Gabriele Romagnoli, la Repubblica 27/8/2011, 27 agosto 2011
QUANTO TEMPO CI VUOLE PER CREARE UN CAPOLAVORO?
Una volta, subito dopo aver visto il suo ennesimo e non inevitabile prodotto, ho chiesto a Woody Allen, con il dovuto rispetto: "Sente proprio la necessità di fare un film all´anno?". "Sì – rispose in modo dolente -. E la ragione è che altrimenti cadrei in depressione. Se invece di sfogare la creatività rimanessi fermo a pensare dovrei ammettere che nulla ha senso. Meglio allora concentrarsi su casting, scenografie e festival. E´ la mia via di salvezza". Potessi incontrare Terrence Malick, che interviste invece non ne dà, gli farei la domanda opposta: "E´ proprio necessario lavorare dieci anni allo stesso film?".
magari otterrei la medesima risposta. La nevrosi creativa ha i suoi tempi e i suoi modi. C´è quella a scatti e quella di fondo. Osservandone gli effetti come spettatori, lettori o fruitori di una qualsiasi forma d´arte fatichiamo a capire.
La prima cosa di cui dovremmo liberarci è la soggezione del tempo. E´ quasi ineluttabile che, di fronte a un´opera di cui veniamo informati dal solerte risvolto o catalogo che ha richiesto vent´anni, o addirittura una vita, scatti il pregiudizio favorevole. Pregiudizio, appunto. Infantile, perfino. Un po´ come quando alle scuole medie finiva l´ora del tema e il compagno diceva: "Tu quanto hai scritto? Io tre fogli protocollo!". La durata non era garanzia di valore. Così non lo è neppure il tempo speso a concepire e dare alla luce romanzi, film, quadri. E tuttavia. Tuttavia "Roma non è stata costruita in un giorno". Eppure Simonetta Agnello Hornby sostiene di aver concepito, tutto intero, il suo romanzo più fortunato, La mennulara, mentre aspettava un volo ritardato in aeroporto. Molti hanno considerato l´aneddoto leggenda.
Spesso una recensione negativa parte proprio da una ironica considerazione temporale, tipo: "La mattina in cui l´autore scrisse questo suo ultimo libro…". E se quel breve lasso di tempo fosse stata un´esplosione di genio? Ci sono autori che ci hanno consegnato un unico parto del loro lavoro e quello rimiriamo devoti, ma come sarebbe cambiato il giudizio su di loro se ci avessero rivelato anche gli inediti, in 36 volumi? Più o meno (anzi più) quel che ha scritto Georges Simenon, capace di pubblicare, con vari pseudonimi, centinaia di romanzi (la cifra esatta è oggetto di disputa). Un Woody Allen, ma al quadrato. Ottanta pagine al giorno, cominciando alle quattro del mattino, la giacca appesa alla sedia. Per nevrosi, per bulimia creativa, per essere altrove e fare, altrove, lo stesso che faceva nella vita: fuggire dalla propria storia, possedere floride domestiche, andare incontro all´inesorabile. Salvo smettere, di botto, alla morte della madre. Finita la necessità o l´ispirazione?
Ecco l´altro feticcio: l´ispirazione. E´ quella la miccia dell´opera? Se così fosse di Simenon avremmo probabilmente un paio di romanzi. Il resto, detto da un ammiratore, è disciplina, tecnica, variazione sul tema. Non per questo meno apprezzabile. Creatività è anche sapienza specifica. Innescabile a piacere? Magari. Non tutti sono Simenon. E nei tracciati degli iperproduttivi si possono individuare ragioni diverse. Prendiamo Steven Soderbergh, uno dei registi più interessanti e prolifici dell´ultima decade. Capace di fare due film nello stesso anno (Erin Brockovich e Traffic) e di portare entrambi alla serata degli Oscar. Vedendoli, è chiaro che uno (Erin Brockovich) è figlio dei voleri degli studios hollywodiani. L´altro (Traffic) della sua fantasia autoriale. In tutta la sua opera sono evidenti i due filoni: presumibilmente gira Solaris per potersi finanziare Full frontal, Ocean´s Twelve per Girlfriend experience. Va bene così, è un baratto comprensibile. Altri fanno scelte diverse. Paolo Sorrentino è probabilmente una delle menti creative più rapide, capace di scrivere la sceneggiatura di Le conseguenze dell´amore in quattro giorni. Il suo curriculum, tuttavia non avaro, potrebbe essere più corposo se avesse ceduto alle lusinghe di qualche film facile per potersene permettere uno difficile come L´amico di famiglia.
Poi c´è la vita, che essendo un mistero, altri ne procrea. E allora determina senili esuberanze in cui autori che per la maggior parte dell´esistenza han prodotto punto o poco. Il terminale Van Gogh sembrava preso dalla furia di riempire una pinacoteca. E che dire dell´incontenibilità di Andrea Camilleri? Scoperti tardi? Dagli altri o anche da se stessi? C´è un tempo per ogni cosa, anche per l´espressione della creatività? Nel suo piccolo capolavoro intitolato La scomparsa di Majorana Leonardo Sciascia fa una digressione sui tempi posticipati della rivelazione del genio di Stendhal, "un caso, il suo, di precocità ritardata al possibile". Ne ha "paura, tenta di sfuggire in tutti i modi. Perde tempo. Si finge ambizioni carrieristiche e mondane. Si nasconde. Si maschera. Ed è un gioco che fino a un certo punto gli riesce". Ma poi è costretto a scrivere "tutto", a smascherarsi, a produrre, una dopo l´altra, le perle che teneva secrete. A Stendhal Sciascia contrappone mirabilmente il caso opposto: Evaristo Galois. "Ventenne, passa la notte che precede il duello in cui sa che morirà ad anticipare: e febbrilmente condensa in una lettera al suo amico Chevalier l´opera che gli era assegnata, l´opera che non può non essere un tutt´uno con la sua vita". In una notte. Mentre l´altro aspetta metà di una vita "sapendo" che gli sarà concesso non morire prima di aver dato alle stampe Il rosso e il nero.
Possiamo teorizzare quanto vogliamo, ma tutto questo non attiene alla logica, bensì al mistero. Ed è meraviglioso che così sia e resti. Ridurlo a un´infografica tra iper e ipo produttivi sarebbe più ancor che ferale, banale. Il genio è tale anche perché conosce i propri tempi e al ritmo di quelli balla. E ci fa ballare. La bellezza è proprio nell´imprevedibilità delle sue manifestazioni. A divertirsi di più (e di più a soffrirne, ma è solo un altro lato della medaglia) è chi ne dispone. Alla fine l´aurea massima l´ha scritta Italo Calvino, sostenendo che nessun autore si rende mai conto di quando sta realizzando il suo capolavoro, per cui tanto vale scrivere, musicare, dipingere. Per dieci anni la stessa opera, oppure tutto in una mattina. Così è, se ai creativi pare.