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 2011  agosto 26 Venerdì calendario

VIVERE IN UNA VILLA ITALIANA. IL SOGNO RICORRENTE DI CHENEY —

Ci sono i missili che voleva lanciare sulla Siria nel 2007 (ma alla Casa Bianca furono tutti contrari). E ci sono le frecciate sugli ex colleghi (questi sì colpiti): da Colin Powell a Condi Rice. L’autobiografia di Dick Cheney («In my time», in uscita martedì prossimo, editore Simon & Schuster) si annuncia agguerrita come l’autore. Il Los Angeles Times lo cita: «A Washington esploderanno molte teste». Le pagine più dolci sono alla fine, quando il settantenne repubblicano che fu vice di George W. Bush dal 2001 al 2009 parla dell’operazione al cuore del 2010. Dopo, rimase «per settimane in uno stato di incoscienza» con un sogno ricorrente: «Vivevo in una villa in Italia, camminavo a piccoli passi per prendere il caffè e i giornali».
Chi si aspetta un «mea culpa» da parte del Darth Vader delle guerre di Bush («in politica è un complimento») resterà deluso. Viso più scavato, voce affievolita, Cheney ha cominciato il lancio del libro in tv. Difende «le dure tecniche di interrogazione» come il waterboarding, rifiutando di considerarle tortura. Si compiace che Obama non abbia chiuso la prigione di Guantánamo (come promesso). E si dipinge falco anche durante il secondo mandato, quando Bush gli preferì figure più diplomatiche come Condoleezza Rice. Secondo le anticipazioni del New York Times, Cheney racconta della riunione alla Casa Bianca per decidere cosa fare sul sospetto sito nucleare siriano. «Io proposi un’azione militare. Il presidente chiese: "Chi è d’accordo?" Nella stanza non si alzò una mano». L’attacco voluto da Cheney fu portato a termine dai caccia israeliani.
Certo il senso di isolamento degli ultimi tempi non ha addolcito i giudizi. «Il direttore della Cia Tenet fu sleale dimettendosi nel 2004, quando le cose si facevano dure». Cheney racconta di aver gestito l’emergenza immediata dell’11 settembre da un bunker. Parla della sua lettera segreta di dimissioni del 2001, da usare se la salute lo avesse abbandonato. E delle dimissioni del segretario di Stato Colin Powell, per cui si spese parecchio, definendole «la cosa migliore». Non che sulla sostituta sia più gentile. La Rice fu «ingenua» sul nucleare nord-coreano. Veleno sulla patacca dell’uranio del Niger, quelle «16 parole» del discorso al Congresso nel 2003 con le quali Bush annunciò le prove che Saddam Hussein aveva cercato di comprare materia prima per armi nucleari. Quando venne fuori che era una bufala, Condi voleva che Bush chiedesse pubblicamente scusa, Cheney era contro e l’ebbe vinta. Incassando a suo dire il pentimento della rivale: «Venne nel mio ufficio... mi disse in lacrime che avevo avuto ragione io». In lacrime? La Rice non vuole commentare. Sta ultimando il secondo volume dell’autobiografia: «No higher Honour» (non c’è onore più grande) promette «nuovi dettagli sul contrastato dibattito interno che portò alle guerre in Iraq e in Afghanistan». Aspettando il fioretto di Condi, la spada è nelle mani di Darth Cheney.
Michele Farina