Giorgio Dell’Arti, La Stampa 26/8/2011, 26 agosto 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 167 - RENDEZ-VOUS A PLOMBIÈRES
L’ incontro doveva rimanere segreto, no? Come fecero...
Per non farsi riconoscere, Cavour s’era fatto preparare un passaporto falso, intestato a Giuseppe Benso. Ma, una volta arrivato e preso posto in albergo, i poliziotti di Walewski capirono e avvisarono il ministro.
Il ministro non sapeva niente?
Naturalmente. Era la diplomazia segreta di Napoleone. Trame tessute all’insaputa dei suoi. La mattina dopo, 20 luglio, Cavour entrò nel gabinetto dell’imperatore. Erano le undici. C’era un’aria rilassata, non si trattava alla fine che di concludere un affare. L’imperatore aveva una bella faccia col naso camuso, baffoni e pizzetto. Gli inglesi, nelle loro vignette, esageravano la curvatura delle spalle. Ma indovinavano gli occhi, un po’ trasognati. Era talmente misterioso che nessuno era mai riuscito a capire se avesse o no cervello. Una volta Proudhon l’aveva definito «un balordo» e Ledru-Rollin, al termine di un discorso, «un imbecille». Ma adesso stava a Plombières, davanti a Cavour.
Chi cominciò?
Cominciò Napoleone, entrando subito in argomento. Parlava come se avesse imparato quell’esordio a memoria, col suo stile moscio, l’accento tedesco. «In una guerra con l’Austria - disse - noi appoggeremo la Sardegna purché la guerra sia intrapresa per una causa non rivoluzionaria, una causa che si possa giustificare agli occhi della diplomazia e più ancora dell’opinione pubblica in Francia e in Europa». Lo fissò. Cavour taceva. «A mio parere - continuò - la ricerca di questa causa costituisce la difficoltà principale. Ha qualche idea?». «Abbiamo un trattato di commercio con l’Austria e l’Austria non lo rispetta». «No, non possiamo far la guerra per una questione commerciale di mediocre importanza. Una grande guerra, destinata a cambiare la carta d’Europa». «Allora rifacciamoci alle proteste del congresso di Parigi. Ricominciamo a dire che l’Austria in Italia è andata ben al di là di quanto fissato dai trattati, e cioè: gli accordi con i duchi di Modena e Parma, l’occupazione delle Romagne e delle Legazioni, la fortificazione di Piacenza». «No, neanche questo funziona. Se quei motivi non sono stati sufficienti nel ‘56 per convincere Francia e Inghilterra ad aiutare il Piemonte non si capisce perché nel ‘58...». «È vero» disse Cavour «è vero». Tacque. Non sapeva neanche più cosa dire. Poiché fin dal viaggio di Conneau l’imperatore aveva insistito sulla questione del pretesto, s’era preparato quei due, credendo che bastassero. Oh, alla fine non s’immaginava che sarebbe stato tanto importante. «Ma vediamo un po’, vediamo un po’...». S’erano messi davanti alla carta geografica della penisola. Non c’era altro sistema. Bisognava passare in rassegna le varie zone, una per una, vedere dove si potessero trovare appigli. Scartarono il Regno delle Due Sicilie per via dei russi. Il papa? Niente da fare. I ducati? Non danno spunti. Passarono sull’altra costa. Il Granducato di Toscana, la Lunigiana... «Massa e Carrara» disse Cavour. «Sì?» fece Napoleone «Mi parli di Massa e Carrara». «Non so. Sono zone molto turbolente. Mazzini ci ha fatto un gran lavoro. Anche l’infiltrazione socialista è forte. Per via delle cave di marmo e della concentrazione operaia». «E non ci sono nostri amici?». «Sì, naturalmente». «Vede qualcosa?». «Mah. Mettiamo che scoppi un moto. Oppure, no. Stanchi di essere maltrattati dal duca di Modena, i cittadini di Massa e Carrara rivolgono un indirizzo al re di Sardegna». «Che cosa sta scritto in questo indirizzo?». «Chiedono che la loro terra sia annessa al Piemonte». «Vittorio Emanuele non accetta». «No, però può indirizzare al duca di Modena una nota piena di sdegno. E persino minacciosa». «Allora il duca...». «Allora il duca, che si sente forte perché ha dietro gli austriaci, risponde a tono. E a quel punto, è fatta!». Tornarono al tavolo, in preda all’eccitazione. «Sì, va benissimo così. Così si deve fare. Vede, Cavour, oltre tutto nessuno può soffrire questo duca di Modena, questo Francesco V...». «Il padre era una canaglia». «Sa che non mi ha ancora riconosciuto? Modena non ha riconosciuto nessuno tra chi è salito al trono dopo il ‘30». Cavour stava seduto su una poltrona in uno di quei suoi modi incomprensibili. Napoleone continuò. «Vediamo adesso che cosa si deve fare col papa e col re di Napoli. Non voglio aver contro né i cattolici né la Russia». «Facile. Il papa se ne stia a Roma protetto dai soldati francesi e lasci che le Romagne insorgano. Scusi, Maestà: gli abbiamo dato consigli, gli abbiamo detto che cosa sarebbe stato opportuno fare, non ha voluto ascoltarci e a questo punto...». Allargò le braccia, l’altro disse subito: «Napoli». «Napoli non è un problema. Semplicemente non ci occuperemo di Napoli, a meno che non si metta a far causa comune con l’Austria. È sottinteso che i suoi soggetti, se volessero profittare del momento per liberarsi della paterna protezione di Bomba, non è che noi potremmo opporci, eh?». Risero.