Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  agosto 31 Mercoledì calendario

L’ORO DI NAPOLI È TUTTO SOTTOTERRA

Che cosa hanno in comune Napoli e Reykjavik? In superficie, niente. Nel sottosuolo, moltissimo. Il capoluogo campano e la capitale d’Islanda condividono la sorte di custodire sottoterra una straordinaria risorsa: l’energia geotermica. La differenza sta nel fatto che l’Islanda la sfrutta da tempo, la Campania no. Ma si prepara a farlo.
Sul tavolo del ministero della Ricerca scientifica ci sono pronti un paio di progetti per la costruzione, nell’area dei Campi Flegrei, a nord di Napoli, di piccoli impianti per la produzione di energia dallo sfruttamento delle risorse geotermiche. «Si tratta di prototipi, a bassissimo impatto ambientale, con potenza tra 5 e 10 megawatt, quanto basta per fornire l’elettricità ad alcune migliala di abitazioni», spiega Giuseppe De Natale, dirigente di ricerca dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia - Osservatorio vesuviano. Proprio la sezione napoletana dell’Istituto di geofisica ha progettato quei prototipi, insieme con aziende campane e nazionali, come la Cetra e la bresciana Turboden.
Al di là delle dimensioni degli impianti, l’interesse dell’esperimento sta nel fatto di consentire che, per la prima volta, vengano sfruttate le risorse del sottosuolo campano. «Nel campo inesplorato e promettente della geotermia, la Campania rappresenta la mecca» ha ammonito, lunedì 13 giugno, il presidente dello Svimez, l’istituto per lo sviluppo del Mezzogiorno, Adriano Giannola.
Sostiene De Natale: «L’Italia è il primo paese in Europa per risorse geotermiche e uno dei primi al mondo. Il suo potenziale è molto grande sulla terraferma, dalla Toscana alla Campania, e imponente offshore, nel Mar Tirreno meridionale».
Nel 1904 furono gli italiani a inventare letteralmente la geotermia, nell’area di Larderello, in Toscana. Oggi in quella zona opera una centrale elettrica con una potenza di 800 megawatt, pari a una centrale nucleare medio-grande. I Campi Flegrei, secondo gli esperti dell’Ingv, hanno un potenziale uguale, se non maggiore, Suggerisce De Natale: «Con il calore del sottosuolo si potrebbe arrivare a riscaldare tutta l’area napoletana, con un grande risparmio». Ma, a differenza che in Toscana, nell’area campana, popolatissima, bisogna pensare a centrali di piccole dimensioni. Il problema è che non sono molti i privati disposti a scommetterci su. Spiega De Natale: «Investire sul fotovoltaico o sull’eolico è facile, ma la geotermia richiede una serie di competenze complesse e multidisciplinari».
In compenso l’interesse degli studiosi è grande. In autunno, nell’area che si estende intorno a Pozzuoli, la cittadina il cui suolo, tra il 1969 e il 1984, s’innalzò di 3 metri e mezzo per effetto del bradisismo, cominceranno le perforazioni per il Campi Flegrei deep drilling project, uno studio sponsorizzato da un consorzio scientifico intemazionale, per accertare quale sia il potenziale geotermico di quell’area vulcanica.