Tonia Mastrobuoni, La Stampa 26/8/2011, 26 agosto 2011
«LA BELLEZZA PAGA HO SCOPERTO QUANTO»
Alla notizia dell’esistenza, nei tempi antichi, di una donna talmente bella da scatenare una guerra interminabile e da ispirare opere immortali, Daniel Hamermesh aveva pensato già da bambino una nuova unità di misura. Per calcolare l’avvenenza delle altre bambine, al suo vicino di banco aveva proposto di considerarle in milli-Elene. Tonnellate di statistiche dopo, divenuto nel frattempo uno dei più importanti economisti del lavoro, il professore texano la pensa così: «Cosa è bello? È una risposta impossibile! Ma se la maggior parte delle persone è d’accordo che il viso di una persona è “bello”, “mediamente bello” o “brutto” spiega al telefono da Austin - questo è ciò che conta. Per esempio: siccome George Clooney è l’uomo più fotografato d’Italia, possiamo presumere che le donne italiane lo ritengano bello».
Il problema è che da quando Immanuel Kant ha inaugurato la modernità restituendo all’uomo la facoltà di decidere cosa è bello, gli economisti sono precipitati in un buco nero.
Se non esiste la bellezza in sé, come si fa a misurarla? Soprattutto, come si fa a capire se “paga”, se fa guadagnare di più o se rende più felici? È questa la domanda che affliggeva Hamermesh sin dai banchi di scuola.
Adesso ha riassunto i risultati delle sue ricerche in un libro appena uscito che si chiama proprio così, «Beauty Pays», («La bellezza paga»), edito dalla Princeton University Press. E se inizialmente questa branca dell’economia era guardata con sospetto, forse qualcuno dei colleghi lo considera nel frattempo con invidia. Il fatto è che Hamermesh è diventato anche consulente per chi è stato deturpato sul posto del lavoro. Ti sei infilato una matita in un occhio? Un petardo ti ha devastato i connotati? Hamermesh calcola la perdita di bellezza e il risarcimento dovuto per il presunto mancato guadagno futuro.
Dimenticate, insomma, i precetti dei genitori moraleggianti e le maestre col ditino alzato: non è vero che la bellezza non conta e che conta solo studiare. Hamermesh, una volta stabilito che - Kant lo perdoni - esistono esseri umani universalmente reputati degli adoni e delle veneri e restringendo il campo di ricerca al volto, ha cominciato purtroppo a dimostrare scientificamente che chi ha la fortuna di nascere con i lineamenti al posto giusto, guadagna di più, trova più facilmente un posto di lavoro, fa più facilmente carriera e trova anche più facilmente l’anima gemella.
«Riassumendo al massimo», osserva Hamermesh, «per un uomo è più importante essere bello nel lavoro, mentre nella vita privata, per trovare la persona giusta, è più importante essere bella per una donna».
Al netto di fattori che influiscono altrimenti sul reddito delle persone come l’esperienza, la provenienza, l’educazione eccetera, Hamermesh ha calcolato che le donne belle guadagnano l’8 per cento e gli uomini il 4 per cento più delle colleghe e dei colleghi meno avvenenti. Viceversa gli uomini subiscono una penalizzazione del 13 per cento in busta paga, a parità di tutti gli altri fattori che arricchiscono lo stipendio, se sono brutti. Le donne “solo” il 4 per cento.
Ci sono lavori dove queste considerazioni sembrano ovvie - l’attore o l’anchorman o la fotomodella - ma Hamermesh spiega che anche nel regno della ragione, in un ambito insospettabile come l’università, imperversa il morbo del giudizio estetico. Gli studenti valutano meglio e frequentano più volentieri i corsi di professori di bell’aspetto.
Con grande scorno del non avvenentissimo professore. Da 1 a 5, nella sua università, ad Austin, ha incassato un onorevole 4,4. Se avesse incassato tra 9 e 10 nell’altra classifica, quella della bellezza, «la media della mia valutazione avrebbe sfiorato il massimo, 5 punti», sospira.
La domanda, ovviamente, nasce spontanea. Ma la chirurgia estetica o altri artifici (parrucchiere, guardaroba, trucco) per migliorare il proprio aspetto aiutano? Secondo l’economista no. E non c’entra nulla il fatto che nel suo olimpo personale delle donne più belle, come ammette ridacchiando al telefono, ci siano Helen Mirren e Kate Winslet, l’attrice britannica che ha appena intrapreso una crociata contro il bisturi. Per ogni dollaro speso per migliorare il proprio aspetto, il ritorno economico è di appena 4 centesimi, si legge in «Beauty Pays». Dobbiamo rassegnarci a vivere - a guadagnare - con quello che madre natura ci ha dato (o tolto).
Negli Stati Uniti c’è già chi ha posto il problema in tribunale, lamentandosi per le discriminazioni subite a causa dell’aspetto fisico, racconta il libro. Secondo Hamermesh, inoltre, se si volesse avviare una riflessione su quali tutele adottare per i brutti, le leggi più adatte potrebbero essere quelle che proteggono i disabili.
«In generale penso che sia sbagliato un aiuto statale per chi è brutto, ma indubbiamente il problema esiste», sottolinea convinto. In questo caso però, fuori dalle aule universitarie e, soprattutto, quando sono in ballo soldi pubblici (immaginiamo già i forconi del Tea Party), si torna al problema di fondo: chi o cosa è brutto?