossi francesi Total e Dassault o i britannici della Shell. Ma per le piccole e medie imprese italiane, per cui potrebbero aprirsi nuove opportunità, il pericolo viene da Est, dalla Turchia fino alla Thailandia, economie in grande espansione e aziende molto aggressive. Mentre nelle strade delle città libiche ancora si combatte, in Europa e non solo ci si organizza per quello che sarà il grande business della ricostruzione. Con le aziende italiane che, per retaggio storico e appalti in corso prima dell´inizio della guerra civile, si dicono già pronte a riattivare cantieri e impianti.
A cominciare dall´Eni, che dai giacimenti della Libia - dove è presente dagli Anni ‘50 - ottiene oltre il 13 per cento del suo fatturato. Oltre ad avere la proprietà dello strategico gasdotto Greenstream che dalla costa africana approda a Gela e garantisce ogni anno tra il 10 e il 12% dei consumi di metano del nostro paese. L´Eni ha appena rinnovato gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio fino al 2042 e per il gas fino al 2047. Sulla carta, come ha detto il nuovo governo di Tripoli, i contratti in essere verranno rispettati. Ma gli analisti del settore non escludono che ciò avvenga nell´ambito di una rinegoziazione più generale. Con il rischio che si possano inserire altri colossi petroliferi, francesi, inglesi, ma anche americani e cinesi. Anche perché i contratti erano stati firmati con la vecchia società di stato (Noc) legata al clan Gheddafi, mentre gli insorti hanno dato vita alla Arabian gulf oil company (Agoco).
Non a caso ieri l´amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni - al Financial Times aveva detto che nel giro di un anno l´azienda tornerà in Libia nella «posizione di forza che aveva prima» - si è premurato nell´incontro milanese con il premier del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) dei ribelli Mahmud Jibril di offrire benzina e gasolio - quindi prodotti già raffinati - per la ripresa delle attività economiche del paese «a fronte di un pagamento futuro che riceveremo in petrolio, quando i campi si rimetteranno in funzione».
Ma alle spalle di Eni si muovono alcune centinaia di aziende. Sono più di 500 quelle che hanno avuto rapporti d´affari con la Libia nel corso degli ultimi due anni secondo la Camera di commercio italo-libica. Alcune speranzose di riprendere i lavori là dove si erano interrotti. Come il consorzio guidato da Saipem che ha vinto il primo lotto da 800 milioni dell´autostrada da 1.750 chilometri lungo la costa tra Tripoli e Tobruk. Oppure come Impregilo, che ha dovuto interrompere la realizzazione di un centro congressi e Tripoli. O ancora, come Sirti e Prysmian che stavano posando linee per le comunicazioni a banda larga.
Ma la fine della guerra, porterà con sé l´inizio delle opere di ricostruzione. E una fetta delle commesse potrebbe finire alle Pmi italiane che - sulla carta - partono da una posizione di vantaggio, essendo al quinto posto per valore delle esportazioni nel paese e con un interscambio commerciale che nel 2010 era pari a 11,6 miliardi (ma era di 20 miliardi nel 2008, prima della crisi e del calo del prezzo del greggio).
Ma bisogna far presto. Il presidente delle Camera di commercio italo-libica Antonio de Capoa sta organizzando una prima trasferta per metà settembre. «I veri concorrenti delle nostre Pmi - avverte De Capoa - saranno le imprese turche e tailandesi le cui banche si sarebbe detto già pronte a garantire finanziariamente i progetti». Meno favoriti, per ora, i cinesi: nonostante sia loro il più grande progetto in corso d´opera, la ferrovia che arriverà fino in Niger, rischiano di pagare il tiepido appoggio agli insorti.