Edoardo Segantini, Corriere della Sera 26/08/2011, 26 agosto 2011
LA PRIMA INTERVISTA SDRAIATO SUL PARQUET DI UN ALBERGO ROMANO (PER COLPA DEI DOLORI)
Con Steve Jobs non si esagera mai abbastanza, tale è il suo ruolo di uomo-spartiacque nella tecnologia. Abbiamo avuto un’informatica prima e dopo di lui, un Internet prima e dopo di lui. Un ante Jobs e un dopo Jobs. La caratura del personaggio si è andata semidivinizzando negli anni, spinta dalla sequenza inedita dei suoi successi e dai tormenti della malattia, che ha impresso rughe dolorose da Cristo in croce sul suo volto aquilino di businessman. Ma personaggio ieratico Jobs lo è stato fin da giovane.
Ho due ricordi personali di lui, uno vecchio e uno recente. Il primo risale agli anni Ottanta, quando venne in Europa a presentare l’Apple Macintosh, il primo personal computer a interfaccia grafica intuitiva. Colpito da un forte e improvviso dolore lombare, diede ugualmente ai giornalisti l’intervista promessa, ma rispose stando sdraiato sul parquet del grande albergo romano. Di quell’occasione ricordo che, pur sfavorito dalla posizione, «Steve» guardava tutti dall’alto in basso.
Nell’ultimo Jobs, poi, la trasformazione da imprenditore a profeta si è totalmente compiuta. Chi non ha in mente i suoi formidabili show allo Yerba Buena Center di San Francisco, in cui ha trasformato un fatto commerciale in un evento quasi religioso? Ma lo stile non cambia nella vita privata. Mi è capitato di vederlo l’estate scorsa a Palo Alto, in California, nel quartiere residenziale in cui abita, mentre, dopo cena, guidava in lenta passeggiata un piccolo stuolo di discepoli — tra i quali anche il successore Tim Cook — che lo seguivano a rispettosa distanza.
Prima di Steve Jobs il personal computer era un oggetto complicato, grigio e brutto. Lui lo ha trasformato — a partire dal Macintosh, anticipato dal Lisa — in uno strumento bello, bianco e improntato alla semplicità: nessuna procedura, comandi facili, percorsi intuitivi. Ciò che prima richiedeva l’approccio di un tecnico veniva reso alla portata, se non proprio di tutti, di moltissimi.
Nel mondo Internet Jobs è stato altrettanto rivoluzionario, ma in modo trasversale. Ha saputo trovare strade nuove per industrie che sembravano morenti. La sua visione del trinomio cliente-semplicità-design ha dato ad altri mondi industriali le prospettive che da soli non riuscivano a trovare. All’industria della musica, tramortita dall’impatto con Internet, ha dato l’iPod e il sito iTunes. All’industria dei telefonini ha dato AppStore, cioè la possibilità di fornire ai clienti migliaia di nuove applicazioni gradite al pubblico. All’industria editoriale (e non solo a quella) ha dato il nuovo canale dell’iPad.
Dato non significa regalato, naturalmente: Apple ne ha ricavato profitti enormi, con ripartizioni ingiuste verso gli editori, ma le innovazioni «trasversali» sono state comunque positive.
Essendo questo il personaggio — un uomo duro, esigente e capace di imparare dalle sconfitte — non c’è dunque da stupirsi che la reazione della Borsa alla notizia del passaggio di testimone al vertice — peraltro in qualche modo atteso — sia stata negativa. Dopo il tumore al pancreas e il diabete, il mercato ha sempre seguito con attenzione ossessiva l’andamento del suo stato di salute. I lunghi mesi della malattia, i vai e vieni nella gestione operativa dell’azienda, hanno creato intorno alla sua figura magra in blue jeans e golf nero un alone di attesa e di leggenda che forse non ha precedenti nella mitologia dei capitani d’industria.
Un’azienda, ha sempre detto Jobs, si dirige con l’operatività del day-by-day, non con i consigli dei saggi. La domanda è se — mancando la sua guida visionaria, incontentabile e ragionevolmente spericolata — Apple riuscirà a correre in futuro alla stessa velocità di questi anni. O se, come capita a tutte le cose umane, finirà per rallentare.
Edoardo Segantini