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 2011  agosto 27 Sabato calendario

VITA DI CAVOUR - PUNTATA 168 - NIZZA E SAVOIA


«Adesso stabiliamo a che punto dobbiamo fermarci» disse Napoleone. E poi: «In Italia non deve rimanere neanche un austriaco. Sì, non bisogna lasciargli un pollice di terra al di qua dell’Isonzo e delle Alpi».

«E siamo d’accordo, naturalmente». «Il punto è: come organizzeremo l’Italia, dopo?».

Discussero un po’. Finalmente venne fuori l’idea di Napoleone, idea chiara nella sostanza: si trattava di liberare l’Italia dall’influenza austriaca per sostituirvi quella francese. «Faremo un Regno dell’Alta Italia - disse Napoleone - con la valle del Po, la Romagna e le Legazioni. Qui regnerà casa Savoia. Al papa resterà Roma con i suoi dintorni. Il resto dello Stato pontificio unito alla Toscana formerà il Regno dell’Italia centrale. Lasceremo stare Napoli. Abbiamo a questo punto una confederazione, sul tipo di quella germanica, la cui presidenza verrà data al papa, così da consolarlo della perdita dei suoi territori».

«Resta inteso che se le esigenze della guerra imponessero delle modifiche…» disse Cavour.

«Evidentemente» rispose Napoleone.

«Ha qualche idea per gli altri troni d’Italia?».

«Non le nascondo, conte, che mi piacerebbe vedere Murat a Napoli».

«Per la Toscana andrebbe benissimo la duchessa di Parma. Vostra Maestà farebbe una figura magnifica: una Borbone di Francia, figlia di Carlo X, restaurata da un Bonaparte».

«Sì, mi piace. Mi piace molto». «Tenga conto che è una donna debole. Vostra Maestà ne farà quello che vuole».

«È vero, è vero. Qualcosa infatti dovremo guadagnare pure noi».

Adesso Napoleone fissava il conte con uno sguardo velato, pieno di ironia. Cavour del resto sapeva che quel momento sarebbe arrivato. L’imperatore continuò.

«Che ne direbbe di Nizza e della Savoia? Eh? Le sembra equo?».

«Credo che per la Savoia… Sì, per la Savoia non ci saranno difficoltà. La Savoia alla fine è francese. Ma Nizza… non so».

«Quale sarebbe la difficoltà?». «In fondo combattiamo per il principio di nazionalità, no? A parte Massa e Carrara, la ragione per cui facciamo la guerra all’Austria è che i lombardi, i veneti, i romagnoli sono italiani. Anche Nizza, a differenza della Savoia, è italiana. Sarebbe ben strano sacrificarla proprio quando facciamo una guerra di nazionalità».

Napoleone si carezzava la barbetta e i baffi.

«Sta bene, sta bene. Avremo tempo di parlar di questo. Prima bisognerà vincere la guerra». «Già».

«È importante aver contro solo l’Austria. M’immagino che l’Inghilterra resterà neutrale, e così pure la Prussia. Quanto ai russi, Alessandro m’ha garantito più volte che si disinteresserà dei miei passi in Italia. Sì, alla fine saremo noi due contro di loro».

Parlava quasi da solo, continuando ad accarezzarsi il mento, a torcersi i mustacchi. Cavour lo lasciava dire.

«Anche così sarà durissima - continuò - guardi quello che è capitato a mio zio. Li ha battuti. Li ha ribattuti. Li ha battuti ancora. E poi se li è trovati di nuovo di fronte, pronti a dargli la mazzata decisiva. Non bisogna credere che, vinte due o tre battaglie, la cosa sia fatta. Bisogna penetrare nell’impero, infilar la spada nel cuore…». Guardò Cavour. Il conte sapeva che questo Napoleone, il cosiddetto Napoleone le petit (Victor Hugo), non aveva fatto una guerra in vita sua. «…arrivare alle porte di Vienna».

Tacquero. Napoleone disse: «Ci vorranno trecentomila uomini almeno. Centomila bloccheranno le piazzeforti del Mincio e dell’Adige, e sorveglieranno i passi del Tirolo. Duecentomila punteranno su Vienna attraverso la Carinzia e la Stiria. Metteremo duecentomila uomini noi e centomila la Sardegna».

Cavour pensò subito che il re si sarebbe offeso.

«Sì», disse. Neanche lui aveva mai fatto la guerra. Gli vennero in mente le piccole cifre scritte da La Marmora e quella sua pretesa commovente che i due contingenti fossero uguali.

«Si pensava di offrire a Vostra Maestà, come piazza d’armi, La Spezia».

«Ottimo. Combatteremo sulla destra del fiume fino a che gli austriaci non si saranno ritirati nelle piazzeforti. Avremo due eserciti, uno comandato da me, l’altro dal re».

«C’è un altro problema» disse Cavour.

«Sì?». «Abbiamo difficoltà finanziarie…» «Come si potrebbe fare?» «Basterebbe che Vostra Maestà si impegnasse a fornirci il materiale bellico di cui avremo bisogno. E che ci facesse contrarre un prestito a Parigi». «Stia tranquillo» disse e si alzò. Si alzò anche Cavour.

«Ma sono le tre!» disse Napoleone «È quattro ore che parliamo!».

Uscirono in giardino. Era una giornata splendida.

«Vogliamo riposarci un po’? Diciamo: un’oretta?».

«Sì» rispose Cavour «riposiamoci un po’».