Varie, 25 agosto 2011
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Benati Davide
• Reggio Emilia 23 febbraio 1949. Pittore • «“I pigmenti sono sparsi nel paesaggio e basta raccoglierli con gli occhi” afferma Davide Benati [...] La sua è una raccolta silenziosa e proficua, scandita dai mercati d’Oriente e dai fiori d’Occidente, fatta da chi preferisce il sublime all’attuale. L’attualità, pulp e trash, lontana dalla natura e dal fare, è avulsa dal lavoro di Benati, che affonda le proprie radici in luoghi senza tempo. [...] I grandi acquerelli su carta di riso fatta a mano e intelata sono come inafferrabili stati d’animo, mattine dolci, mari in tempesta, fiori che esplodono in vitalità, armonia e poesia. Fiori di campo che più nessuno si ferma a guardare e che invece Joseph Beuys invitava a considerare come forme di vita intelligenti e creative. Sono interminabili mantra quelli che l’artista crea con opere che raccontano la vita vera condensata nei fiori, un’alchimia indispensabile per trovare silenzio e bellezza. Forse lo stesso silenzio che cercava disperatamente Robert Mapplethorpe nella sua fotografia floreale. [...] Le tele di Benati mescolano l’Est e l’Ovest, la leggerezza raccontata da Italo Calvino, la precisione di un calligrafo giapponese, la sapienza cromatica e l’ironia sottile di uno scherzo. Si evocano le terrazze tibetane con il vento che muove le bandierine votive multicolori rivolte al cielo. Intanto i rami si intrecciano, i rapaci incombono e i petali risplendono anche vicino all’incombere di una minaccia» (Manuela Gandini, “La Stampa” 25/10/2010) • «[...] “[...] sono partito che avevo solo 18 anni, grazie ad uno zio medico che ha garantito per me con mio padre. E mio padre in me ci ha sempre creduto. Devo a lui questo mio cammino: sugli scaffali di casa, nonostante fosse solo un fornaio, ho trovato l’Americana di Vittorini e i racconti di Saroyan” . In qualche modo dice “mi ha spianato la strada” verso la letteratura ma anche verso l’arte. E come prova inconfutabile mostra, prendendolo da una semplicissima libreria in legno colma di memorie, il catalogo della mostra di Van Gogh a Palazzo Reale nel lontanissimo 1952: “L’aveva comprato proprio mio padre, lo rileggo ancora oggi” . Tra questi spezzoni di vita familiare trova molto spesso spazio il rimpianto: “Non ha fatto in tempo a vedere i miei lavori esposti alla Biennale di Venezia nel 1981. Si è ammalato ed è morto quella stessa estate. Fino all’ultimo mi ha detto, vedrai che verrò a Venezia... a costo di venirci a piedi”. Benati (uno degli uomini di punta della Marlborough Gallery) dichiara di dovere molto alla lezione del grande Bacon: “Ho ancora nella testa l’articolo che Dino Buzzati scrisse sul ‘Corriere’ dove lo paragonava ad un Dorian Gray alla rovescia”. E a Milano: “Sono arrivato che c’era il Sessantotto. La mia emozione credo sia stata molto simile a quella di un giovane che oggi scopra Berlino. Mentre arrivavo il mondo, anche quello dell’arte, cambiava e gli antichi maestri dell’Accademia come Purificato, Messina o Cantatore diventavano improvvisamente superati. Mentre cresceva la voglia di andare oltre cercando nuovi sguardi” [...] Milano era dunque, per il ragazzo di Masone, letteralmente un Altro Mondo (“All’inizio sono andato ad abitare in subaffitto nello studio di Felicita Frai in via Montebello”). Più tardi sostituito dall’Oriente: prima il Nepal, poi la Cina e il Giappone (quello di Hiroshige e di Hokusai ma anche quello del cinema di Kurosawa e dell’Arpa birmana). Un Oriente mai consueto, ma piuttosto rituale, affascinante, sorprendente come quello raccontato da Goffredo Parise nel suo La bellezza è frigida. [...] Dall’esperienza come grafico per i giornali (“Erano vignette di commento per il ‘Lavoro’ con un occhio a Hugo Pratt e Moebius”) all’entusiasmo per l’Arte Povera e soprattutto per “quella sua capacità di usare la materia”; dai maestri (Hiroshige e Hopper, Turner e Gastone Novelli, Licini e Chardin, Pontormo e Vermeer) agli amici (come Mario Perazzi, “una delle persone importanti per il mio lavoro e la mia vita”). E ancora: il legame con Antonio Tabucchi (“Avevo letto Notturno indiano, lo cercai e diventammo amici. Mi ha colpito quella sua aria da ufficiale inglese” ) e la passione per i giovani (“Sono rammaricato che venga loro negata la prima occasione”). Giovani artisti compresi: “Mi piacciono Luca Pignatelli, Marco Petrus, Vanessa Beecroft [...] Hirst e Koons sono il simbolo dell’arte che diventa moda, o meglio dei meccanismi della moda che si impossessano e stravolgono quelli dell’arte. Il problema è che, come nel caso del teschio di Hirst esposto a Palazzo Vecchio a Firenze, dove passano simili personaggi non cresce più l’erba nel senso che nessuna mostra o evento potrà più suscitare il medesimo interesse” [...] suo fratello Daniele, più giovane di quattro anni, ha tradotto Joyce, ha insegnato negli Stati Uniti, in Irlanda e [...] a Budapest [...] accompagnava il padre a portare il pane al Manicomio di San Lazzaro dove è stato ricoverato anche Antonio Ligabue, il pittore della pazzia padana. [...]» (Stefano Bucci, “Corriere della Sera” 16/1/2011).