Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 26 Venerdì calendario

TORINO TEME PER IL PROPRIO FUTURO

Se c’è una parola che in questi giorni si sente pronunciare sempre più spesso nelle stanze che contano in una Torino ancora in larga parte chiusa per ferie (in molti casi forzate) è «alibi». Quegli alibi che fino a qualche mese fa la Fiat poteva avere per non dare corso agli investimenti del piano Fabbrica Italia, e che oggi – dopo i referendum, l’accordo interconfederale del 28 giugno e la norma inserita in manovra che ne dichiara la retroattività – almeno in teoria sembrerebbero venuti meno. Almeno è così che la pensa da qualche giorno anche una parte di chi finora «senza se e senza ma» si era schierato dalla parte della Fiat.

Forse le più eclatanti sono state le parole di Roberto Cota, il governatore leghista che più di un anno fa a poche settimane dalla sua elezione si faceva fotografare abbracciato all’a.d. di Fiat e che da allora era diventato un marchionnista convinto. «Penso sia necessario un chiarimento definitivo sugli investimenti e la tempistica degli stessi negli stabilimenti di Grugliasco e Mirafiori», ha detto l’altro ieri, in una dichiarazione che evidentemente tradisce un’insofferenza crescente di fronte al continuo protrarsi del clima di incertezza sul destino degli stabilimenti piemontesi, compresa quella Mirafiori che l’anno scorso aveva definito «simbolo dell’industria del nord». Anche perché il governatore ha fatto capire di aver agito direttamente sul ministro Sacconi (insieme ad alcuni esponenti del mondo confindustriale) per ottenere l’inserimento della norma che fa riferimento all’accordo del 28 giugno nel testo della manovra, una novità che – sperava Cota – avrebbe dovuto sgombrare il campo da ogni perplessità residua. Invece così non è stato.

Dal Comune di Torino, il sindaco Piero Fassino (si veda l’intervista a fianco) ragionevolmente invita a non eccedere in inutili esegesi delle parole di Marchionne, ma anche a Palazzo civico l’umore non è dei migliori. Sergio Marchionne, insieme con John Elkann, aveva fatto visita al sindaco e al suo vice, l’ex-sindacalista cislino Tom Dealessandri il 13 luglio, pochi giorni dopo tra i vertici del Lingotto e della città c’era stato un ulteriore colloquio telefonico dopo la sentenza del 16 luglio, ma da allora nessun altro contatto, in una sorta di tregua estiva che ha accresciuto la sorpresa di fronte alle parole pronunciate l’altro ieri a Rimini.

«È maturo il momento della chiarezza sui tempi e sulle caratteristiche degli investimenti», ha detto ancora ieri il segretario regionale del Pd Gianfranco Morgando, mentre dal fronte sindacale il segretario della Cisl torinese Nanni Tosco ribadisce la necessità di «partire con il conto alla rovescia per l’avvio dei programmi sugli stabilimenti, perché il contesto da ostativo che era è diventato assolutamente positivo».

Si è incrinato l’asse dei supporter del Lingotto? È presto per dirlo, e forse è solo un problema di comunicazione (non è un mistero che con l’a.d. spesso negli Usa e gli avvicendamenti nella prima linea del management alla città siano venuti a mancare alcuni interlocutori storici dentro all’azienda). Ma certo è che la tensione a Torino sta salendo. Anche perché tra il miliardo di investimenti a Mirafiori per produrre 280mila auto (auto pregiate come i Suv, che per l’Italia sarebbero una novità) e i 600 milioni previsti a Grugliasco nella ex-Bertone, per Torino Fabbrica Italia vale un bel pezzo del proprio futuro industriale, da cui dipendono le sorti di buona parte di un indotto che sotto la Mole conta ancora un migliaio di imprese per quasi 100mila addetti.

«Ci troviamo in una fase delicatissima», osserva dall’Unione industriale il direttore Giuseppe Gherzi. Che comprende le ansie crescenti di politica e sindacato ma anche il linguaggio ancora prudente del Lingotto: «Oggettivamente – sottolinea – il quadro resta confuso, tra accordi da ratificare, norme inserite ma modificabili, un sindacato che decide lo sciopero generale e le motivazioni di una sentenza importante che tardano ad arrivare». Morale: «Servirebbe un’azione, da parte di tutti, più coraggiosa e coesa». Ovvero, specifica, «una legge che recepisca i contenuti dell’accordo del 28 giugno e consenta di fare chiarezza anche nel momento in cui il fronte delle organizzazioni sindacali dovesse vacillare, come dimostra la voglia di sciopero generale espressa dalla Cgil».