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 2011  agosto 26 Venerdì calendario

LA FIERA DEI DILETTANTI

Da qualche giorno, in attesa di capire quale sarà la sorte della manovra di Ferragosto - ora che tutti, più o meno, nel centrodestra, fanno a gara per disconoscerla e cambiarla radicalmente -, nel Parlamento riaperto in anticipo e nelle stanche adunate politiche estive si respira un’aria che sa d’antico. D’improvviso sembra tornato il clima di «assalto alla diligenza» che negli anni della Prima Repubblica si diffondeva ai tempi della Finanziaria, la mitica legge omnibus di bilancio che in certi anni era l’unica, o una delle poche, approvata alla fine dalle Camere.

Va detto che al di là di qualche dichiarazione («Abbiamo salvato le pensioni!», gongola Bossi. «Occorre intervenire sulle pensioni», obietta Alfano), il paragone è difficile, non foss’altro perché all’inizio della legislatura il ministro dell’Economia Tremonti aveva annunciato che la Finanziaria andava abolita perché fonte di tutti i mali, e in breve l’aveva trasformata in una legge triennale. Che sarebbe ancora in vigore, se non fosse stata travolta dalla crisi attuale e non avesse richiesto una lunga serie di continui e pesanti aggiustamenti, gli ultimi a luglio e agosto.

D’altra parte, al di là di quest’altra riforma mancata, tutto è cambiato, dagli anni della potente Commissione Bilancio della Camera, che faceva da stanza di compensazione del bilancio statale. E in cui il complesso insieme di interessi del vecchio regime trovava equilibrio nell’eterno metodo dei compromessi e delle mediazioni, oggi impossibili in un sistema basato sullo scontro quotidiano. Sì, mancherebbe pure dover rimpiangere i tempi di Paolo Cirino Pomicino, l’abilissimo democristiano andreottiano autore materiale delle finanziarie Anni Ottanta. Quelle della crescita, ma anche dell’inflazione e dello sfondamento del debito pubblico, che pure, pena la drastica manovra del governo Amato del ‘92, ci consentirono egualmente di rispettare i vincoli del trattato di Maastricht. E qualche anno dopo, scontando l’altra cura da cavallo di Prodi e Ciampi, di entrare trionfalmente nell’Euro.

Troppe differenze tra allora e oggi, non si finirebbe mai di elencarle. Tanto per fare un esempio, nei governi della Prima Repubblica non c’era il superministro dell’Economia, ma la cosiddetta «trojka» dei ministri delle Finanze, del Tesoro e del Bilancio, solitamente appartenenti a diversi partiti e non sempre d’accordo, anzi spesso in disaccordo tra loro, ma vincolati da una logica programmatica comune e dall’abitudine, o dal mestiere, di sapere come trovare l’accordo. Formica e Andreatta insomma potevano litigare e anche far cadere un governo, ma subito dopo, quando Visentini decideva di introdurre lo scontrino fiscale per i commercianti, Dc e socialisti facevano buon viso a cattivo gioco e ingoiavano il rospo, aspettandosi dai repubblicani che avrebbero trovato il modo di ricambiare. Lo stesso succedeva quando Formica, sempre lui, s’impuntava sulla tracciabilità degli assegni oltre una certa cifra, che non è stata solo una recente scoperta del centrosinistra. O quando, a cavallo tra Prima e Seconda Repubblica, la Cgil, quella d’allora, decideva di firmare l’accordo per la cancellazione della scala mobile, e Trentin ci metteva la faccia sapendo che il giorno dopo si sarebbe dimesso.

C’era in fondo, nel bene e nel male, un’intesa di fondo sulla politica economica e non solo, alla quale in certi casi e a certe condizioni, per non dire con certi ritorni, anche l’opposizione poteva prendere parte, mantenendo ovviamente il diritto ad inevitabili contrapposizioni propagandistiche. Il risultato non era mai garantito, si andava spesso di emergenza in emergenza, ma in conclusione tutti erano consapevoli di dover cercare una soluzione, e al momento giusto la trovavano.

In altre parole, uno scontro come quello in corso in questi giorni tra Pdl e Lega sulle pensioni, non è che fosse impossibile, ai vecchi tempi. E non solo perché allora c’era ancora molto da spartire ed oggi, per dirla con un altro vecchio andreottiano come Franco Evangelisti, non c’è più «trippa per gatti». Tutto si sarebbe risolto diversamente. Oggi infatti la scelta tra lasciare la manovra così com’è, e farla approvare a colpi di fiducia spianando la «carica degli emendamenti» (altro termine d’antan tornato in voga) che stanno per essere presentati a valanga alle Camere -, oppure trasformarla cambiandone completamente la filosofia, non è affatto una questione di dettagli. Senza entrare nel merito di quale delle due impostazioni sia la migliore, è evidente che si tratta di due visioni opposte. La prima punta diritto sui ceti medi e medio-alti, i redditi fissi che vanno dai quattromila ai settemilacinquecento euro al mese, gente che non ha il problema di mettere insieme il pranzo con la cena, ma che verrebbe così a pagare il prezzo più alto della congiuntura. La seconda mira a tenere in servizio ancora per qualche anno i 58-60enni, arrivando a prefigurare la scomparsa tendenziale delle pensioni di anzianità e lo spostamento progressivo della data di uscita dal lavoro a 65-67 anni. A occhio e croce, una ha più rischi recessivi (chi subisce una riduzione del reddito ha meno propensione a spendere) dell’altra, ma la situazione potrebbe capovolgersi, se per abbassare o cancellare il cosiddetto contributo di solidarietà per chi guadagna più di 90 mila o 150 mila euro all’anno si decidesse di aumentare l’Iva, o di rimettere l’Ici, o di ricorrere a una qualche forma di patrimoniale.

Il punto dunque non è il merito, opinabile quanto si vuole, delle proposte. Ma l’incapacità di una coalizione che pesca i suoi consensi nello stesso tipo di elettorato, ed è fortemente radicata al Nord, nella parte più produttiva del Paese, di mettere a punto una politica economica chiara e condivisa. Diversamente, appunto, dai governi del passato, che, magari commettendo errori di cui ancora paghiamo le conseguenze, invece erano in grado di darsela. Al dunque, nei giorni delle farneticanti dichiarazioni del ministro Calderoli, che vorrebbe togliere la pensione alle vedove perché le considera parassite, e delle inconcludenti mediazioni del segretario Alfano, che tutti rispettano per il suo infaticabile impegno, ma in attesa di parlare con Berlusconi, a ben guardare l’assalto alla diligenza è diventato una fiera del dilettante, in cui nessuno sa davvero cosa fare e aspetta solo che qualcun altro decida per lui.