Vittorio Malagutti, il Fatto Quotidiano 26/8/2011, 26 agosto 2011
L’ENI TENTA DI TENERE LE SEI ZAMPE IN LIBIA
Sostiene il numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni che se i libici non confermassero i vecchi partner nel business petrolifero “si sparerebbero nei piedi”. Difficile dargli torto. Perché, come spiega Scaroni, “nessuno ha ragione di cambiare operatori che lavorano lì da anni e conoscono il territorio come nessun altro”. Eppure, a giudicare dal gran forcing diplomatico e mediatico in corso negli ultimi giorni, si direbbe che il numero uno del cane a sei zampe tema davvero che tra Bengasi e Tripoli ci sia qualcuno pronto a tirarsi una fucilata sui piedi. È una corsa che pare a tratti disperata quella di Scaroni (e dietro a lui il premier Berlusconi) nel tentativo di recuperare in pochi giorni i mesi di dubbi e incertezze che hanno contrassegnato l’impegno italiano nella lotta contro Gheddafi. E dopo che mercoledì il capo del governo provvisorio libico, Mahmud Jibril, si è precipitato a Parigi (prima che in Italia) per abbracciare il presidente Nicolas Sarkozy, leader della crociata internazionale contro il rais, i timori italiani si sono fatti ancora più concreti.
Tutto si gioca su petrolio e gas, ovviamente. Una corsa partita mesi fa e destinata d’ora in poi a prendere velocità, tra colpi bassi e sgambetti diplomatici. L’Eni sembra avvantaggiata grazie alla sua storica presenza in Libia (dal 1959) che ne fa il più importante operatore nel Paese nordafricano. Inoltre, il 60 per cento dell’export verso l’Italia è costituito da gas naturale che scorre, o meglio scorreva, nel metanodotto “Greenstream” tra il porto di Mellitah e Gela, in Sicilia. In questo caso Eni non teme ribaltoni. I tubi non possono essere deviati o ceduti ad altri. Si tratta solo di riattivare la fornitura sospesa causa guerra a febbraio (sarà comunque questione di mesi) e tutto dovrebbe tornare come prima. Scaroni vuol fare presto, perché il metano libico, che vale il 10 per cento del fabbisogno italiano, serve a metterci a riparo in vista dell’inverno da eventuali sorprese da parte di altri grandi fornitori come Russia e Algeria.
Diverso è il discorso per quanto riguarda il petrolio. È vero che le attività dell’Eni (primo operatore con 116mila barili al giorno) sono garantite da contratti che sarebbe complicato annullare. Nella gran confusione del dopo Gheddafi nessuno però si sente di escludere colpi di mano e ritorsioni verso i Paesi rimasti neutrali nella guerra anti Gheddafi. Cina, Russia e Brasile, molto attivi in Libia prima del’inizio della rivolta, non si sono allineati alle posizioni della Nato e adesso rischiano di essere lasciati ai margini. Viceversa la francese Total, le britanniche Bp e Shell, le statunitensi Exxon e Chevron stanno cercando di tradurre in nuovo business l’appoggio militare fornito dai rispettivi governi ai rivoltosi. Total vanta già una presenza importante con 55mila barili al giorno, mentre i gruppi anglosassoni hanno iniziato le esplorazioni, fin qui senza grandi risultati, a partire dal 2005, dopo la caduta delle sanzioni internazionali contro il regime di Gheddafi.
Adesso però è tutto fermo. Ed è questa un’altra grande incognita sospesa sul futuro della Libia. Quanto tempo servirà per rimettere in funzione gli impianti? Le previsioni degli esperti parlano di un minimo di sei mesi fino a due anni e anche di più. Molto dipende dalle condizioni di sicurezza nel Paese, dalla effettiva cessazione delle ostilità. Scaroni ha fretta. Il calo dell’utile del colosso petrolifero italiano nei primi sei mesi del 2011 (meno 14 per cento) è stato dovuto in buona parte ai problemi libici. Ecco perché il capo dell’Eni adesso spera che i libici “non si sparino nei piedi”.