Mario Serenellini, il venerdì di Repubblica 26/8/2011, 26 agosto 2011
LUI, LUI, LEI
Stavolta il lettino è esplicito. E multiplo: a tre piazze. Ma già prima di A Dangerous Method, titolo tra i più attesi del concorso alla Mostra di Venezia, il cinema di David Cronenberg, da M.Butterfly a Spider, è stato un miscuglio, magari sottaciuto, di pellicola e psicoanalisi. Con il nuovo film, però, il regista canadese affonda dichiaratamente la cinepresa nelle pieghe più oscure e attraenti dell’animo umano, prendendo a campione un "triangolo" eccellente: Sigmund Freud, padre della psicoanalisi, e altri due suoi pionieri, Carl Gustav Jung e Sabina Spielrein.
Un film in costume, che mette a nudo la psiche. Un incandescente viavai, dagli impervi risvolti sessuali, tra inconscio e realtà, scienza e esistenza, con la donna fulcro scatenante: soggetto caro al cinema, esplorato in Italia nel 2002, con gli stessi personaggi, da Roberto Faenza in Prendimi l’anima o, già nel 1977, da Liliana Cavani (Al di là del bene e del male, sui grovigli fatali di Lou Andreas-Salomé con Nietzsche, il suo discepolo Paul Rée, Rilke e Freud), che Cronenberg ha ora sviluppato dalla pièce The Talking Cure di Christopher Hampton, lo sceneggiatore premio Oscar de Le relazioni pericolose di Frears: "Non aspettatevi un biopic su Freud" ha precisato subito al recente Fan Expo di Toronto il regista, 68 anni, sorriso ironico di dominatore, capelli ritti e spinosi d’istrice circospetto. "Ho girato ancora una volta in Europa, tra Germania e Austria, dopo i miei due film londinesi, A History of Violence e La promessa dell’assassino, ma non per mimare accademicamente epoca, ambienti e protagonisti nell’ora della nascita della psicoanalisi. Ho semplicemente risvegliato, rendendola contemporanea, la relazione tumultuosa, tra il 1904 e il 1912, del giovane Jung con Freud, suo mentore. La sceneggiatura che lo stesso Hampton ha derivato dalla sua pièce, tratta dal romanzo di studio A Most Dangerous Method di John Kerr del 1993, ci sprofonda in una storia di follia, d’adulterio e di rivalità maschile, accesa da Sabina, divenuta psicanalista dopo essere stata internata a diciannove anni per "isteria grave" e seguita da Jung che ne sarà il medico, lo psichiatra, l’amante".
Siamo di fronte, David Cronenberg, a un nuovo, tormentato triangolo, gelidamente amniotico, come quello dei gemelli-rivali per amore della stessa donna in Inseparabili?
"Il personaggio che più mi ha coinvolto è Sabina Spielrein - interpretata da Keira Knightley - nota per essere stata una delle amanti di Jung, ma anche una delle prime donne psicanaliste. Le si deve, in psicoanalisi, il concetto di pulsione di morte, poi elaborato da Freud. Sabina non è stata unicamente un successo terapeutico di Jung, è stata il cardine d’un dramma d’amore, nel turbinio della nascita della psicoanalisi, rivelato solo nel 1977 con il ritrovamento del diario della donna e della corrispondenza incrociata con Freud e Jung. È da anni che m’interesso a questa storia, a quel periodo complesso della ricerca medica: mi son letto tutte le biografie esistenti dei tre protagonisti".
Un intreccio inscindibile: ne ha fatto un Jules e Jim da lettino?
"La realtà storica è davvero drammatica e affascinante: e, nel privato, diventa una straordinaria variante del ménage à trois. Non che Sabina abbia avuto una relazione con Freud, ma è un fatto che, per studiare al suo fianco, ha lasciato perdere Jung: il quale ha vissuto questa scelta come una forma di tradimento".
Il film riafferma, com’è frequente nel suo cinema, da La Mosca a Crash, il ruolo chiave della donna...
"Sì, Sabina è una spinta creatrice, ma anche una vittima della società in cui vive. È appassionante osservare come certe forme di follia spariscano con il tempo. C’era una volta una malattia chiamata isteria, dal greco che significa utero, dunque patologia da ascrivere esclusivamente alla donna. È un po’ questo il soggetto e il pungolo di A Dangerous Method: le malattie che sono invenzioni culturali più che fisiologiche. Di cui Sabina è stata cavia ideale, in quanto donna tutta passione e intelligenza: dunque disturbante, per l’epoca".
Tra lenzuola e sedute di studio, quel terremoto assai intimo è all’origine d’una svolta storica nei metodi della psicoanalisi: a questo allude il titolo, A Dangerous Method?
"Quel triangolo incontrollato provoca un giro di boa totale nelle teorie freudiane. Rendendosi conto che il ricorso all’ipnosi non ha che un’efficacia temporanea, Freud sceglie di sperimentare il metodo della parlata libera, della confidenza segreta: la Talking Cure, che dà il titolo alla pièce di Hampton. Zurigo e Vienna diventano così la cornice d’un racconto, molto noir, di scoperte intellettuali e sessuali, registi-vittime Jung (interpretato da Michael Fassbender) e Freud (Viggo Mortensen), cui s’aggiunge il tossicomane e sbandato Otto Gross (Vincent Cassel), ben deciso a oltrepassare ogni limite".
Mortensen per la terza volta consecutiva suo protagonista. Ha preso il posto di Jeremy Irons, altro suo attore feticcio?
"Per il ruolo di Freud, in realtà, avevo previsto all’inizio Christoph Waltz, che poi ha detto no per i troppi impegni. È dopo la sua rinuncia che ho richiamato il "mio" attore, che è stato anche - non dimentichiamolo - un grande Aragorn nel Signore degli Anelli... Non è stato l’unico ritrovamento: al film s’è associato subito il produttore britannico Jeremy Thomas, che mi aveva reso possibili film come Il pasto nudo o Crash".
È già al lavoro su nuovi film?
"L’anno prossimo uscirà Cosmopolis, un thriller basato sul romanzo di Don DeLillo, protagonista Robert Pattinson, giovane finanziere raggomitolato nel fondo della sua limousine mentre è in gioco l’intera sua fortuna. Intanto, sto vagliando altri progetti, anche di numeri 2: La mosca 2, La promessa dell’assassino 2... O anche Cerchio blu dei Matarese, da Robert Ludlum. Dopo la psicoanalisi, sto approfondendo la fisica, per un adattamento del romanzo As She Climbed Across the Table di Jonathan Lethem di cui dovrebbe scrivere la sceneggiatura Bruce Wagner (Nightmare 3). Ma quel che più m’attira al momento è la regia di una storia di Joe Penhall (lo sceneggiatore di The Road), su una studentessa universitaria che, a dispetto della razionalità del suo fidanzato, ricercatore scientifico, si sente perseguitata da Lac, una sorta di vuoto intelligente che trasborda in un’altra dimensione".
Sempre sogni e incubi, proiezioni, angosciose e seducenti, in un altrove della realtà o del corpo, da Videodrome a eXistenZ. È questo che lei sogna e che confesserebbe al suo Freud? Qual è il suo cinema notturno?
"I film sono come i sogni, soggetti alla stessa, incontrollabile dinamica. E viceversa, i sogni sono i nostri film. Oggi forse il cinema ha cambiato il modo di sognare. I nostri sogni son debitori delle componenti oniriche del grande schermo: montaggio, effetti speciali... Il mio? È di sognare una sceneggiatura perfetta, da trasporre pari pari, una volta sveglio, in film. Ma finora non mi è mai successo. Finora...".