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 2011  agosto 26 Venerdì calendario

DALLA PALESTRA A VENEZIA. UN’ATTRICE PER CASO - 17

anni inizia a fare l’attrice. Alla stessa età s’innamora. A 19 mette al mondo un figlio. Subito dopo debutta in tv con Distretto di polizia e al cinema con Ricordati di me di Muccino. Poco dopo è Paola Borsellino, la figlia del magistrato ucciso a Palermo, nello sceneggiato di Tavarelli, dopo ancora è Rosy Abate, boss mafiosa nella Squadra antimafia. E tra pochi giorni debutterà alla Mostra del Cinema di Venezia con Cavalli, di Michele Rho...
Giulia va veloce. Giulia Michelini, capelli lunghi castani, sorriso luminoso, nata a Roma sotto il segno sventato ma simpatico dei Gemelli, a 26 anni ha già visto e fatto cose che gli occhi dei suoi coetanei non possono neanche immaginare. Non che Giulia sia un mostro di attività... Anzi, lei galleggia spesso tra le nuvole. Un po’ distratta, un po’ incosciente, molto imprevedibile. Pronta a buttarsi nella vita a rotta di collo. «La mia vita non è mai andata in modo prevedibile... Tanto vale afferrare al volo quello che offre», filosofeggia. Fuori le prove. «Da anni andavo in una palestra a fare ginnastica artistica, finché un pomeriggio mi ferma un tizio uscito tutto sudato dalla sala dove si fanno i pesi. Dice di essere un regista, mi propone un provino per il suo nuovo film». Il tizio si chiama Gabriele Muccino, il film è L’ultimo bacio. «Ci sono andata. Non mi hanno presa», racconta. Pratica archiviata. «Però, dopo qualche tempo si è fatto vivo Francesco Vedovati, aiuto-regista di Muccino. Cercava qualcuna per il ruolo della sorella di Claudia Pandolfi per Distretto di polizia 3... Si era ricordato di me». Miniserie di successo, ruolo piccolo ma «fisso». Lei entusiasta, i genitori meno. «Per loro la priorità erano gli studi. Per me... Non avevo ancora finito il liceo, non ero una gran studiosa, ma insomma, me la cavavo». Accetta la parte, ma non mette da parte i libri. «La maturità l’ho presa. Un po’ scarsina, 64 risicato...».
Va meglio sul set. Dopo la serie poliziesca arriva Borsellino. I genitori di Giulia, entrambi ex magistrati, scuotono la testa. «Loro hanno vissuto in prima fila gli anni di piombo, hanno preso parte ai processi contro le Br... Mio padre a Milano girava con la scorta. Quando gli ho detto del telefilm su Borsellino sono rimasti perplessi. Temevano la retorica, le speculazioni, su un tema così scottante e tragico. Si sono ricreduti vedendo il film. In effetti un buon prodotto tv».
A papà e mamma, assicura, lei deve moltissimo. «Mi hanno cresciuta con valori saldi, con un forte senso civico che spero di trasmettere a mio figlio». E quando hanno saputo che avrebbe interpretato una boss della mafia? «Ma quella è pura fiction! Per quanto gli sceneggiatori dicano di rifarsi alla cronaca, sono storie surreali, con continui colpi di scena. Rosy Abate in questa nuova serie si trasformerà in una collaboratrice di giustizia. Le sono affezionata, ma anche un po’ stufa. Dopo quattro anni si raccontano sempre le stesse cose. D’altra parte io tengo famiglia. Se un telefilm mi garantisce tre anni di lavoro prendo tre anni di lavoro».
In quest’ottica anche i film «seriali» sono una manna. In partenza per l’isola greca di Paros, set del capitolo secondo di Immaturi di Paolo Genovese, Giulia bacchetta un cinema che spesso si fa prendere dalla pigrizia dei sequel. «Ma il numero due non è mai come il numero uno». Si è divertita invece a girare Cavalli. «Una storia ambientata a fine ’800 in una fattoria, tra grandi distese e orizzonti lontani. Il mio è un piccolo ruolo ma pieno di sottigliezze emotive. E poi adoro andare a cavallo. Uno sport che mi ha molto aiutata: il cavallo ti ascolta e tu devi ascoltarlo. Amo tutti gli animali. Avrei voluto fare la veterinaria». Invece fa l’attrice. «Vivo questo lavoro come un gioco. Non so quanto durerà, cosa farò tra 10 anni... Il cinema mi piace ma mi dà fastidio quello che c’è "dietro", il dover mantenere un’immagine, vestire in un certo modo, frequentare certi ambienti. Non bere e non fumare... Mi faccio un po’ di sangue amaro. Ma sono le regole».
Cosa ti colpisce della tua generazione? «Fino a poco fa l’indifferenza, ma ora mi pare che qualcosa si stia muovendo. Bisogna ritrovare l’utopia, rischiare un nuovo impegno politico. Se non ci credessi non avrei messo al mondo un figlio». È stato un «incidente»? «Sì, ma dopo l’ho voluto più di ogni altra cosa. La mia famiglia cercava di dissuadermi, ma io ho tirato fuori la grinta e l’ho tenuto. Era il momento giusto, il mio momento. Per noi donne un figlio è lo scopo più grande. Un bambino ti stupisce e ti arricchisce ogni giorno. Una delle più belle vacanze l’ho passata su un’isola dei Caraibi, io e lui... Soli, senza soldi, dall’altra parte del mondo. Ce la siamo cavata benissimo».
Giuseppina Manin