Francesco Guerrera, La Stampa 27/8/2011, 27 agosto 2011
I SASSOLINI DI BERNANKE
I SASSOLINI DI BERNANKE -
L’ uragano Irene si sta per abbattere su Wall Street. L’uragano Ben non si sa.
Forse distratti dall’imminente arrivo del temuto ciclone nella zona di New York, mercati ed investitori sono rimasti confusi e perplessi dall’attesissimo discorso del capo della Federal Reserve, Ben Bernanke al simposio economico di Jackson Hole.
Circondato dalle montagne del Wyoming, a migliaia di chilometri da mercati finanziari che speravano che la catastrofe meteorologica non fosse il presagio di un altro cataclisma economico, il banchiere più importante del mondo ha fatto del suo meglio per dire che la situazione è sotto controllo. Ad operatori che stavano mettendo «sacchi di sabbia vicino alla finestra» – per dirla con Lucio Dalla – il pacato Bernanke ha detto che la Fed «è pronta ad utilizzare i mezzi necessari per stimolare la ripresa economica».
Niente di nuovo fin qui, visto che Ben e i suoi stanno ripetendo la stessa litania da qualche mese senza specificare quali mezzi abbiano o come vogliano impiegarli.
AJackson Hole, però, Bernanke è andato oltre le solite banalità al bromuro che i banchieri centrali somministrano ai mercati.
Senza alzare la voce, il barbuto profeta della politica monetaria Usa si è tolto un paio di sassolini dalle scarpe. Prima di tutto, ha attaccato la Casa Bianca ed il Congresso per non avere fatto assolutamente nulla per stimolare l’economia. Anzi.
La farsa estiva sui piani di riduzione del deficit ha «sconvolto i mercati e forse anche l’economia – ha detto Bernanke ad una platea di luminari della politica e della finanza -. Ripetere eventi del genere in futuro potrebbe pregiudicare la volontà degli investitori di comprare beni finanziari americani».
Nel mondo delle banche centrali – dove meno si dice meglio è - parole come queste hanno effetti dirompenti. Ma Bernanke non si è fermato lì. Con molta ironia, ha detto di essere «fiducioso che i nostri colleghi europei capiranno l’importanza della situazione» e prenderanno misure adeguate.
Tradotto dal banchiese ciò vuol dire: «Non ho nessuna fiducia che i nostri colleghi europei stiano capendo la gravità della situazione e quindi glielo ricorderò ogni volta che posso».
Nel dubbio – e con la fretta di chi vuole lasciare l’ufficio e barricarsi a casa prima dell’uragano – gli operatori di mercati hanno interpretato le esternazioni di Bernanke come un buon segno. La Borsa di New York, che era nel rosso profondo quando Bernanke ha incominciato a parlare, ha chiuso la sessione in forte crescita.
Gli operatori con cui ho parlato hanno spiegato che il tono burbero di Bernanke con i politici americani ha acceso speranze che il Congresso e l’amministrazione Obama faranno finalmente qualcosa per stimolare la moribonda economia Usa.
Gli ottimisti si sono aggrappati alla notizia, inserita da Ben nel suo discorso, che il prossimo incontro della Fed, a settembre, sarà di due giorni, anziché uno – forse un segnale che anche la banca centrale si sta preparando ad agire.
Sarebbe bello pensare che i problemi annosi degli Stati Uniti si possano risolvere in due giorni. Eppure, mi riesce molto difficile essere ottimista in un frangente come questo, e non solo perché la cantina mi si allagherà sicuramente questo weekend.
I «mezzi» di cui parla Bernanke per far risorgere l’economia sono limitatissimi. I tassi d’interesse – l’arma più potente nell’arsenale dei banchieri centrali per ridurre il costo del denaro e invitare aziende e consumatori a spendere – sono già praticamente zero negli Usa.
L’idea che la Fed possa ricominciare a spendere miliardi di dollari per comprare beni del Tesoro e pompare denaro nell’economia - un trucco che ha già tentato due volte senza gran successo – sembra remota.
Forse Bernanke riuscirà a persuadere la Casa Bianca e i repubblicani che controllano metà Congresso a raggiungere un accordo su misure di stimolo fiscale – spese statali tipo «New Deal» di Franklin Roosevelt, seguite da un aumento delle tasse per pagarle.
Ma le chances che democratici e repubblicani ammettano che bisogna alzare le imposte per pagare i debiti a un anno dalle elezioni presidenziali sono poche.
Per quello che riguarda l’Europa, Bernanke può tuonare come e quanto vuole ma le sue parole non hanno grande risonanza in un continente con problemi gravi e di non facile soluzione.
Il discorso di Jackson Hole ha, quanto meno, risollevato il morale dei mercati dopo settimane impegnative e cupe. Ma con le nuvole nere di Irene già visibili dai grattacieli di Manhattan, è difficile credere che gli Usa non siano più nell’occhio del ciclone.