Mirella Serri, La Stampa 27/8/2011, 27 agosto 2011
BERGONZONI: «PER VIVERE ALL’INFINITO ASCOLTO I DOORS»
Il suo libro ideale? L’enciclopedia: «non in ordine alfabetico ma in ordine etico, caotico, sismico…». Fluviale, torrentizio, apodittico, senza limiti: Alessandro il grande Bergonzoni, 53enne guru bolognese dei palcoscenici e delle piazze, recita bianco vestito e ispirato come se fosse davanti alle platee che lo acclamano entusiaste («non parliamo di successo che è qualcosa di accaduto ma di popolarità»). Sono le battute del monologo Nel che, dopo aver avuto 250 repliche in cento città, uscirà da Garzanti con dvd e sarà presentato il 9 settembre al Festival della Letteratura di Mantova. Qui l’attore, scrittore (nel prossimo anno uscirà un libro di poesie) e, da qualche tempo, anche pittore, irromperà declamante tra il vento con i lunghi capelli al vento. In questo agosto per nulla torrido Bergonzoni è incerto se andare a Bari o a Bali perché «dopo 22 anni di terrore dell’aereo e 150 mila chilometri fatti in macchina ho ricominciato a volare».
Non ha ancora risposto: qual è il suo livre de chevet?
«Deve essere dentrasco, come Nel ».
Prego?
«Un’opera che penetra dentro, che non è la punta di un iceberg ma raggiunge il cuore e l’anima. In Nel si parla di amore: è dedicato a tutte le donne superficiali che hanno giurato amore esterno; di morte: è ispirato dall’inventore del detto “mors tua cane meo”; di famiglia: è rivolto alle suocere cannibali e ai loro generi alimentari. C’è poi la musicalità delle parole».
Eccola la verve dell’attoreartista, lessico e nuvole, il suo segreto è in un intreccio di humour, nonsense e riflessioni metafisiche. Come nasce?
«Dal mio apprezzamento per la lettura come choc, brivido, emozione. Come una scalata, un’arrampicata. Una frustata di adrenalina. La pagina che mi piace mi impegna, mi appassiona e mi fa soffrire. Non fa sconti, come quella di Giorgio Manganelli. O come i versi di William Blake a cui appartiene la famosa citazione “Se le porte della percezione venissero sgombrate, tutto apparirebbe all’uomo, come in effetti è, infinito”, ripresa sia da Jim Morrison e dalla sua band The Doors che da Aldous Huxley. Poi c’è la poesia di Giovanni Raboni, di Patrizia Valduga, di Edoardo Sanguineti, di Sandro Penna, di Giorgio Caproni e di Mario Luzi».
Le opere che quando era un ragazzo hanno dato fuoco alle polveri e l’hanno caricata come una pila elettrica di parole?
«Niente di tutto quello che si può immaginare. A casa - mio padre mi ha lasciato in eredità una fabbrica meccanica - si rideva molto e si leggeva poco. Si dicevano battute, si scherzava, si era molto allegri. Ho sempre considerato la lettura una cosa seria e non mi sono mai cimentato, se non in età avanzata con autori comici, come Wodehouse e il suo mister Jeeves. I primi approcci con il libro arrivano con il fantastico Jules Verne e con Dalla Terra alla Luna , L’isola misteriosa eIl giro del mondo in ottanta giorni . Le avventure di Tom Sawyer mi coinvolgevano dal momento che Mark Twain raccontava le vicende del suo piccolo-grande eroe come accadute veramente. Pochissimi erano i fumetti. Per singolari coincidenze alcuni libri che sono stati i miei riferimenti da ragazzo, come Pinocchio eDon Chisciotte , torneranno da adulto: nel film di Roberto Benigni sarò il direttore del circo Mangiafuoco, mentre nel Quijote di Mimmo Paladino sarò il Mago Festone. Poi ecco Maupassant e Bel Ami che sembra ambientato ai nostri giorni con l’ascesa sociale di un uomo ambizioso e seduttore che, da modesto impiegato nelle ferrovie, diventa un giornalista di successo capace di manipolare donne e potenti. L’interesse per la parola scritta per me ha origine da una serie di sensori che non ho mai cancellato dalle mie lavagne».
Sensori?
«A scuola, di calembours o di giochi di parole non se ne facevano. Io ero un tipo strampalato, esuberante e scherzoso. Ho avuto la fortuna di incontrare al ginnasio una prof straordinaria che mi ha incentivato alla poesia. Questa lavagna è rimasta tale per anni. Comunque sono sempre stato un uomo di grandi ritardi. Cosa che da una parte mi fa vergognare e dall’altra mi rende orgoglioso. Per me la lettura non è mai stata una passeggiata. Mi sono messo a divorare libri quando mi sono dedicato al teatro. E ho cominciato a visitare i musei quando mi sono cimentato in proprio con il fare artistico. Leggere è un territorio minato. Arriva a scoppio. In seguito a qualche esperienza o a qualche suggestione di vita».
Quali gli ordigni esplosivi?
«Frequentavo i manicomi prima dell’applicazione della legge 180, ma anche le carceri, e cercavo di dare una mano agli homeless nei dormitori pubblici. A Bologna gestisco un appartamento per emarginati e persone con problemi di reinserimento sociale e vengo accoltellato. Mi sembrava di essere il protagonista di un libro giallo alla Lucarelli, in un thriller di quelli che non leggo e che detesto. Tutto questo mi porterà successivamente a confrontarmi con L’emergenza delle prigioni di Michel Foucault ma non riuscirà mai ad accendermi per quegli autori che, alla fine degli anni Settanta, andavano per la maggiore, come Deleuze e Guattari, ma nemmeno per i sacri testi di Marx ed Engels. Non sono stato coinvolto dai grandi classici Balzac, Stendhal o Tolstoj».
Decisamente controcorrente.
«Preferivo il versante surreale, onirico, degli Esercizi di stile di Raymond Queneau, con la narrazione di una stessa trama in novantanove modi stilistici diversi, e poi Georges Perec e Daniel Pennac con Benjamin Malaussène e la sua inverosimile e multietnica famiglia. Di recente, da quando dipingo e compongo opere d’arte, ho incontrato anime gemelle nei cataloghi e nelle biografie di Alberto Giacometti, Alberto Burri, Egon Schiele. Poi mi sono cimentato su temi antroposofici e filosofici, con il lavoro di Rudolf Steiner e con le sue considerazioni sull’esperienza spirituale».
«Se tornassi a nascere vorrei fare il mestiere di Bergonzoni»: lo ha detto Umberto Eco. E’ tra le sue preferenze?
«Mi ha conquistato con Il nome della Rosa e basta. Stefano Benni per anni è stato un punto di riferimento e Roberto Roversi a Bologna era la guida dei più giovani: andavo nella sua libreria a fargli leggere i miei primi testi. Giuseppe Genna mi è sempre stato congeniale, capace di esercitarsi in romanzi apparentemente di genere nero e tuttavia venati di speculazioni astratte e metafisiche: Peppe Lanzetta e Alessandro Baricco mi hanno catturato. Non ho mai letto Pier Vittorio Tondelli, un faro per la mia generazione. La carta geografica delle mie letture mostra una certa instabilità».
Turbolento per lei anche grande schermo?
«Affollato, direi. Al cinema ci vado anche due volte al giorno. I miei autori sono i fratelli Marx, i Coen, Truffaut senza eguali, Emanuele Crialese, fino a film che vengono proiettati in qualche saletta d’éssai. Non stravedo per Woody Allen. Il grande schermo è una forma di ossessione. Sprofondato nella poltrona al buio non sento di staccare e di distrarmi ma di essere profondamente coinvolto come dalla musica di David Bowie, Prince o Paolo Conte».
Ma a una ragazza ha mai regalato un libro?
«Purtroppo no. Ho fatto omaggio di una bistecca, per indicare le voluttà della carne, oppure di un trenino o di una macchinina. Vivo in una schizofrenia culturale. E anche i miei autori teatrali non sono allineati secondo una linea consequenziale e vanno da Walter Chiari a Giorgio Gaber a Carmelo Bene. Adoro il teatro della crudeltà di Antonin Artaud». Funambolo, giocoliere, scienziato del nonsenso, l’hanno definito. Ma anche un agitato, ansimante, fremente diavolo ribelle con il codino sale e pepe che non ama pubblicità e tivù e teorizza i tomi come bombe a mano: «quando apro un libro non stacco ma attacco».