Ferdinando Cotugno, Vantiy Fair n.34 24/8/2011, 24 agosto 2011
ADESSO VI RACCONTO LA VERITÀ SULL’ITALIA DEGLI EVASORI DI FERDINANDO COTUGNO
«Sa qual è la cosa peggiore di parlare con gli evasori? Che non solo ti derubano, ma ti fanno anche sentire un pirla quando dici che tu le tasse le paghi. Sono il cancro di questo Paese. Sono anni che mi districo ogni giorno con le dichiarazioni dei redditi degli italiani, e sono per la maggior parte false». In forma anonima, di nascosto perfino dalla moglie, a parlare al telefono (da un numero oscurato, come ulteriore sicurezza) è il misterioso Johannes Bückler, il cittadino esperto di tasse che ha preso carta e penna e ha già scritto quattro lettere al Corriere della Sera (la prima, il 14 agosto) per spiegare come funziona il fisco in Italia visto da dentro. Lo pseudonimo che ha scelto come firma (e per l’indirizzo email al quale in tanti gli hanno risposto) è il nome di un eroe tedesco del ’700, una sorta di Robin Hood della Renania che toglieva ai ricchi per dare ai contadini. Uno che oggi forse farebbe il cacciatore di evasori fiscali. E chissà che pure il nostro Bückler, anche se lui non lo ammetterà mai, non sia davvero del mestiere.
Lei sa che Bückler finì giustiziato?
«L’ho scelto proprio per questo motivo. Mi divertiva che venisse ricordato come un eroe, ma che non fosse uno stinco di santo».
Perché tanta segretezza?
«Nessuno deve mai sapere che sono io, nemmeno la mia famiglia. Voglio proteggere la mia vita tranquilla, le mie relazioni e il mio lavoro. Ormai sono vicino alla pensione. Poi, sa, sono timido. Mi trovo molto più a mio agio nello scrivere che nel parlare, ed è la prima volta in vita mia che qualcuno mi intervista».
Aveva informazioni precise al dettaglio. A Milano, 939.610 contribuenti su 973.788 non devono pagare il contributo di solidarietà, a Bergamo il 47,2% delle società non fa utili da anni.
«Non sono dati tanto diversi da quelli che si possono trovare facendosi un giro su Internet. Ho scritto di Milano e di Bergamo perché sono le due città simbolo di Bossi e Berlusconi. Ma se allarghiamo il discorso all’Italia, è ugualmente desolante: il 25% degli autonomi, ufficialmente, guadagna 500 euro al mese. Una pensione sociale...».
Se è così evidente, perché nessuno fa nulla. Colpa della politica o dei «controllori»?
«Tutti i risultati nella lotta all’evasione sono merito di chi opera sul campo, di chi è in prima linea, mentre dal punto di vista legislativo si fa ben poco. Per recuperare risorse dovremmo puntare sulla grande evasione, ma ci scontriamo contro gli scudi fiscali e allora diventa tutto inutile. Anche i Comuni potrebbero dare una mano, hanno il diritto di incrociare i dati con quelli dell’Agenzia delle entrate, ma lasciano perdere: meglio non rinunciare al loro tornaconto elettorale».
Perché proprio questa manovra l’ha fatta arrabbiare così tanto?
«Sono dei dilettanti, lo dico da elettore deluso di centrodestra. Fin dalle parole: che vuol dire “contributo di solidarietà”? Una formula che non sarebbe venuta in mente nemmeno alla peggiore sinistra. Si riuniscono per giorni, fanno le task-force e che cosa producono: l’aumento di un punto di Iva. Per un’idea così basta uno studente di Economia».
Berlusconi dice che non c’erano alternative a questa manovra.
«Io dico che se guardiamo ai numeri, una seria lotta all’evasione può risolvere molti dei nostri problemi. Non posso credere che sia nel Dna degli italiani non pagare le tasse».
Però alla fine non le pagano.
«Il rapporto tra Stato e cittadino deve essere basato sulla fiducia reciproca, la soluzione non può essere mettere un finanziere dietro ogni porta. Lo Stato deve dire: “Io prendo per buona la tua dichiarazione dei redditi, ma se sgarri, pagherai caro”. E con caro intendo la galera, perché oggi le pene fanno ridere, fanno il solletico agli evasori».
Non serve anche un cambiamento culturale?
«Certo, ma per quello ci vuole tempo. Una cultura fiscale parte dal basso, dai bambini, dall’educazione civica. Sarebbe più veloce, forse, se a guidarlo fossero le donne».
Perché le donne?
«Perché penso alla faccia di mia moglie quando pretende gli scontrini. Le vedo una grinta bellissima, sembra Alien. E poi hanno capacità e il cuore che serve nei momenti difficili».
Possono servire gli spot come quello anti-evasione trasmesso in questo giorni?
«Quando ho visto quella pubblicità non ci potevo credere. A chi è venuto in mente di rappresentare l’evasore come un tossico con la barba incolta? Di evasori ne ho conosciuti tanti, e le dico che si radono tutti i giorni, girano col Suv, frequentano gente perbene».
Molti dicono che senza queste «furbate» non ce la farebbero.
«Il loro ragionamento non regge. Se la giustizia in Italia non funziona, allora il cittadino è autorizzato a farsi giustizia da solo? Le tasse si abbasserebbero, se le pagassero tutti».
Evasori e politica sono due caste che si proteggono a vicenda?
«Probabilmente sì. Ma sono i politici a essere espressione del popolo e non viceversa. Se non cambiamo culturalmente come popolo, non può cambiare la classe politica: è il tessuto sociale che è marcio. Stiamo colando a picco tutti insieme».
L’attenzione che ha ricevuto dopo le sue lettere è segno di un cambiamento possibile?
«Mi hanno scritto in centinaia, manager, chirurgi, gente che si è ammazzata di lavoro e che è stanca di essere presa in giro. Un’Italia che non si vede mai, perché il ceto medio ha pensato troppo a lavorare e non ha capito che serviva anche una rappresentanza politica. Mi dicono che pagano le tasse e che verserebbero volentieri anche un contributo di solidarietà, a prescindere dalla soglia dei 90 mila euro, se solo non fosse imposto con questi metodi e se aiutasse davvero qualcuno».